Gaza, la città che si è scavata la propria tomba

Riflettevo ieri su un semplice fatto; Come possono essere stati costruiti settecentocinquanta chilometri di tunnel in cemento armato, attrezzati con acqua, elettricità e ventilazione, costruiti sotto uno dei territori più piccoli e più densamente popolati al mondo?  Non è una leggenda metropolitana, non è una voce di propaganda: è la realtà di Gaza. Un lembo di terra lungo quarantuno chilometri, largo al massimo dodici, che invece di crescere verso la vita ha scelto di scavarsi verso la morte.

Non si tratta di tunnel di salvataggio, non sono vie di fuga. Sono infrastrutture militari, veri e propri bunker sotterranei, pensati per durare, per resistere, per combattere. Non sono stati costruiti di nascosto. Non si realizza un progetto del genere, sotto scuole, mercati, moschee, ospedali e abitazioni civili, senza che chi vive sopra non lo sappia e se ne accorga. La popolazione ha visto. Ha saputo. Ha taciuto. Molti hanno collaborato, altri hanno fatto finta di niente. Ma nessuno ha fermato nulla. E questo dice tutto.

Mentre in superficie mancavano ospedali, fogne funzionanti, impianti idrici e infrastrutture, Gaza investiva tonnellate di cemento per fortificare il sottosuolo. Il cemento non finiva nelle case, ma nei tunnel. L’acciaio non reggeva i tetti delle scuole, ma i passaggi dei razzi. I generatori non servivano i reparti pediatrici, ma i rifugi per i comandanti. I bambini non venivano mandati a studiare, ma educati al martirio.

Chi guarda a Gaza come a un campo profughi senza voce, dovrebbe fermarsi, guardare più a fondo e tentare di riflettere, se ne ha facoltà. Non c’è stato solo silenzio. C’è stato consenso. C’è stata scelta. Hamas non ha imposto la sua visione in una notte. È stata eletta, sostenuta, osannata. Ha promesso distruzione, e ha ricevuto applausi. Ha costruito la sua rete militare sulla testa dei civili, e nessuno ha detto basta. Perché in fondo quella rete era l’orgoglio del cosiddetto popolo della resistenza.

Ed è per questo che oggi parlare di Gaza come di un innocente martire è una distorsione. Gli abitanti di Hamas, quelli che l’Occidente continua ostinatamente a descrivere come vittime inermi di un presunto genocidio, sono stati per anni complici consapevoli di un progetto di guerra. Hanno sacrificato il futuro dei propri figli per una causa che non prevede pace, ma solo martirio. I loro bambini non imparano a costruire. Imparano a uccidere. E quando muoiono, vengono sventolati come trofei da chi li ha mandati al macello.

La verità è semplice. Gaza non è stata distrutta da un nemico esterno. Gaza si è scavata la sua stessa tomba. Con le mani, con il voto, con il silenzio. E ora quella tomba si è chiusa. Senza più alibi, senza più lacrime di comodo.

Chi alleva la guerra tra i propri figli, prima o poi la trova sulla soglia di casa, è un assioma incontrovertibile. E lì non c’è più spazio per le favole. Solo per la resa dei conti.

E allora tutti coloro che cercano di usare un poco il proprio cervello e hanno un minimo di onestà intellettuale dovrebbero chiedersi: questo è un popolo che vuole autodeterminarsi e vivere in pace? Andate a raccontarlo a qualcun altro. La realtà ha già risposto.

Piero Terracina

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *