Ruolo dei partiti e referendum

Democrazia. Il Sì a Brexit è stata follia  o saggezza della folla?  Il problema non è se sia giusto tenere referendum su temi importanti, ma come si organizzano i dibattiti  che precedono il voto. È probabilmente in gioco un’idea di democrazia. Democrazia non è tanto e solo garantire a tutti libero accesso all’istruzione quanto dare a tutti delle buone ragioni per istruirsi. Così è democrazia non tanto e non solo garantire a tutti la libertà di voto quanto dare a tutti delle buone ragioni per andare a votare. Proviamo a vedere come.

brexitIl Sì a Brexit è espressione di follia o di saggezza della folla? La maggior parte dei commentatori italiani propende per la prima spiegazione, i leader dei partiti cosiddetti populisti per la seconda. Come stanno veramente le cose? Su Repubblica, Walter Veltroni conclude una intervista di commento affermando: «Il ricorso alla democrazia diretta come fuga dalla responsabilità della politica è sbagliato. Immagini se Roosevelt avesse promosso un referendum per chiedere se i giovani americani dovevano andare a morire per la libertà dell’Europa…». Sempre su Repubblica, il direttore Calabresi mette sullo stesso piano democrazia diretta e sondaggi in tempo reale per dire che «la febbre di oggi è la semplificazione», che pretende di risolvere magicamente i problemi” e che non ha «bisogno di esperti e competenze»; sul suo profilo Facebook, Saviano dice di non essere tanto sicuro che con Brexit abbia vinto il popolo, perché ricorda che il Popolo, nel 1938, acclamava «Hitler e Mussolini a Roma affacciati insieme al balcone di Piazza Venezia». (Questo tipo di argomentazioni fa venire in mente il libro La pazzia delle folle, 1841, che racconta le illusioni collettive che sono alla base di gravi crisi finanziarie).

primarieVeltroni è comunque coerente con quanto da lui proposto negli ultimi dieci anni: semplificando grossolanamente: alle folle si può dare il compito di incoronare i candidati premier, i candidati sindaci e i segretari di partito attraverso le primarie (regolate per legge), ma la sinistra deve avere il coraggio di dare ai politici che governano maggiore capacità di decisione sulle altre scelte importanti. Secondo l’ex segretario del Pd, c’è bisogno di questa «soluzione governante non democratica» in quanto società, economia e comunicazione sono iperveloci, mentre la capacità di decisione della macchina democratica è iperlenta. L’architettura decisionale progettata da Veltroni non tiene però conto di diversi fattori, messi in rilievo dalla esperienza quotidiana e dalla letteratura scientifica, e cioè: 1) quando le decisioni politiche sono condivise dalla cittadinanza, esse trovano più veloce concreta attuazione di quando esse vengono prese dall’alto; 2) per decidere bene i politici devono avere una buona capacità di previsione, ma lo studio ventennale dello psicologo Philip Tetlock sulla capacità previsionale degli esperti mostra che quest’ultima è molto bassa e suggerisce ai leader di dotarsi di umiltà intellettuale; 3) in determinate condizioni le decisioni collettive sono più sagge di quelle dei cosiddetti esperti (La saggezza della folla, Surowiecki, 2005).

leader e follaRitornando a Brexit e non volendo entrare nel merito della decisione presa dagli elettori del Regno Unito, qui si vuole sottolineare che è superficiale l’analisi secondo cui il risultato del referendum si spiega con l’ignoranza e l’età dei votanti (leggasi: la democrazia diretta banalizza i problemi complessi, molto meglio la democrazia delle élite). Il problema non è se sia giusto o meno tenere referendum su tematiche importanti; ma come si organizzano i dibattiti che precedono il voto di questi referendum. Nei referendum popolari il dibattito avviene principalmente sui media.

Molto diversa da un punto di vista democratico sarebbe una situazione in cui, al posto dei referendum popolari, si organizzino consultazioni all’interno dei partiti politici: i dibattiti avverrebbero dentro i circoli locali dei partiti disseminati nel territorio nazionale, e potrebbero assumere la forma di discussioni deliberative ben strutturate e regolate: lavoro in piccoli gruppi, possibilità di ascoltare i pro e i contro delle diverse opzioni in campo, di fare domande agli esperti in plenaria, di approfondire attraverso materiale informativo bilanciato cartaceo/digitale, di interloquire e scambiare pareri con chi la pensa diversamente. A regolare il tutto sarebbero deputati i comitati rappresentativi delle opzioni in campo (nel caso di Brexit, un comitato per il sì e uno per il no), che avrebbero il compito di coordinarsi e di assicurare equilibrio nei dibattiti e correttezza nell’informazione.

partecipazione dei cittadiniIdealmente, in una democrazia del genere, i partiti avrebbero il compito di riacquistare il ruolo perso, di ascolto, analisi e sintesi dei bisogni di una parte della società, servendosi di tutti gli strumenti della democrazia deliberativa (Fishkin & Calabretta, 2012); i politici assumerebbero il ruolo di leader partecipativi, che in talune scelte conducono e in altre favoriscono la partecipazione; gli esperti metterebbero da parte un po’ di supponenza, aprendosi alle informazioni che non sono coerenti con le loro teorie; gli intellettuali avrebbero il compito di sottoporre le previsioni degli esperti a un processo di verifica; i cittadini sarebbero motivati ad assumersi le proprie responsabilità, a “studiare” le questioni complesse e a non scaricare tutte le colpe sui politici di turno; i giornalisti avrebbero il compito di svelare prima del voto le informazioni false al fine di propaganda… Sono ovviamente tutti bei propositi, ma come innescare un meccanismo virtuoso che ci aiuti a realizzarli? Al fine di riacquistare la legittimità perduta (vedi Ignazi, 2014), lo dovrebbero innescare gli stessi partiti, consultando i propri iscritti/elettori sui temi più controversi, importanti e dibattuti. Non si tratterebbe di democrazia diretta, ma di democrazia rappresentativa che in alcuni casi si fa partecipativa e deliberativa (Doparie, dopo le primarie, Calabretta, 2010; Democrazia, Petrucciani, 2014).

La realtà è molto diversa: più che alla rinnovata adesione a un grande progetto di democrazia, pace e prosperità, i ragionamenti di chi invitava a votare «remain» hanno richiamato alla mente il celebre invito a votare Dc col naso turato di Indro Montanelli (leggi Zizek su Internazionale e Parks sul NYTimes).

In questi anni di crisi economica e di globalizzazione sfrenata, il grave deficit di democrazia a livello nazionale e soprattutto europeo non ha offerto alternative all’elettore comune per poter esprimere il suo disappunto se non con l’astensionismo (di cui i politici continuano a non curarsi) o con la rabbia. Solo ascoltando e facendosi influenzare deliberatamente dalla folla (divisa in tanti piccole folle nei dibattiti partitici locali), le élite riusciranno a riprendere il contatto con la gente comune e il senso comune (che secondo la interpretazione di La Capria non è l’opinione corrente, ma implica una ragionevolezza critica); solo sentendosi ascoltata e considerata, e non solo contata, la gente comune penserà di avere almeno un qualche controllo sulla propria vita e potrà essere un po’ felice.

Raffaele Calabretta e Filippo La Porta (articolo pubblicato su il Manifesto)

Brexit e democrazia

Ma è proprio vero che tutto si può decidere con referendum? È questo strumento la manifestazione suprema della democrazia? È solo il referendum che mette nelle mani del popolo il potere di decidere?

brexitQuesti sono alcuni degli interrogativi suscitati dal voto inglese del 23 giugno. Che l’effetto della Brexit sia quello di scombussolare gli equilibri europei e di destabilizzare il Regno Unito lo dicono praticamente tutti i commenti e lo si può constatare nei fatti. Si vedrà sulla lunga distanza se le conseguenze continueranno ad essere negative per il popolo inglese o se la situazione volgerà al positivo. Per ora nemmeno gli stessi promotori del leave sanno cosa fare; tanto è vero che il rinvio, dopo tanto strombazzamento sulla liberazione dalle catene dell’Unione Europea, è la linea a cui tutti si adeguano.

Dunque non hanno più fretta di andarsene. E perché? Perché hanno paura. Ora che il popolo inglese ha parlato e ha deciso (con una maggioranza risicata del 2%) ci si domanda come si possano gestire le conseguenze. Che nell’immediato si manifestano come catastrofiche soprattutto se si realizzerà la minaccia della Scozia di ripetere il referendum sull’indipendenza e se scoppieranno nuove tensioni nell’Irlanda del nord. La crisi economica che colpirà (anzi che ha già iniziato a colpire) il Regno Unito rischia di essere il minore dei problemi se si manifesterà realmente la possibilità di uno smembramento dello Stato. Possiamo immaginare che la separazione dalla Scozia e la ripresa della lotta per l’unificazione dell’Irlanda con il probabile scontro tra unionisti e separatisti si svolgerà pacificamente? Realisticamente no.

democraziaÈ questo che volevano gli elettori del leave? Gli elettori sapevano a cosa portava la loro decisione? È questa la democrazia? No. Questa è una vecchia storia di manipolazione delle masse i cui esempi sono  ben presenti nella storia del ‘900.

Un motto che viene dall’ottocento recita “Quando il popolo si desta, Dio si mette alla sua testa”. Un anelito romantico e nulla più, retorica infondata. Il popolo non è un soggetto unico, è composto da tanti individui ed ognuno deve poter conoscere per deliberare. E la conoscenza non è semplice informazione, ma un processo ben più complesso che deve portare alla consapevolezza e alla responsabilizzazione. Per questo i quesiti drastici – SI’ NO – su scelte delle quali è difficile calcolare le conseguenze vanno gestiti con la massima cura. Non possono essere agitati come un diritto del popolo a decidere su tutto. Non a caso la nostra Costituzione indica già all’articolo 1 il principio su cui si regge la democrazia della Repubblica La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. E non a caso fra questi limiti vi è quello di non sottoporre a referendum le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

partecipazione dei cittadiniLa democrazia non è un sistema statico che si regge su quesiti drastici. La democrazia è un metodo che si fonda sulla partecipazione delle persone e funziona se è anche cultura oltre che pratica. E la partecipazione stessa è molto più complessa di un referendum, non si esaurisce in una fiammata, in un voto, ma è qualcosa che si costruisce pezzo a pezzo ed è reale se è scambio indirizzato alla formazione progressiva di un’opinione, di un indirizzo che poi le istituzioni dirette dai rappresentanti politici tradurranno in scelte politiche, norme e atti di governo.

Dice bene, ancora una volta, la nostra Costituzione affermando il principio che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi per concorrere a determinare la politica nazionale. C’è qui una visione che, nonostante abbia bisogno di essere aggiornata alla realtà di oggi, è molto più ricca  di qualunque democrazia referendaria. Le parole chiave sono “associarsi” e “politica nazionale”. Cioè la politica scaturisce dall’attività dei cittadini che si organizzano. Una funzione sociale diffusa che si articola in più livelli e che tocca i vertici istituzionali in un rapporto necessariamente dialettico. Altro che un SI’ o un NO magari estorto a suon di disinformazione, di bugie, di false promesse e di demagogia.

Brexit e democrazia è un tema sul quale si dovrà riflettere bene e a lungo per non incappare negli stessi errori.

Claudio Lombardi

Cosa c’è dentro la riforma costituzionale

Sembra che sulla riforma della Costituzione si stia ad un passaggio cruciale. I toni sono veementi, anzi, un po’ esagitati. Con un po’ di cinismo si potrebbe dire che succede sempre così quando si passa dal dire al fare. Decenni di discussioni, studi e ricerche, documenti, libri, gruppi di saggi, convegni, tentativi di leggi, leggi approvate e poi rigettate dagli elettori hanno determinato la consolidata convinzione che toccare la materia costituzionale sia impossibile. D’altra parte siamo un paese nel quale qualunque innovazione se la deve vedere con una innata tendenza alla conservazione.

allarme democraziaComunque, conviene mettere da parte i lamenti più o meno elevati di chi lancia l’allarme per la democrazia per il semplice motivo che all’ombra del vecchio assetto dei poteri costituzionali nella nostra Repubblica è successo di tutto (mafie, corruzione, partitocrazia, stragismo ecc ecc) a dimostrazione che non è l’ingegneria istituzionale che fa un popolo e uno stato uniti da una cultura civile e nazionale.

In realtà il progetto all’esame del Parlamento è complesso e bisognerebbe superare le polemiche quotidiane per guardare ai suoi contenuti.

Fine del bicameralismo e funzione legislativa

Senato riformaIl Senato delle Autonomie rappresenterà le istituzioni territoriali e concorrerà a svolgere funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica, e tra questi ultimi e l’Unione Europea. La funzione legislativa non sarà più esercitata collettivamente dalle due Camere, ma sarà attribuita alla sola Camera dei deputati, salvo alcune materie (leggi di modifica costituzionale, tutela delle minoranza linguistiche, referendum popolari) su cui dovrà intervenire anche il Senato. Solo la Camera sarà chiamata a votare la fiducia all’esecutivo. Sulla legge di bilancio, la Camera potrà avere l’ultima parola decidendo, a maggioranza semplice, di non accettare i rilievi del Senato. In ogni caso la Camera dei deputati dovrà trasmettere ogni testo approvato al Senato il quale avrà la facoltà di riesaminarlo e di approvare delle proposte di modifica sulle quali l’ultima parola spetterà comunque alla Camera (con voto a maggioranza assoluta se le leggi toccano materie come Regioni ed Enti locali). La riforma inoltre introduce l’iter veloce per le leggi del governo (pronuncia in via definitiva entro 60 giorni, ma non per le leggi bicamerali, le leggi elettorali, la ratifica dei trattati internazionali, le leggi che richiedono maggioranze qualificate) e stabilisce infine che i decreti legge possano trattare solo norme omogenee, ponendo fine ai decreti omnibus.

Composizione del Senato

Coerentemente con la nuova funzione del Senato i senatori non saranno più eletti direttamente dai cittadini. Il numero dei componenti sarà limitato a 100, 95 dei quali eletti dai consigli regionali ( 74 tra i consiglieri regionali e 21 tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori). 5 nominati dal Presidente della Repubblica che non saranno più in carica a vita, ma solo per 7 anni.

Elezione del Presidente della Repubblica

Presidente della Repubblica elezioneIl capo dello Stato sarà eletto, come ora, in seduta comune da deputati e senatori. Ma per evitare che la Camera, che resta di 630 membri, monopolizzi la scelta, sono stati aumentati i quorum. Mentre oggi è prevista la maggioranza assoluta dei componenti dalla quarta votazione, la riforma prevede i 2/3 dei componenti nei primi tre scrutini, poi i 3/5 e, infine, dal settimo scrutinio la maggioranza dei tre quinti dei votanti.

Cambia anche la modalità di elezione dei cinque giudici costituzionali di nomina parlamentare: non sarà più il Parlamento in seduta comune ad eleggerli ma ora tre saranno eletti dalla Camera dei deputati e due dal Senato.

Abolizione province; soppressione CNEL; competenze Stato e regioni

Soppresso il CNEL della cui inutilità si discute, peraltro, da molti anni. Cancellate le province e la legislazione concorrente tra Stato e Regioni. Vengono attribuite più competenze allo Stato centrale permettendo anche il commissariamento di Regioni ed enti locali in caso di grave dissesto finanziario. Lo Stato, inoltre, potrà esercitare una “clausola di supremazia” verso le Regioni a tutela dell’unità della Repubblica e dell’interesse nazionale. Novità anche per il federalismo fiscale con la previsione di una legge che introduca i costi standard.

Referendum

elezioni referendumRestano le 500mila firme necessarie per chiedere un referendum abrogativo e resta il quorum del 50% più uno degli elettori per la validità della consultazione. Se però si arriva a 800mila firme il quorum si abbassa e basta che vada a votare la metà più uno dei votanti delle ultime elezioni politiche. Sono introdotti i referendum propositivi e d’indirizzo. Per presentare una legge di iniziativa popolare bisognerà raccogliere 150mila firme e non più 50mila come adesso.

Legge elettorale

Si introduce in Costituzione il giudizio preventivo della Corte costituzionale sulle leggi elettorali con pronuncia in tempi molto rapidi.

Stato di guerra

Per deliberare lo stato di guerra non sarà più sufficiente la maggioranza semplice della sola Camera dei deputati ma servirà la maggioranza assoluta dei componenti.

Indennità per i senatori e per i consiglieri regionali

Niente indennità parlamentare per i senatori e tetto agli stipendi di Presidente e consiglieri regionali, che non può essere superiore a quello dei sindaci dei capoluoghi di Regione.

Si può essere favorevoli o contrari o indifferenti, si può tentare di migliorare, ma certo non c’è traccia di attentato alla democrazia.

Claudio Lombardi

O nuova democrazia o videocrazia ? (di Claudio Lombardi)

“Vorrei usare questa espressione: Governo di impegno nazionale. Governo di impegno nazionale significa assumere su di sé il compito di rinsaldare le relazioni civili e istituzionali, fondandole sul senso dello Stato. È il senso dello Stato, è la forza delle istituzioni che evitano la degenerazione del senso di famiglia in familismo, dell’appartenenza alla comunità di origine in localismo, del senso del partito in settarismo. Ed io ho inteso fin dal primo momento il mio servizio allo Stato non certo con la supponenza di chi, considerato tecnico, venga per dimostrare un’asserita superiorità della tecnica rispetto alla politica. Al contrario, spero che il mio Governo ed io potremo, nel periodo che ci è messo a disposizione, contribuire in modo rispettoso e con umiltà a riconciliare maggiormente – permettetemi di usare questa espressione – i cittadini e le istituzioni, i cittadini alla politica.”

Con queste frasi Mario Monti nel suo discorso programmatico al Senato ha delineato l’epitaffio del berlusconismo come degenerazione dei “vizi “ del sistema Italia e ha indicato in che misura la crisi della politica abbia minato la sua capacità di prendere la guida del Paese in un momento di emergenza. Quasi scusandosi ha, in realtà, asserito che proprio il governo in cui non ci sono esponenti di partito si assume il compito di riconciliare i cittadini con le istituzioni e con la politica.

Da qui deve partire una riflessione seria perché è un caso isolato nel contesto occidentale (Grecia esclusa) che i partiti divengano un ostacolo al governo dello Stato.

Se guardiamo al passato troviamo altri momenti nei quali soltanto mettendo da parte i partiti (o la guida del governo oppure tutti i suoi membri) si è riusciti a superare momenti drammatici nella vita della nazione. E ogni volta che si presentano periodi difficili nei quali i partiti della maggioranza e quelli dell’opposizione faticano a trovare una via d’uscita si invoca o si minaccia un governo tecnico.

Piuttosto strano visto che la Costituzione sembra prevedere che solo i partiti siano il canale attraverso il quale i cittadini possano partecipare alla vita politica (art. 49 “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.”). D’altra parte sono i partiti che si presentano alle elezioni, fanno eleggere i propri rappresentanti nel Parlamento, danno vita alle maggioranze che esprimono i governi e che, naturalmente, ne indicano la composizione (anche se non vi è alcuna norma costituzionale che stabilisca questo vincolo). Per questo sono possibili i cosiddetti governi tecnici che, in realtà, sono governi non nati dai partiti che trovano la loro maggioranza in Parlamento. Maggioranza politica ovviamente.

Nell’ultimo anno abbiamo avuto altri casi di emarginazione dei partiti dall’iniziativa politica che ha determinato grandi novità nel Paese.

I tre referendum sui servizi pubblici locali (acqua innanzitutto), sul legittimo impedimento e sul nucleare sono stati promossi con la partecipazione di un solo partito presente in Parlamento e con la partecipazione assolutamente non preminente di altri che ne stanno fuori. Le elezioni dei sindaci a Milano e Napoli si è svolta sotto la pressione di movimenti e comitati che hanno, di fatto, imposto i loro candidati. Il milione e duecentomila firme sul referendum elettorale che cambierà l’equilibrio politico in Italia si è svolta quasi tutta ad opera di organizzazioni della società civile.

Che sta succedendo alla politica e ai partiti?

Sembra chiaro che la politica si sta trasformando con il massiccio ingresso della società civile non solo con le organizzazioni, ma anche con la partecipazione di milioni di singoli cittadini che, attraverso i social network, influenzano l’opinione pubblica in maniera inimmaginabile anche solo 5 anni fa.

Anche da parte delle organizzazioni della società civile inoltre c’è una focalizzazione su obiettivi, temi e campagne che non c’era nel passato. Sembra quasi che abbiano deciso di non aspettare più l’iniziativa dei partiti e di fare da sole. Chi c’è c’è, gli altri li cercheremo strada facendo, questa sembra la loro filosofia.

Fin qui si potrebbero tradurre questi fenomeni in una lentezza dei partiti tradizionali sostituita dalla velocità di altri soggetti. C’è, invece, dell’altro. Per esempio, la Comunità di Sant’Egidio il cui fondatore oggi siede nel governo fa politica oppure no? A me sembra di sì. Qualcuno potrebbe dire: ma chi li ha eletti? Facile la risposta: si sono eletti da soli con le opere che hanno compiuto e con il seguito che hanno acquisito.

Quanti altri casi Sant’Egidio ci sono in Italia? Probabilmente tanti, impegnati in settori diversi e che da tempo hanno rinunciato a lavorare in silenzio e, sempre più spesso, decidono di comunicare direttamente il loro pensiero sulle scelte migliori nel campo di cui si occupano. Per esempio il Centro Astalli, emanazione dell’Ordine dei Gesuiti, lavora per accogliere ed assistere i rifugiati politici e si fa sentire con comunicati e conferenze stampa sulle scelte politiche dei governi relative all’immigrazione. È una novità che nel passato non c’era. Perché?

Citiamo un altro caso: Cittadinanzattiva. Da molti anni è impegnata nel campo delle politiche pubbliche (sanità, scuola, servizi pubblici, Europa e giustizia), dispone di una presenza territoriale articolata per reti e si esprime con campagne su singoli temi e, soprattutto, con la pratica della valutazione civica che non è altro che un monitoraggio sistematico sulle politiche ministeriali, regionali e locali viste attraverso i loro effetti sui servizi resi ai cittadini.

Fa politica Cittadinanzattiva? Sì, ovvio, ma non presenta liste e non fa eleggere nessun suo rappresentante.

Parliamo delle associazioni ambientaliste (quelle che non hanno dato vita a partiti) e dei consumatori? Vale lo stesso discorso: fanno politica. Non cito tutti gli altri casi, ma sono veramente tanti. Cosa li accomuna tutti? Il fatto che abbiano bisogno di un mediatore per arrivare ad incidere sulle scelte delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche. Il mediatore è il partito. Così come lo è per le categorie sociali organizzate, per i gruppi economici, per i sindacati. Il partito mediatore e interprete.

Sarebbe uno schema semplice se non presentasse diversi inconvenienti. Innanzitutto l’orientamento alla conquista del potere che ogni partito si trova nel suo DNA e che lo condiziona moltissimo. Poi un partito agisce, di solito, attraverso le sue rappresentanze istituzionali e non agisce direttamente sui temi che nascono dalla società e che gli vengono proposti dalla società civile. inoltre le scadenze di un partito sono quelle delle campagne elettorali il che comporta un orizzonte temporale molto breve. Infine, nessuno può sbloccare una situazione bloccata nelle istituzioni di vertice dello Stato perché sono le depositarie della sovranità e se uno o più partiti s’impuntano le istituzioni restano bloccate. Il caso del governo Berlusconi è emblematico tanto è vero che la successione delle dimissioni originate dalla perdita della maggioranza alla Camera e della nomina di Monti (che, comunque, adesso ha ricevuto la fiducia della maggioranza del Parlamento), ha fatto gridare alla sospensione della democrazia e addirittura al golpe del Presidente della Repubblica.

Bastano questi punti per porsi una domanda: se i partiti possono diventare un ostacolo per la democrazia e per la politica con cosa li sostituiamo? La risposta è difficile, ma, comunque, non si tratta di sostituzione bensì di integrazione e di meccanismi che vadano oltre la mera nomina attraverso elezioni. Si tratta anche di meccanismi che favoriscano l’emarginazione dei partiti macchine di potere ovvero di quei partiti che puntino tutto sul loro ruolo di mediatori strapagati fra società ed istituzioni. Attraverso la trasformazione della politica in funzione sociale diffusa si potrà favorire questo processo insieme alla strutturazione della partecipazione che leghi la presenza del singolo cittadino al funzionamento di uno o più servizi sottratti al controllo diretto della politica o del mercato. E non solo di questo si tratta ovviamente perché la partecipazione deve condizionare la politica fino al governo nazionale con meccanismi strutturali.

Non è questa la sede per cercare tutte le risposte, ma solo per segnalare un tema da sviluppare. Ciò che conta è che si diffonda prima la cultura della partecipazione alla politica che prepari il terreno ai successivi cambiamenti istituzionali.

Questo evidentemente è compito di chi opera già oggi nella società civile, dei partiti più sensibili e di quanti si dedicano per professione o vocazione all’elaborazione del pensiero politico. Importante è essere consapevoli che siamo giunti al limite delle possibilità di questo assetto delle democrazie occidentali e che un passo avanti si farà se ci saranno i soggetti convinti di farlo. Altrimenti si andrà indietro, magari verso quella videocrazia che abbiamo sperimentato solo in parte in Italia negli ultimi venti anni.

Claudio Lombardi

Dalla protesta alla cittadinanza attiva per ridare alla politica prospettive generali (di Giuseppe Cotturri)

Amministrative, referendum: sembra crollata d’improvviso la capacità di Berlusconi di raccogliere consenso maggioritario. E’ finito il suo ciclo politico? Si vedrà. Ma intanto la spinta che queste tornate elettorali – soprattutto il quorum di partecipazione al referendum – sembrano dare a  una ripresa democratica autorizza a sperare.

Tuttavia è necessario un pensiero più approfondito.

Il voto ha manifestato una insofferenza crescente verso il modo manipolatorio e sostanzialmente elusivo del governo berlusconiano. Manipolazione della realtà, problemi reali nascosti ed elusi: alla fine il “cortocircuito” potere-comunicazione pubblica va in tilt, un numero crescente di persone riprende a ragionare in autonomia sulle prospettive del paese.

Le forze politiche di opposizione naturalmente sono protese nello sforzo di volgere a proprio vantaggio quello che, al momento, è solo un “umore” diffuso, malcontento e disaffezione dal grande affabulatore. Ma che le spinte “anti” possano tradursi in spinte “per” qualcosa, è questione assai più complicata e richiede gran tempo. La stessa definizione di questi moti in termini di “ripresa della partecipazione democratica” deve essere sottoposta a un vaglio più severo. Infatti la natura del fenomeno partecipativo si dispiega nel tempo, e, invece, certe “esplosioni” improvvise di opinione possono risultare fuochi di un attimo.

Anzitutto a cosa si partecipa in questo nuovo secolo? L’Italia per questo aspetto non è diversa da altri paesi capitalisti. Le organizzazioni storiche del Movimento Operaio tra Otto e Novecento prospettavano una partecipazione alla costruzione di solide cittadelle, sistemi di diritti protetti e garanzie collettive negli Stati-nazione. Gli studiosi parlano di fasi iniziali di estraneità e assedio da parte di quei movimenti, ma poi di processi di integrazione delle masse lavoratrici negli Stati borghesi. Questi furono trasformati in Stati sociali, Welfare States. Le costruzioni avevano assunto una fisionomia propria. Profonde furono le ristrutturazioni.

Il punto è che la metafora della solida costruzione indicava una meta, ma anche una cultura della organizzazione, e una capacità di stabilità e durata delle conquiste. L’intera vicenda si svolse su tempi lunghi e questo conferì alla coscienza diffusa la sensazione che si fosse entrati in una nuova “epoca” storica. A fine Novecento lo scenario della “globalizzazione” fa vedere invece Stati sempre più incapaci di proteggere le proprie comunità e universi sempre più “fluidi” in movimento tumultuoso: correnti fortissime trascinano via residui della civiltà “solida” dei protocostruttori, tutto è sospinto verso un mare sconosciuto, nessuno può frenare o sviare la “corrente”. La metafora dei sociologi è ora quella della società fluida. Chi partecipa in queste condizioni non ha un suo mattone da portare, non un muro dietro cui ripararsi: si nuota nella corrente per sopravvivere, non si alzano livelli sovrapposti, si resta in superficie, galleggiando con quel poco che si riesce a trattenere vicino a sé. Queste raffigurazioni riflettono pessimismo, paura , incertezza degli occidentali.

Ma c’è un modo in cui – lasciamo per ora metafore e immaginario collettivo – la domanda “quale partecipazione?” possa essere affrontata con qualche ragionevole filo di speranza? Proviamo a partire da una qualche maggiore determinazione storico-politica.

L’Italia del secondo dopo-guerra nulla sapeva di democrazia e partecipazione: liberato il paese e acquisita la promessa di una “democrazia progressiva” con la Carta del 1948, gli ex-sudditi e la gente cui era stato insegnato a “lavorare, obbedire, combattere” in gran numero si impossessarono anzitutto del libero voto politico. Uomini e donne: una partecipazione elettorale (anche su referendum istituzionale) mai vista, oltre il 90%, rimasta tale per decenni, e poi comunque rimasta tra le più alte nel mondo (perfino nella “seconda Repubblica” il voto politico – benché il corpo elettorale sia stato allargato in modo pasticciato al voto all’estero – resta attorno all’80%).

Milioni poi furono quelli che sperimentarono la partecipazione politico-associativa: si iscrissero ai partiti, che allora ebbero la forma che si dice “di massa” – migliaia di funzionari e dirigenti retribuiti, decine di migliaia di attivisti non retribuiti ma determinanti , milioni di elettori stabili (voto di “appartenenza”).

Qualcosa, però, si incrinò in questa costruzione: si pensa che il colpo venne da poche migliaia di sventati “contestatori”, studenti nutriti di ideologie anti-istituzionali, antiautoritarie, antiamericane. Ma il ’68, come la migliore ricerca sociale ha poi riconosciuto, fu evento mondiale e fenomeno profondamente legato al ricambio generazionale: i nati dopo il secondo conflitto mondiale si affacciarono in tutti i paesi sulla scena politica e ebbero l’ingenuità di credere alle promesse delle democrazie occidentali o a quelle dei paesi del socialismo realizzato. Davano gli uni e gli altri per acquisite le certezze materiali e gli spazi riconosciuti per le loro richieste: volevano andare oltre, volevano più libertà e riforme nei paesi socialisti, e più libertà e beni immateriali in America come in Europa (musica, viaggi, culture solidali; non: posto fisso, reddito individuale garantito, automobile, come i loro genitori lavoratori d’Occidente). E’ questo profondo mutamento sociale che scavò un fossato tra il sistema della rappresentanza politica e le spinte di nuove figure sociali: dopo gli studenti, le donne, gli ambientalisti, i pacifisti, i più recenti no-global…

La crisi dei sistemi di rappresentanza – che sono sistemi di riduzione della pluralità a un conflitto regolato tra due opzioni, e infine consegna del potere all’unico indirizzo fissato dalla maggioranza – lasciava intravedere una dimensione della espressività e della comunicazione, che le istituzioni politiche non potevano soddisfare oltre il gioco limitato che s’è detto (competizioni elettorali, sistemi prevalentemente bipartitici, riduzione dei sistemi più frammentati – come l’Italia – a un imperativo di semplificazione e omologazione al modello occidentale dominante).

La partecipazione attraverso partiti entrò in sofferenza ovunque: durante la guerra del Vietnam in America il 27% della popolazione fu contraria, ma non giunse a fare di questa opposizione una sola spinta politica, molti, piuttosto, si allontanarono dai riti elettorali. In Italia l’art.49 sembrò troppo chiuso, costrittivo: ai partiti che si arroccavano in un loro equilibrio collusivo (consociazione, sistema dei partiti), comitati referendari contrapposero iniziative sempre più destabilizzanti per determinare per oltre un quarto di secolo l’agenda politica del paese. Era altra partecipazione, partecipazione referendaria (con le firme, e col voto in un sol giorno su quesiti puntuali ancorché limitati).

La partecipazione dei cittadini, dunque, sempre più si configurava come stabile contrapposizione ai processi partitico-decisionali. Più tardi, a partire dalla esperienza brasiliana degli anni Novanta di bilanci comunali partecipati, s’è diffusa in Europa una larga sperimentazione similare, ma anche forme diverse di pubblico dibattito, decisioni rimesse a comitati di cittadini debitamente informati, consultazioni ristrette o allargate: insomma un fermento di forme ed esperienze che vengono accomunate con la formula democrazia partecipativa. Come si vede, l’approdo della partecipazione è, per comune intendimento, alla fine del Novecento e in questo inizio di secolo fuori e accanto ai partiti.

Chi vuol salvare la prospettiva della democrazia rappresentativa osserva che, nel significato anglosassone della “democrazia deliberativa” era già ricompressa l’importanza del dibattito pubblico, e che le decisioni delle istituzioni rappresentative sono migliori su quella base. In sostanza, sistema dei partiti e altre forme di partecipazione devono affiancarsi e rendersi complementari, non contrapporsi. La democrazia partecipativa non raggiungerà mai la legittimazione piena e totale delle forme sorrette dal suffragio universale. Il paradosso della partecipazione, infatti, è di mirare a un allargamento rispetto alle chiusure corporative del ceto politico, ma in concreto non riesce mai a coinvolgere tanti cittadini quanti sono quelli che avrebbero diritto e ragione di intervenire.

Una via diversa, e in un certo senso una vera “invenzione” politica, fu la costruzione di un movimento di volontariato dalla metà degli anni Settanta in Italia, per iniziativa di forze cattoliche, ma poi largamente partecipato da persone di altra formazione e orientamento politico. Per sottrarre ai tragici destini degli “anni di piombo” forze preziose della partecipazione civile si indicò il “privato-sociale” come modalità autonoma di fare politica: si opera per la tutela dei soggetti deboli, e pertanto si interviene su un terreno di politica sociale pubblica (mancante o inadeguata); in tal modo si condizionano i governi con la immediatezza dell’agire sociale solidale. Questa invenzione fu affinata, orientò altri soggetti associativi riuniti in un ambito non-profit che, per comodo, fu definito Terzo Settore, cioè non Stato e neppure mercato. E si dette forza infine a una visione del rapporto di reciproco sostegno, ai fini dell’interesse generale e dei “beni comuni” necessari, definito normativamente come regola di sussidiarietà. Discusso negli anni Novanta, il criterio è entrato nella Costituzione nel 2001. Se chiamiamo “cittadinanza attiva” questa specifica modalità dei cittadini di intervenire in proprio per realizzare politiche pubbliche e condizionare quelle che le istituzioni sono tenute ad erogare, vediamo che la partecipazione della cittadinanza attiva (alle politiche sociali appunto) è diversa e più penetrante della partecipazione di altre forme, che appunto si limitano a intervenire nel dibattito o/e nella decisione. Qui l’azione civica autonoma configura esercizio di una sovranità pratica del cittadino, che limita e vincola la sovranità istituita e conferita alle istituzioni pubbliche. Si parla per questo di amministrazione condivisa. La partecipazione alla cittadinanza attiva è dunque partecipazione a un processo, non facile e tuttavia ormai delineato e avviato positivamente, di costruzione di un altro modo di costituire la “sfera pubblica”. Sia la società che lo Stato sono in corso di ridefinizione.

Questo modo di riflettere storico-politico e con ancoraggio a concrete esperienze sociali e istituzionali forse ci può sottrarre alle suggestioni e al pessimismo dei cultori della globalizzazione fluida. Certo, un moto di delusione-protesta antiberlusconi non può essere automaticamente iscritto nelle pratiche di cittadinanza attiva. Ma quel fare attivo, quella capacità di produrre e tutelare condizioni materiali e immateriali di convivenza civile (beni comuni), danno credibilità a questa prospettiva:  secondo i dati multiuso dell’ISTAT sono circa il 20% i cittadini che stabilmente partecipano, almeno due volte l’anno, ad attività di volontariato e associazionismo non-profit. Non bastano certo a salvare il paese, ma non sono poca cosa, è qualcosa su cui vale la pena confidare. Del resto i sondaggi dicono che il volontariato appunto è per gli italiani la galassia sociale che raccoglie il più alto indice di fiducia. A Milano come in Puglia una pratica liberatoria di scelta del leader mediante “primarie”  associa poi al governo territoriale  forze stabili di cittadinanza attiva.

In ogni caso, caduto l’appeal dell’immaginario manipolato dal potere televisivo, appare in tutta la sua evidenza la deriva incontrollata e portatrice di sventure e disgregazione di quella combinazione di interessi economici e politici. La parabola politica di Berlusconi volge al compimento di un ventennio. Ma la società della spettacolarizzazione e dei consumi di massa, promossi da una organizzazione scientifica e monopolistica del marketing, prospera ormai da quarant’anni, prima in Usa, ma anche da noi fin dagli anni Ottanta. Il motore del consumo infinito è nel ferreo presidio degli interessi di marketing nella comunicazione e nella produzione di immaginario collettivo. Il sistema con cui Berlusconi ha fissato un monopolio nella raccolta e distribuzione di pubblicità commerciale a giornali e televisioni è magistrale. La televisione pubblica è stata assediata e poi inglobata, ma non è nel controllo degli organi della Rai il segreto del successo dell’operazione: molto prima dell’ascesa al governo di Forza Italia, il controllo delle risorse commerciali aveva assicurato un condizionamento su tutto il sistema (che impropriamente fu detto duopolio) e segnato per decenni un senso comune di massa.

Ora, è quell’immaginario collettivo, è quell’incremento indiscriminato e apparentemente inarrestabile di desideri individuali (che il capitalismo muove e gestisce con polso ferreo nel mondo), che sono entrati in rotta di collisione con la salvezza stessa del genere umano (energie non rinnovabili, buco dell’ozono, riscaldamento del pianeta). Sono enormi le forze che devono muoversi nel mondo per “governare” un riequilibrio, tra bisogni dell’umanità e risorse planetarie. Anche qui: sono decenni che culture e soggetti dello sviluppo “compatibile” fanno sentire la loro voce. Ma fino a quando anche i cittadini comuni non sentiranno come propria la responsabilità per un mutamento di prospettiva delle economie e delle costruzioni di società, lo sforzo resterà pia intenzione di minoranze illuminate.

Collegare la anonima ma estesa e multiforme pratica di cittadinanza attiva nei tanti paesi in cui queste esperienze si sviluppano a orizzonti generali di questo tipo, per la salvezza del pianeta, non è impossibile. Può sembrare una esagerazione, questo passaggio dalla cittadinanza attiva ai problemi dell’umanità, ma il fatto è che l’esperienza quotidiana ha già messo in diretto contatto le due prospettive: in Italia abbiamo discusso di opere pubbliche come il ponte sullo Stretto, e di nuove centrali nucleari, o di privatizzazione dell’acqua. I referendum hanno mobilitato il paese su queste alternative. Una chiave culturale molto forte d’altronde è già acquisita proprio con la tematizzazione, che la cittadinanza attiva e l’idea sussidiaria hanno fissato in Europa e nella stessa Costituzione italiana. Quella dei beni comuni.

Alcuni beni comuni hanno a che fare con la scarsità (energie, risorse non rinnovabili, ambiente ecologicamente in equilibrio). Ma altri beni, di natura immateriale (conoscenza, capacità creative e comunicative), sono abbondanti: e qui la pretesa di limitarne la crescita e l’impiego pubblico è destinata a sicura sconfitta. Le nuove generazioni sono in contatto in rete. Non solo vogliono contare. Ma già partecipano. E stanno cambiando il mondo. A partire dai paesi africani, che i potenti immaginavano esclusi  dalla storia.

Partecipare dunque è, oggi come non mai, anzitutto comunicare, far crescere saperi, allargare reti, rovesciare luoghi comuni, prospettare soluzioni innovative. E avere il coraggio di praticarle. Quali poi sono le forme organizzative della politica conseguente a queste istanze, è problema che pian piano si sta dipanando.

Giuseppe Cotturri (docente Università di Bari)

Il decreto sviluppo, i referendum, la spazzatura e la corruzione della politica (di Claudio Lombardi)

A pochi giorni dalle elezioni il Governo e la sua maggioranza hanno messo da parte (ma non tolto di mezzo) le leggi per salvare il Presidente del Consiglio dai processi ed è stato approvato un decreto-legge contenente “misure urgenti per l’economia”. Il ministro Tremonti lo ha presentato precisando che si tratta di “riduzioni di oneri e creazioni di incentivi senza usare come motore il bilancio pubblico”.

Bene, era ora si potrebbe dire; oppure: perché non ci avete pensato prima? Non avete il compito istituzionale di seguire lo sviluppo degli eventi e di predisporre le soluzioni guidando il governo dell’Italia? Non è questo il vostro lavoro? Non siete pagati (bene) per svolgerlo? Non avete avuto il potere per farlo?

Le risposte, ovviamente, sono tutti sì. Per la precisione quattro sì come quelli chiesti nel referendum che si svolgerà il 12 e 13 giugno, che il Governo non ha voluto accorpare alle elezioni amministrative della prossima settimana per non favorire la partecipazione dei cittadini e, per questo, decidendo una spesa aggiuntiva di oltre 300 milioni di euro.

Ovviamente i referendum sono indetti e, fosse solo per uno soltanto, la macchina organizzativa farà il suo lavoro. Cioè i soldi si spenderanno. Però il Governo sta per far approvare una norma che rinvia la decisione sul nucleare, mentre invece il referendum vuole cancellarne la possibilità per gli anni a venire. E tenta anche, con la decisione contenuta nel decreto-legge approvato giovedi 5 maggio, di ostacolare i referendum sull’acqua e i servizi locali attraverso l’istituzione di una Autorità di regolazione di settore. Perché ostacolare? Perché del referendum si sa da parecchio tempo, così come si conoscono i limiti della legge che il comitato referendario vuole abrogare che risale a quasi due anni fa. E il Governo solo adesso, a un mese dal voto, si muove? Purtroppo è inevitabile pensar male e cioè che il Governo si preoccupi di sé stesso e non della cura del Paese e tenti di sfuggire al giudizio degli elettori ostacolando i referendum senza abrogare sul serio le leggi che ne sono oggetto.

Il decreto sviluppo andrebbe analizzato pezzo per pezzo, ma qualcosa balza agli occhi: la concessione del diritto di superficie per 90 anni per gli impianti e le costruzioni sulle aree demaniali in riva al mare.

Di questo lo sviluppo ha bisogno? Non sembra proprio visto che mettere un’ipoteca sulle nostre coste a favore di privati è esattamente il contrario di quello che occorrerebbe per favorirne l’utilizzo da parte di residenti e turisti.

A Perugia i PM rinviano a giudizio l’ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso per corruzione poiché dall’inchiesta emerge la “prova incontrovertibile dell’asservimento della pubblica funzione” alla cricca che gestiva gli appalti per le emergenze e i cosiddetti “grandi eventi”. Insieme a lui altri nomi diventati celebri: Diego Anemone e Angelo Balducci in primo luogo. Dunque la magistratura, dopo indagini durate due anni, pensa ci siano fondati motivi per accuse così gravi a carico del braccio destro di Berlusconi per le emergenze (rifiuti in Campania, terremoti, inondazioni) e i grandi eventi (G8 e incontri internazionali, manifestazioni, gare ecc). Sappiamo che la Protezione civile sotto la direzione di Bertolaso ha gestito enormi somme di denaro pubblico e, adesso, la magistratura ci dice che una buona parte di quel denaro è stato rubato o utilizzato male per fare l’interesse di una cricca di speculatori. Sono casi isolati? Non ci sono gli stessi problemi in tante altre vicende che coinvolgono ministri, assessori ed esponenti politici minori? E quanto costa tutto ciò agli italiani? Quando si dice che lo Stato non ha soldi per la scuola o per i servizi sanitari e che deve risparmiare quanto è colpa di chi ha rubato e ha protetto i ladri?

Tornano i militari a Napoli! Ormai è diventato un rito: ogni tot mesi i militari devono andare a spazzare i rifiuti a Napoli. Che sia un clamoroso fallimento della politica e dei servizi pubblici dei quali porta la responsabilità è evidente. Così come è ormai chiaro che ci sono tanti speculatori che ingrassano sulla finta emergenza napoletana. Finta perché creata ad arte per “succhiare” soldi pubblici come hanno dimostrato su civicolab Walter Ganapini e Paolo Miggiano.

Ora anche a Roma si comincia a parlare di emergenza rifiuti perché l’AMA non ritira la spazzatura dalle strade da diversi giorni con la scusa del 1° maggio e del Papa. Anche qui un’osservazione che riguarda la politica: l’AMA è al 100% del Comune di Roma ed è stata accusata di aver fatto assunzioni di impiegati inutili negli ultimi due anni (la stessa cosa all’ATAC che gestisce i trasporti urbani). Adesso si scopre che non riesce a fare il suo lavoro e già si sa che le tariffe dei rifiuti cresceranno di circa il 20% quest’anno. È ovvio che il conto lo devono pagare i responsabili politici che, avendo tutto il potere in mano, non sono stati capaci di organizzare, indirizzare, vigilare. Chi altri sennò?

Intanto il Governo “assume” altri 9 sottosegretari e Berlusconi ne annuncia almeno altri 10. Perché? Per raccogliere la spazzatura? No, per compensare l’appoggio dei parlamentari che hanno votato la fiducia al Governo distaccandosi da altri partiti. Cos’è questo se non un mercato dei voti e delle cariche? Pagate dai cittadini s’intende. Ecco un altro esempio di disinteresse per l’interesse generale che dovrebbe far riflettere tutti i politici perché troppo spesso il potere dà alla testa e chi lo ottiene pensa che le istituzioni siano di sua proprietà. E, invece, appartengono ai cittadini.

Dulcis in fundo il Pronto soccorso scoppia in molti ospedali italiani a causa dei tagli di spesa che hanno ridotto le strutture e il personale e della mancanza di presidi territoriali alternativi. Ciò significa che chi sta male sta ancora più male e ha paura di andare al pronto soccorso perché sa che lo aspetta una dura attesa di ore. A Roma, a Tor Vergata anche giorni in barella nei corridoi. Intanto il giornalista Lamberto Sposini colpito da ictus rischia gravi conseguenze perché all’ospedale Santo Spirito hanno chiuso la sala operatoria di neurochirurgia per risparmiare ed è stato operato con ore di ritardo. È capitato a lui, ma capita a tanti altri che non sono famosi. Nel suo caso ne hanno parlato i giornali perlomeno.

Intanto i cittadini si organizzano e fanno un monitoraggio nazionale del pronto soccorso (Cittadinanzattiva il 18 aprile in oltre 70 ospedali). Però non sono loro a poter decidere o ad avere il potere di intervenire.

Si torna al punto centrale: la politica e il potere di cui dispone. Fino a quando i cittadini sopporteranno come una calamità naturale che i politici lo esercitino in base alle loro convenienze e agli interessi loro e del gruppo cui appartengono? Quando si tornerà alla politica trasparente e partecipata che opera nell’interesse della collettività? Quando il politico che sbaglia e si fa gli affari suoi con i poteri di cui dispone sarà colpito con severità doppia rispetto a quella riservata al comune cittadino? La vogliamo smettere di esercitare tanta “comprensione” per chi svolge pubbliche funzioni? Questa “comprensione” da parte di tanti cittadini certifica solo il loro stato di sudditanza nei confronti del potere. Sarebbe ora di emanciparsi.

Claudio Lombardi