Nubi all’orizzonte: spesa pubblica, debito e inflazione

Nel giro di pochi mesi il mito del PNRR si sta sfaldando. Innanzitutto perché si sta disgregando la maggioranza del governo che doveva avviarlo sui binari giusti e poi perché sono mutate le condizioni economiche e di contesto. La pandemia ci ha portato un enorme aumento della spesa pubblica improduttiva fatta di sussidi e di bonus distribuiti come se si attingesse ad una fabbrica dei soldi inesauribile. La protezione della Bce che ha inondato di moneta le economie europee ha funzionato. Il debito emesso è stato assorbito dagli acquisti della banca centrale, ma per l’Italia, il contatore è arrivato oltre il 150% del Pil. I cosiddetti scostamenti di bilancio viaggiano verso i 200 miliardi e i partiti altri ne vorrebbero aggiungere mentre non si ferma la politica dei bonus. L’ultimo è quello per lo psicologo e già è in preparazione una nuova sventagliata di incentivi per acquistare automobili. Si dovrebbero chiamare sconti pagati dallo Stato perché di questo si tratta. I primi risalgono al 1997 e, da allora, non si sono quasi mai fermati. Le motivazioni sono sempre le stesse: rinnovo del parco circolante; sostegno all’industria nazionale. È evidente che per i governi, cioè per i partiti, i divieti di circolazione non bastano: bisogna che lo Stato faccia dei generosi regalini a chiunque per invogliarlo ad acquistare un’auto. Circa il sostegno all’industria nazionale basti dire che 25 anni fa si producevano il triplo delle auto di oggi in Italia. Un fallimento totale. Oggi c’è la nuova favola dell’auto elettrica. La gran parte dei modelli vengono prodotti all’estero e non esiste ancora una vera rete per la ricarica. Qualche colonnina sparsa qui e là non è la soluzione per rifornire milioni di veicoli. Ultima nota dolente: non c’è un problema di domanda bensì di offerta. Le fabbriche lavorano a ritmo ridotto per mancanza di componenti essenziali e i tempi di attesa per chi acquista non sono inferiori ai 5 mesi. In queste condizioni il governo vuole stanziare un miliardo di regalini ai compratori. Si vede che i soldi traboccano dai forzieri colmi come quelli dello zio Paperone e si possono gettare al vento.

Con una spesa pubblica giunta ai mille miliardi e al 57% del Pil, con entrate tributarie al 47% e con un costante divario tra entrate e uscite i nostri politici pensano a come spendere ancora. Ma per cosa? Assodata l’incapacità storica di spendere efficacemente i fondi pubblici in investimenti, con il PNRR avevamo la possibilità di riscattarci. I primi segnali indicano che non accadrà. Il rifugio più sicuro per i governi (nazionale e regionali ovviamente visto che le regioni sono formidabili centri di spesa) è quello di una spesa pubblica poco impegnativa, pronta cassa, con erogazioni dirette che gratificano i percettori e non portano a nulla di costruttivo. L’esempio dei bonus edilizi con un danno alle finanze pubbliche di una dimensione mai vista in così poco tempo (4,4 miliardi), è la testimonianza più clamorosa della fine di un’epoca di dissennatezze. Fine non perché sia veramente finito quel tipo di spesa, ma perché è ormai chiaro che si tratta di una coazione a ripetere di un sistema avvitato su se stesso.

Il grande partito trasversale della spesa pubblica esiste da decenni. Sono cambiati i nomi dei politici, ma la sostanza è sempre quella. Nel passato si pensionavano le persone con 15 anni di contributi (non necessariamente di lavoro) e le pensioni di invalidità si distribuivano come ammortizzatori sociali. Il debito pubblico che era il 40% del Pil nel 1970 arrivò al 122% nel 1994 per poi salire e scendere sempre sopra il 100% fino al 153% di oggi. L’avvento dei populisti del M5s e della Lega non ha cambiato nulla. Dalle quote latte per le quali ancora stiamo pagando a Quota 100, fino ai bonus edilizi (con il determinante contributo del Pd) fino al reddito di cittadinanza dato a chiunque ne facesse richiesta, il quadro è ampio. L’utopia dei 5 stelle era quella di poter consumare, nel quadro di una decrescita felice, anche ciò che non si produce semplicemente attingendo alla fabbrica dei soldi ovvero stampandoli.

Quest’utopia è stata condivisa dalle destre fino a poco tempo fa. Prima delle elezioni del 2018 la minaccia di uscire dall’euro  e tornare alla lira era concreta. Il Piano B del prof. Savona non è stato scritto a caso. La speranza è sempre stata quella che i paesi ricchi pagassero per mantenere l’Italia vicino a loro. Ed è proprio ciò che è accaduto con il Next Generation EU. L’Italia ha ottenuto il maggior ammontare di fondi con 123 miliardi di prestiti e 70 di sovvenzioni. Se aggiungiamo i circa 200 miliardi di scostamenti degli ultimi due anni e i fondi europei ordinari abbiamo un totale di risorse a disposizione del nostro Paese mai visto prima.

Ma il mondo non sta fermo e la crisi delle materie prime e dell’energia ha riportato un’inflazione che non si vedeva da anni e con essa l’aumento dei tassi di interesse. Le banche centrali non potranno stampare ancora a lungo moneta se non vogliono cadere in una spirale inflazionistica che stroncherebbe i redditi dei lavoratori e dei ceti medi. Possiamo prevedere un anno ancora di sostegno della Bce, ma non molto di più. Intanto, lo spread sui titoli pubblici è già salito. Che faremo quando dovremo collocare i titoli di un debito enorme che andrà rinnovato ogni mese a tassi crescenti? Cosa diremo ai nostri partner europei quando ci ricorderanno gli impegni da rispettare per avere i soldi del PNRR? Come faremo a districare quel fitto intreccio di interessi e di posizioni di potere (non solo ai vertici, ma diffusi e frammentati) che compone il sistema Italia e che è la vera causa del declino del nostro Paese? Come aggrediremo le carenze strutturali prodotte da decenni di scelte sbagliate come si è visto nel caso dell’estrazione di gas dai giacimenti nazionali?

Un sistema che produce prevalentemente bonus dissipa risorse, diseduca i cittadini, deforma le funzioni dei poteri pubblici. E costituisce una trappola dalla quale sarà sempre più difficile uscire.

Claudio Lombardi

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