Reddito di cittadinanza, la paghetta di Stato

Molto si parla in  questi giorni di reddito di cittadinanza sia perché scade il primo periodo di 18 mesi per quasi mezzo milione di famiglie che lo hanno percepito fin dall’inizio, sia perché gli effetti sul lavoro sono stati nulli e sia perché è lo stesso presidente del Consiglio che ha parlato di modifiche della normativa.

È rimasto nella storia di questi anni l’urlo di Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi “Abbiamo abolito la povertà”. Entusiasmo ingenuo, ma comprensibile per un giovane che in pochi anni ha scalato le vette del potere e che si era illuso che veramente fosse così facile cambiare l’Italia. Un po’ di ottimismo della volontà, tanta semplificazione e tanto idealismo superficiale: il marchio di fabbrica dei 5 stelle.

In tanti lo avevano detto che mischiare politiche attive del lavoro con il sostegno ai poveri non avrebbe dato risultati. Per i poveri c’era già il Rei che metteva in primo piano i comuni, gli enti che meglio potevano conoscere la situazione complessiva dei soggetti che bisognava sostenere. La povertà non è solo nel reddito, ma anche nei servizi dei quali c’è bisogno. E molti poveri non erano proprio in condizioni di lavorare. Invece di proseguire l’esperimento del Rei e di riformare gli uffici dell’impiego il governo del M5s, mosso da un idealismo pasticcione e dall’esigenza di stupire i propri elettori, ha imboccato la strada dei navigator facendo finta di vivere nel regno di fantasilandia dove ogni desiderio si realizza a colpi di bacchetta magica. Gli unici risultati sono stati l’assunzione di 3 mila navigator (che in un anno non hanno fatto nulla perché nulla potevano fare) e la distribuzione del sussidio a chiunque lo richiedesse. Senza ricorrere alla citazione ormai abusata della famiglia dei presunti massacratori di Colleferro di casi eclatanti ce ne sono stati fin troppi (compresi carcerati e camorristi) a dimostrazione che il plebeismo assistenzialista che animava i 5 stelle ha prodotto un aumento della spesa pubblica e zero benefici per l’economia.

L’economista ed ex presidente dell’Inps Tito Boeri afferma che il RdC “non raggiunge 4 poveri su 5, è troppo basso per le famiglie numerose e non incentiva le persone a cercare un impiego”.

Un giudizio così già basterebbe a certificare il fallimento di quella che, insieme al taglio dei parlamentari, era la principale bandiera del M5s.

Solo adesso il premier Conte sottolinea la necessità di creare una rete tra i centri per l’impiego regionali in nome della formazione dei percettori del RdC (quelli in condizioni di lavorare) e della possibilità di far loro intercettare le offerte di lavoro. Alla buonora si potrebbe dire. Dopo un anno e mezzo, 3 mila navigator assunti e miliardi distribuiti a vanvera ora ci si pone il problema di finalizzare la spesa all’obiettivo del lavoro. Purtroppo Conte non dice nulla sulla perdita del sussidio che oggi si può verificare solo dopo tre offerte di lavoro congrue ricevute. Poiché le offerte sono scarse e poiché la congruità può essere variamente interpretata e il sussidio si rinnova ogni 18 mesi possiamo star certi che molte persone godranno della paghetta di Stato per anni e anni.

Per carità, nulla di male se quei soldi servissero veramente a formare le persone e se il RdC fosse una fase di passaggio finalizzata a proporsi sul mercato del lavoro. Sembra, invece, che il RdC produca un duplice effetto: il rifiuto del lavoro quando è poca la differenza con il sussidio oppure l’incentivo a lavorare in nero per continuare a percepire l’assegno. D’altra parte è vero che un impiego pagato come un assegno di povertà è un problema serio. Non lo è solo per i giovani che dovrebbero accettarlo, ma per l’Italia che così conferma la sua arretratezza.

Era prevedibile tutto ciò? Sì. Il problema, però, è sempre lo stesso: i politici hanno bisogno di vendere la propria immagine e privilegiano azioni che portino consenso rispetto ad altre magari più serie, ma meno accattivanti nell’immediato. E cosa c’è di più accattivante dell’illusione di vivere di sussidi statali?

Claudio Lombardi

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