Crisi e prezzi dell’energia

Un articolo molto ampio e ben documentato su www.valigiablu.it a firma di Andrea Turco fa il punto sulla crisi dei prezzi dell’energia che stiamo vivendo. Ne pubblichiamo alcuni stralci

I prezzi delle bollette di energia elettrica e gas in poco meno di due anni sono triplicati. La crisi energetica che da alcuni mesi funesta l’intero globo (…) minaccia di diventare sistemica.

Pur immerso in uno scenario così allarmante, nel nostro paese, però, i consumi continuano ad aumentare.

Luce e gas e crisi

Leggere la bolletta dell’energia elettrica non è facile (qui e qui due buone guide) ma è fondamentale per capire la crisi energetica in corso. Lo spiega il comunicato stampa del 30 dicembre con il quale Arera, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, ha ufficializzato gli aumenti tanto temuti e tanto attesi:

I nuovi straordinari record al rialzo dei prezzi dei prodotti energetici all’ingrosso (quasi raddoppiati nei mercati spot del gas naturale e dell’energia elettrica nel periodo settembre-dicembre 2021) e dei permessi di emissione di CO2 avrebbero portato ad un aumento del 65% della bolletta dell’elettricità e del 59,2% di quella del gas. L’Autorità ha confermato l’annullamento transitorio degli oneri generali di sistema in bolletta e potenziato il bonus sociale alle famiglie in difficoltàin base a quanto previsto dalla Legge di Bilancio 2022, con cui il governo – oltre a ridurre l’IVA sul gas al 5% per il trimestre – ha stanziato le risorse necessarie agli interventi, con ciò consentendo di alleggerire l’impatto su 29 milioni di famiglie e 6 milioni di microimprese. Malgrado gli interventi, tuttavia, l’aumento per la famiglia tipo in tutela sarà comunque del +55% per la bolletta dell’elettricità e del +41,8% per quella del gas per il primo trimestre del 2022.

L’aumento più considerevole è quello relativo ai “costi di approvvigionamento dell’energia”, che costituisce tre quarti del totale della bolletta. Proprio dove servono strategie a lungo termine. Il problema, infatti, è strutturale e dipende dall’eccessiva dipendenza delle forniture di energia elettrica dal gas e, in misura minore, dalle quote di emissioni dell’anidride carbonica.

Secondo l’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano, pubblicata da Enea, il 42% dell’approvvigionamento energetico italiano dipende dal gas naturale. Il quale a sua volta, come ricordato in più occasioni dal ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani, viene “importato (quasi) tutto”. Più precisamente “produciamo solo 4,5 miliardi di metri cubi di gas, a fronte di un consumo pari a 72 miliardi di metri cubi”. In un mix energetico così sbilanciato verso il gas estero, il nostro paese si è ritrovato in mezzo alla “tempesta perfetta” (citazione ancora da Cingolani), scaturita da più fattori, molti dei quali atavici. Ne citiamo alcuni:

  1. Da metà dicembre la Russia di Vladimir Putin ha deciso di ridurre i rifornimenti di gas naturale verso il Vecchio Continente. (…) La mossa moscovita ha messo in crisi l’Unione Europea, che dalla Russia importa quasi la metà del gas utilizzato per i consumi (il 48%, una quota che per l’Italia scende al 43%). E la situazione di dipendenza è destinata ad aumentare dato che, come sottolineato dal ministro Cingolani in un’audizione al Parlamento sui prezzi dell’energia lo scorso 14 dicembre, “alla previsione di un costante declino del consumo e della produzione interna di gas, si affianca un parallelo incremento dell’importazione di gas, dall’82% del 2020 all’89% nel 2040, che sale al 98% per la sola Italia” (….)
  2. Col ritorno dei consumi ai livelli pre-COVID è tornata ad aumentare la richiesta di energia, soprattutto da parte dell’Asia (…) In questo modo Cina e India hanno messo ulteriormente in difficoltà gli Stati europei, già in difficoltà per via della crisi russa. (…)
  3. Tra le importazioni di gas più importanti per il nostro paese ci sono quelle provenienti dall’Algeria e dalla Libia: Stati in cui è forte il radicamento di Enisui territori ma che continuano a soffrire un’instabilità politica che si ripercuote poi nella stabilità e nella completezza degli approvvigionamenti.

L’incrocio di queste e altre variabili ha prodotto un risultato che, come fa notare Il Sole 24 ore, è dirompente:

In particolare, il prezzo spot del gas naturale al Ttf (il mercato di riferimento europeo per il gas naturale) è aumentato, da gennaio a dicembre di quest’anno, di quasi il 500% (da 21 a 120 €/MWh nei valori medi mensili); nello stesso periodo, il prezzo della CO2 è più che raddoppiato (da 33 a 79 €/tCO2). La crescita marcata dei costi del combustibile e della CO2 si è riflessa, quindi, nel prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso che, nello stesso periodo, è aumentato di quasi il 400% (da 61 a 288 €/MWh nei valori medi mensili). Analoghe ripercussioni sui prezzi per i consumatori finali si sono registrate in tutta Europa.

Sono tre, secondo La Stampa, le opzioni che il presidente del Consiglio Mario Draghi intende portare avanti: stimolare una strategia comune europea, spingere gli Stati Uniti a dare l’assenso all’avvio del gasdotto North Stream 2, aumentare la produzione interna di gas. Come si nota, però, non si esce dal tunnel delle fonti fossili. La stessa Arera, poi, parlava degli aumenti dei “permessi di emissioni di Co2” come concausa dell’aumento delle bollette. Di cosa si tratta? Lo spiega bene Internazionale:

Il sistema Ets, istituito dall’Unione Europea nel 2005, assegna ogni anno delle quote di emissioni di CO2 alle aziende. Superato questo tetto le imprese devono acquistare da altre aziende più pulite quote di CO2 per evitare di incorrere in sanzioni. Più la richiesta di “quote pulite” aumenta – per effetto di direttive europee più stringenti sulle emissioni – più il loro prezzo sale. (…)

(…) Si tratta di una forma di tassazione ambientale, che mira a incentivare a disinquinare o, almeno, a inquinare meno. Ciò avviene, o dovrebbe avvenire, perché ogni impianto di generazione di energia elettrica possiede un suo coefficiente di emissione di CO2 per ogni kilowattora prodotto. Questo coefficiente è molto alto per le centrali a carbone e a olio combustibile, è mediamente alto per le centrali a gas naturale, è molto basso o nullo per gli impianti rinnovabili e nucleari. Per questo motivo, come fa notare su Teleborsa l’analista Guido Salerno Aletta, ogni Stato dell’Unione Europea incassa proventi maggiori o minori dalla vendita delle quote di emissione a seconda della fonte di energia più utilizzata per la produzione di energia elettrica (…)

Si tratta però di un meccanismo non solo esecrabile dal punto di vista morale ma anche controproducente: solo nel mercato europeo, secondo i dati diffusi dalla rivista Energia e dal suo direttore Alberto Clò, il prezzo dell’anidride carbonica “è aumentato in un anno da 28 dollari a tonnellata a 65 dollari a ottobre per balzare verso gli 80 dollari”. È facile perciò notare che col mercato dei crediti di carbonio non è vero che “chi inquina paga”, secondo un noto principio europeo, quanto piuttosto che le scelte governative a livello energetico si riversano poi sui consumatori finali attraverso le bollette del consumo elettrico. (….)

Un altro anno a tutto gas?

L’idea del governo, come accennato in precedenza, è quella di puntare all’autosufficienza energetica e, nello specifico, sul gas. Da qualche tempo il ministro Cingolani ripete l’obiettivo come fosse un mantra: “Raddoppiare i 4 miliardi di metri cubi attuali”, meglio se “nei prossimi 12-18 mesi”. Puntare, insomma, sulla “produzione di gas nazionale con giacimenti già aperti” perché “dobbiamo utilizzare tutte le frecce a nostra disposizione”. La ricetta viene spiegata meglio, ancora una volta, da Il Sole 24 Ore (…)

(…) E’ innegabile che, in attesa delle autorizzazioni, soltanto “sviluppare un progetto per l’estrazione nell’alto Adriatico richiederebbe tra 12 e 18 mesi”. I tempi lunghi, le incertezze e i verbi al condizionale fanno presagire che le nostre bollette rimarranno salate ancora per un bel po’. A poco valgono gli appelli dell’infaticabile Davide Tabarelli, presidente del think thank Nomisma Energia, che da anni pressa il governo affinché “torni a trivellare”. Tabarelli sostiene che:

La produzione di gas metano in Italia dal 1950 al 2021 è stata di 798 miliardi di metri cubi. Il picco di nostra produzione si registra nel 1994 con 21 miliardi l’anno. Nel 2021 siamo precipitati a 3,3 miliardi di metri cubi. È la soglia minima dal 1954. Per arrivare al fabbisogno necessario dobbiamo ricorrere alle importazioni. La nostra produzione potrebbe essere di 13 miliardi di metri cubi l’anno in più. Il prezzo del metano oggi sul mercato è di 0,8 centesimi, cioè 4 volte la media del 2020. Significa che lasciamo sottoterra 8 miliardi di euro e diamo soldi serenamente sotto forma di pagamenti a Russia, Norvegia, Libia, Algeria, Azerbaijan e Qatar. Noi paghiamo e Putin produce armi, noi paghiamo e la Libia ci manda i migranti.

Le solite note

Già, chi si è avvantaggiato finora dell’aumento vertiginoso dei prezzi del gas e dell’energia elettrica? Proprio loro, le compagnie che quel gas e quell’energia elettrica la producono e la distribuiscono. (…) In Italia i nomi li fa L’Espresso:

In prima fila l’Enel, di gran lunga il primo produttore di elettricità del paese (vale il 16 per cento circa del mercato) e anche l’Eni, che importa e vende quasi la metà del gas consumato in Italia.

Entrambi i due colossi energetici italiani, comunque, almeno in pubblico evitano ostentazioni di giubilo. A ottobre 2021, secondo i calcoli di Nomisma Energia, l’ENI avrebbe già guadagnato un miliardo di euro di utili. (….)

Tuttavia, secondo Il Giornale, già a marzo (il primo appuntamento con i conti di bilancio del nuovo anno) i profitti societari delle compagnie energetiche italiane “potrebbero segnare un rialzo medio del 30-40%”. D’altra parte a metà dicembre era stato lo stesso premier Mario Draghi a parlare di quei profitti. Contro il rincaro delle bollette, aveva detto Draghi, “ci sono stanziamenti imponenti, di misura mai vista prima, orientata a sollevare i più deboli. Questi stanziamenti non possono andare avanti all’infinito, quindi serve una soluzione strutturale e occorre fare una riflessione sul meccanismo di prezzo dell’energia”. Ecco perché “è difficile pensare a una riflessione strutturale che non guardi ai profitti che le società hanno avuto, difficile non chiamare alla compartecipazione dei costi comuni chi ha maturato questi profitti”.

Con i prezzi del gas in aumento, in ogni caso, si sono arricchite anche le società che producono energia tramite fonti rinnovabili. Un paradosso solo apparente e che viene ben spiegato ancora da L’Espresso:

La Borsa dell’energia elettrica, che serve da riferimento per le bollette, è regolata da un sistema particolare (system marginal price) che fissa i prezzi sulla base delle quotazioni del gas. Se queste ultime si impennano, come è successo di recente, a guadagnare di più, molto di più, sono le centrali che usano fonti rinnovabili, dall’idroelettrico al fotovoltaico, perché hanno costi di gran lunga inferiori rispetto a quelli degli impianti a gas. (…)

L’esempio della Spagna e la proposta di Terna

Il riferimento di Draghi alla “compartecipazione dei costi comuni” da parte delle società energetiche era evidentemente un collegamento con quanto accaduto in Spagna, dove a settembre l’esecutivo guidato dal premier Pedro Sánchez aveva proposto “una diminuzione temporanea dell’eccesso di remunerazione” per le imprese che lo stavano ottenendo indirettamente grazie all’aumento del gas. (…). La proposta nello specifico era chiara:

Quando il gas costa più di 20 euro per megawatt/ora sul mercato (ora ne vale circa 60), i benefici ottenuti dalle imprese energetiche che producono energia nucleare o idroelettrica dovranno essere destinati a ridurre la bolletta andando a compensare la parte dei costi regolamentati. Assieme all’intervento sul mercato della Co2 mediante l’aumento del limite del denaro incassato per i diritti di emissione (che passano da 1 miliardo e 100 milioni a 2 miliardi), lo stato metterà i 900 milioni che procedono dalla vendita del carbonio (il cui valore è cresciuto quest’anno per la crescita dell’economia e gli obiettivi climatici della Ue).

Dopo l’opposizione (anche) di Enel e le critiche da parte dell’Unione Europea, il governo spagnolo ha comunque corretto il tiro. E allora se nemmeno la parziale restituzione degli utili da parte delle società energetiche è una strada percorribile, cosa si può fare per calmierare l’aumento delle bollette? Uno spunto arriva da Stefano Donnarumma, amministratore delegato di Terna:

Se invece di produrre il 35% di energia rinnovabile, oggi se ne producesse il 65%, che è l’obiettivo europeo entro 10 anni sul quale stiamo lavorando, l’impatto sulla bolletta sarebbe stato pari a meno della metà. Sono convinto che fra 15-20 anni il costo dell’energia per gli italiani sarà equivalente a pagare la tassa dei rifiuti, ovvero non spenderemo più soldi per la materia prima, ma solo per la struttura di gestione e di trasporto dell’energia attraverso le reti e in questo è fondamentale il ruolo di Terna come grande gestore della rete di trasmissione italiana (…) La soluzione vera però è quella di produrre energia sempre più autonomamente: l’unico modo per farlo nel breve e medio periodo, cioè nei prossimi 5-7 anni, è di installare molta energia rinnovabile: fotovoltaico ed eolico. (…)

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