La fame di lavoro del 1946 che oggi manca

La Repubblica compie 75 anni e fioccano i parallelismi: come allora usciamo da una guerra; come allora l’Italia si sta lanciando verso la ripresa. Non è vero: non abbiamo combattuto una guerra e non viviamo in un Paese ridotto alla fame e distrutto. Ogni parallelismo è offensivo per chi la fame la fece davvero, senza aiuti, senza casa, senza sostegni. Oggi l’economia è stata inondata di aiuti, sia a chi ne aveva diritto che a chi non aveva né diritto né necessità. Milioni di persone hanno ricevuto e ricevono bonus e sussidi. I licenziamenti sono bloccati e i lavoratori pagati con la Cassa integrazione cioè dall’Inps. C’è uno Stato che funziona e c’è una Unione europea che ha lanciato un piano epocale di investimenti finanziati con debito comune. C’è una Banca centrale europea che stampa moneta a ritmo continuo e i paesi più solidi garantiscono per quelli meno affidabili. C’è una campagna di vaccinazione gratuita gestita e pagata dal Servizio sanitario nazionale. Dire che abbiamo combattuto una guerra nell’ultimo anno può andar bene per un salotto radical chic e può avere un valore commiseratorio che prelude a nuovi aiuti, ma non risponde a verità.

Anche sullo slancio per la ripresa c’è da dire qualcosa. Ci sarebbe pure, ma non ha nulla a che vedere con quello del 1946 e seguenti. Allora c’era la fame e si cercava di lavorare il più possibile senza nessun tipo di assistenza e di tutela. Oggi ci sono tante persone che potrebbero lavorare, ma i datori di lavoro non ne trovano disposte a farlo. Il Reddito di cittadinanza, oggetto di innumerevoli truffe, garantisce a tanti una “paghetta” che rende inutile accettare lavori poco retribuiti che in altri tempi sarebbero stati considerati necessari per campare e trampolino di lancio per iniziare una crescita. Tanti artigiani, tanti imprenditori hanno iniziato così, dalla gavetta e hanno costruito la loro strada. Oggi molti giovani vogliono da subito il lavoro che ritengono corrispondente al loro valore (presunto) e se non lo trovano ci sono le famiglie a sostenerli. Altri vanno all’estero, magari cominciando proprio dalla gavetta sapendo però che lì c’è un sistema dove è più facile far valere i propri meriti. D’altra parte le carenze nell’istruzione e nella formazione fanno venir meno tante professionalità tecniche che sono molto richieste sul mercato del lavoro. Servono gli strumenti per affermarsi e l’impegno personale senza il quale c’è solo la via dell’assistenzialismo, dei regalini e delle paghette che oggi vanno tanto di moda insieme alla commiserazione dei giovani ai quali sarebbe stato sottratto il futuro.

Un articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera di oggi fa il punto sulla situazione. Comincia narrando una storia vera. Ai lavoratori di un’azienda che produce alluminio è stato chiesto dal proprietario se erano disposti a passare dai turni tradizionali ad una turnazione su sei giorni, paga doppia il sabato, 3.850 euro di premio annuale e assunzione di altro personale. Hanno votato per non cambiare rinunciando ai soldi e alle assunzioni.  Fubini cita poi il caso del settore alberghiero e della ristorazione dove seimila aziende pubblicano su una piattaforma nazionale (LavoroTurismo.it) offerte di lavoro che rimangono in buona parte insoddisfatte. Non si tratta solo di camerieri, ma anche di mansioni pagate 2.500-3.000 euro al mese. E poi mancano edili, ingegneri, saldatori, tornitori, falegnami, idraulici. Infine c’è tutto il settore agricolo che risente della scarsità di manodopera.

Come si concilia questo divario tra domanda e offerta di lavoro con la ripresa nella quale l’Italia si deve impegnare se vuole anche solo provare a risalire la china di una sistema economico con gravi lacune e un debito pubblico mostruoso? Lo spirito del tempo presente non ha nulla a che vedere con quello che segnò la nascita della Repubblica. Oggi si fa fallire quella che era la più grande acciaieria d’Europa, l’Ilva di Taranto, perché il suo destino è stato messo nelle mani della magistratura. Qualcuno afferma che non abbiamo bisogno né di produrre acciaio né di pompare petrolio e gas perché lo possiamo comprare all’estero e, comunque, nel luminoso futuro che ci attende l’energia si produrrà per magia e tutti ci vorranno bene. Sarebbe un’opera buffa se non fosse il segno di un declino che il sociologo Luca Ricolfi ha analizzato in un libro di un paio d’anni fa: “La società signorile di massa”. Afferma Ricolfi che in Italia non si lavora abbastanza, ma i consumi sono a livelli elevati perché si sta “mangiando” il patrimonio accumulato nel passato e perché si sfrutta il lavoro servile di milioni di immigrati. Oggi bisognerebbe aggiungere l’assistenzialismo pubblico, ma più o meno l’analisi è quella. I giovani non hanno motivazioni per impegnarsi perchè comunque godono del sostegno delle famiglie alle quali lo Stato ha aggiunto vari bonus e il RdC. Intanto non studiano (il disastro della DAD!) e non lavorano. Molto meglio non fare nulla sentendosi, come ripetono loro stuoli di politici e giornalisti, privati del futuro. E poi ci sono i predicatori dell’eredità universale che promettono soldi a prescindere. Basterebbe questo per concludere che, se l’Italia del 1946 era un fiore selvaggio e forte che stava spuntando, quella di adesso è un campo che si sta seccando. Lo spirito del tempo conta molto perché imprime il senso sul quale gli individui orientano la loro vita. Il regalo più grande che si può fare ai giovani e all’Italia è trasmettere un unico messaggio: buttatevi nel lavoro, non si vive di rendita.

Illuminante è il ricordo di ciò che disse di se stessa Carla Fracci, figlia di un tranviere e di un’operaia: “Sa qual’era la mia forza? Sapevo da dove venivo e volevo farcela. Ecco: decoro, dignità, voglia di fare. Non la rabbia, il disfattismo, l’invidia sociale, non il rancore che oggi è così diffuso”.

Claudio Lombardi

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