All’origine dello scontro con l’Iran
Ritorniamo al 6 ottobre 2023, il giorno prima della strage.
Israele e i Paesi arabi, in primis l’Arabia Saudita, stavano compiendo una lunga marcia di avvicinamento per portarli, se non ad un’amicizia fraterna, quanto meno ad un pacifico modus vivendi, sulla falsariga di quanto successo, nei decenni precedenti, con Giordania ed Egitto. Proprio in quei giorni, ai primi di ottobre, una delegazione israeliana si trovava a Riyad, capitale dell’Arabia, per partecipare al congresso internazionale postale. Nel corso della visita, il delegato israeliano, il ministro delle comunicazioni Shlomo Karhi, si fece fotografare durante la preghiera, nella sua stanza d’albergo, con una copia della Torah, avvolta in un drappo con la scritta, in varie lingue tra cui l’arabo, che ricordava la comunità ebraica d’Arabia e con la dedica al principe Bin Salman.
Il 7 ottobre fu scatenato anche per questo, per impedire ulteriori passi avanti nella normalizzazione dei rapporti tra Israele e il mondo arabo. La speranza di Hamas era che la reazione di Israele avrebbe portato all’incendio dell’area, con le masse popolari arabe in aperta ostilità verso i propri governanti più inclini al compromesso. Non è successo, e in questi oltre due anni dal 7 ottobre si sono viste più manifestazioni anti israeliane qui nei paesi occidentali che non nei paesi arabi.
A spingere sul risentimento anti israeliano, e sulla sconfessione dei regimi arabi, era l’Iran sciita che da anni stava conducendo contro di essi una guerra a bassa intensità. Nello Yemen, per esempio, con l’appoggio dato agli Huthi, guerriglieri sciiti in penisola arabica e, prima ancora, nella guerra contro l’Isis, condotta dai pasdaran di Qasem Soleimani, poi ucciso da un drone USA per ordine di Trump durante il suo primo mandato. Quell’Isis che era nato per opera di estremisti sunniti per impedire la formazione della mezzaluna sciita, vale a dire un arco geografico che dall’Iran passasse tramite Iraq e Siria (sotto Assad) per terminare in Libano, versante Hezbollah, sulle rive del Mediterraneo.
Questo spiegamento sciita aveva come nemico dichiarato Israele, ovviamente, e, in filigrana, i paesi arabi sunniti. Gli interessi di Israele, quindi, convergevano, quel 6 ottobre, con quelli di molti paesi arabi, se non altro per avere il nemico in comune, e la distensione, sotto nome di patti di Abramo, procedeva con passi sicuri ancorché non rapidissimi. Poi arrivò l’alba del 7 ottobre, e quello che era, da parte di Israele, un duro confronto con l’Iran divenne scontro aperto che culminò, dopo i bombardamenti su Hezbollah, con quelli di giugno su Teheran.
Il conflitto di questi giorni è l’ultimo capitolo in ordine di tempo. L’obiettivo non è più contenere l’Iran, ma disarticolarlo una volta per tutte, decapitandone la dirigenza a costo di creare un successivo e pericoloso vuoto di potere che non si sa come e da chi sarà riempito. Dal canto suo Teheran, con i missili inviati sui paesi arabi del Golfo e sull’Arabia, tra i quali i protagonisti di quei patti di Abramo e della distensione graduale con Israele, non si fa più scrupolo nel distinguere i suoi nemici ma, anzi, si pone esplicitamente come antagonista non solo dei tradizionali USA e Israele, ma anche dei paesi arabi sunniti dell’area. È come se, così facendo, volesse additare un fronte unico che comprenda “sionisti”, “crociati” e quei pasi arabi sunniti, Arabia in primis, che, parola di Khamenei, compiono “un tradimento della Umma islamica e del mondo musulmano”.
Per il regime di Teheran questa è una battaglia per la propria sopravvivenza al potere, che viene presentata come conflitto apocalittico tra i difensori della fede e i suoi nemici e traditori. La speranza, nemmeno tanto recondita, è che il mondo musulmano, a partire dalle famose masse arabe, si unisca in questa battaglia finale, in un Armageddon tra i sostenitori della fede e i suoi nemici, che abbia come risultato la destabilizzazione delle monarchie arabe e del Golfo. Era anche l’obiettivo di Hamas, ma, con tutta evidenza, non si è realizzato.
Jack Daniel (da facebook)


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