In Italia la conservazione vince sempre
Il paradosso della politica italiana: vincono sempre i conservatori, anche quando perdono. È una conservazione senza conservatori dichiarati, una vittoria culturale senza egemonia esplicita, una specie di inerzia elevata a sistema politico.
Alle politiche trionfava Giorgia Meloni. Chiaro, no? La destra, come quasi sempre, vince. La sinistra andava al governo perché si metteva d’accordo con tutti: dalla Lega a Gianni & Pinotto, da Conte a Forza Italia. Ma poi arrivano i referendum, le consultazioni, i momenti in cui si chiede agli italiani di cambiare qualcosa – e lì, puntuale, chi ha la meglio? La conservazione. Tutto fermo, non si muove nulla. il fronte che dovrebbe incarnare la spinta al nuovo finisce per vincere proprio quando chiede di non cambiare. È accaduto con il referendum costituzionale di Matteo Renzi: la sinistra ha trovato la sua unità non nella proposta, ma nella conservazione. Ha vinto dicendo “fermi tutti”. Ha prevalso chiedendo che tutto restasse com’era. Una vittoria, sì, ma dell’immobilismo. Vinse la paura del balzo in avanti. Non vinse il No: perse Renzi, che proponeva modifiche, voleva cambiare.
Vinse il paradosso: i fautori del nulla si muova – al grido di ‘Vogliamo il cambiamento’ – trionfarono e le riforme andarono a farsi benedire.
In Italia il conservatorismo non è un’ideologia, è un luogo dell’anima. Non sta tutto a destra, anzi, spesso si traveste da riformismo, da sinistra che amministra l’esistente, da gauchismo salottiero che si blocca un attimo prima di azzardare. Risultato: immobilismo bipartisan. E così si produce il cortocircuito perfetto: contenuti progressisti e conservatori sono sparpagliati in entrambi i campi, ma ciò che emerge, alla fine, è sempre la linea di minor resistenza: la stanchezza, l’abitudine. Nel frattempo il Paese resta fermo, ma con la sensazione di essersi mosso – che è forse la forma più sofisticata di immobilismo.
L’ennesimo paradosso: l’Italia è un paese allergico al cambiamento radicale, ma dipendente dalla retorica del cambiamento. Vuole sentirsi in trasformazione, purché nulla cambi davvero. Una rivoluzione immaginaria conclusa sempre con un compromesso al ribasso.
Non è un caso se il nostro romanzo più disvelante resta Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Il celebre ammonimento di Tancredi Falconeri: “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” non è una battuta, è un metodo. Ogni conferma dell’esistente si annuncia come rivoluzione e ogni rivoluzione si risolve in riordino dell’esistente. Le scene cambiano, i costumi si aggiornano, ma la trama resta la stessa.
È un Paese che vota per voltare pagina e poi si premura di rileggere sempre lo stesso capitolo.
Un Paese dove i progressisti inneggiano al cambiamento confermando l’esistente. Dove la rottura è un genere letterario, non una pratica di governo. L’Italia s’è destra perché diffida dell’ignoto, si annoia del noto, risolve il conflitto scegliendo la terza via: cambiare il linguaggio premurandosi che ciò non muti la sostanza.
Così l’Italia s’è destra per istinto di conservazione travestito da dinamismo. Un Paese che elegge il domani a luogo mitologico dove accadrà tutto ciò che oggi non si ha il coraggio di fare.
Domani, appunto. Sempre domani. Oggi ha vinto il partito del “lasciamo tutto com’è”, travestito da rivoluzione: una vittoria così conservatrice da sembrare quasi progressista. Comunque, trattasi pur sempre di bassa cucina. I veri problemi, i grandi temi del nostro tempo rimangono l’Ucraina, l’Europa, Trump, il Medio Oriente, l’Iran , La Cina, l’Africa…
Ivana Paisi (Memo Coazio da facebook)


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