SI PUO’ PARLARE DI ILVA SENZA MENZIONARE LA MAGISTRATURA?

Chiaramente no. Non lo può fare chi segue da osservatore la vicenda dall’inizio e meno che mai possono farlo i sindacalisti che però non mettono sotto accusa la magistratura –  divinità intoccabile dei nostri tempi – e nemmeno i partiti di sinistra che alla regione e al governo nazionale hanno gestito il declino dell’acciaieria continuando a parlare di piani di ristrutturazione produttiva, di decarbonizzazione, di rilancio, avendo in mente la nazionalizzazione ovvero i salari dei lavoratori messi in conto allo stato mentre l’acciaieria chiude. Un capolavoro.

Invece la magistratura ha “sequestrato” l’Ilva nel 2012 e l’ha portata allo spegnimento. L’ultimo atto è la sentenza della Corte d’Appello di Milano che ha ordinato la chiusura dell’area a caldo entro ottobre. Ora se ne sta occupando la Corte di Cassazione e sentite cosa scrivono due sostituti procuratori generali, un procuratore e un avvocato che stanno istruendo il procedimento per decidere la legittimità dell’ordinanza della Corte di appello milanese: “FERMARE LA PRODUZIONE ILVA SENZA AVER DIMOSTRATO L’ESISTENZA DI UN PERICOLO CONCRETO E ATTUALE per la comunità ionica può costituire quello che le società hanno definito danno irreversibile”.

I giudici milanesi avevano disposto la chiusura per due ragioni: la presenza di 2 tonnellate di amianto in fabbrica e la mancanza di limiti emissivi per le polveri sottili. Ma ora il Pg della Cassazione contesta la Corte milanese: “L’obbligo di sospensione presuppone che PERICOLI ‘GRAVI E RILEVANTI’ per l’ambiente e la salute umana SIANO STATI INDIVIDUATI”, ma “la Corte d’appello li ha invece DESUNTI DA DATI EPIDEMIOLOGICI RELATIVI A PERIODI AMPIAMENTE PREGRESSI, dalla mera esistenza di prescrizioni di monitoraggio e da uno scenario produttivo non attuale”. Ovvero senza tenere conto degli adeguamenti fatti da ArcelorMittal come imposti dalle Bat (migliori soluzioni disponibili).

Riguardo alla presenza di amianto, sigillato negli altoforni, secondo la procura la Corte d’appello non ha accertato che nel corso del ciclo produttivo si verifichi o possa verificarsi un’emissione di fibre verso l’ambiente esterno. HA QUINDI DEDOTTO UNA PERCOLOSITA’ DELLA SOSTANZA PURAMENTE IN ASTRATTO. Quanto alle emissioni, secondo la Pg “ha errato la Corte di merito nell’utilizzare i rapporti di Vds redatti fino al 2023, attribuendo una valenza chiaramente ‘predittiva’, come se, dall’esame dello stato di salute complessivo della popolazione interessata registrato negli anni che vanno dal 2017 al 2023, potesse ricavarsi una sicura prognosi circa l’esistenza di un pericolo ‘grave e rilevante’ per la salute pubblica nell’anno 2026. Senza tenere conto, invece, che a partire dal 30 gennaio 2025 non sono più necessarie le Valutazioni di danno sanitario, ma solo la Valutazione di impatto sanitario fatta dalla stessa Ilva con il parere dell’Istituto superiore di sanità”. Per anni una parte della politica, a partire dal vicepresidente M5s Mario Turco, si è battuta per avere la Vis, e ora che c’è (e accerta che l’impatto sanitario è accettabile) non ne tiene conto. Per il Pg, la Corte ha poi “ritenuto IRRILEVANTE IL RISPETTO DEGLI STANDARD DI QUALITA’ DELL’ARIA FISSATI EX LEGE E HA IMPOSTO L’INTRODUZIONE DI LIMITI ULTERIORI SENZA INDIVIDUARE NE’ LA NORMA CHE LI IMPORREBBE, NE’ IL PARAMETRO alla stregua del quale determinarli”.

In pratica si tratta di una requisitoria che dovrebbe  portare sul banco degli accusati molti magistrati rei di eccesso di potere e reiterata violazione delle leggi. Una specie di colpetto di stato.

La grande domanda è: potevano fare di più i governi? Sicuramente sì. Purtroppo ci sono stati gli anni dello strapotere dei 5 stelle autentica sciagura italiana e c’è la timidezza anche di quello Meloni. Ci sarebbe voluta una fortissima volontà politica per uscirne, ma è mancata e così la magistratura si è presa il potere di decidere la politica industriale italiana. Ora i sindacalisti cianciano di rilancio produttivo, ma in realtà vogliono i soldi. Il sindacato fa i suoi interessi non quelli dell’Italia

Claudio Lombardi

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