Il vero spread dell’Italia (di Claudio Lombardi)

Un’interessante analisi comparsa sul Washington Post in questi giorni e ripresa dalla stampa italiana merita di essere presa come riferimento in tempi di tagli di spesa e di appelli al rigore di bilancio.

L’Italia viene definita la grande malata dell’euro e la sua malattia si chiama crollo di competitività. In generale e verso la Germania in particolare. Non è cosa da poco ovviamente e ben poco possono fare i provvisori (perché soggetti ad attuazione particolareggiata) risultati del Consiglio europeo di Bruxelles.

Certo, lo scudo anti-spread può allentare la pressione sulla spesa pubblica e mettere a disposizione dello Stato più soldi sottratti ai detentori dei titoli del debito pubblico. Purtroppo, però, questo lascia inalterati i problemi strutturali sia dell’economia che della stessa spesa pubblica cioè dello Stato. Se è vero come osserva la Corte dei Conti nell’ultimo documento sul rendiconto del bilancio dello Stato che la corruzione porta ad un aumento del 40% del costo delle opere pubbliche, se è vero, per fare un solo esempio, che le differenze di costi nei soli acquisti di materiali e medicinali delle ASL e delle aziende ospedaliere portano a “sprechi” (in realtà anticamera o rivelatore della corruzione) di denaro pubblico. Se questo (e molto altro) è vero non sarà uno spread più basso a risolvere il problema.

Nello stesso modo e a maggior ragione l’economia trarrà poco giovamento dalla sola diminuzione dello spread. E non perché gli italiani lavorano poco, ma per l’inefficienza complessiva che grava sul sistema economico.

Ecco i numeri del paradosso riportati dal Washington Post: gli italiani lavorano, in media, più di tutti i loro concorrenti: 1.744 ore all’anno contro le 1.705 degli americani, 1.480 in Francia, 1.411 in Germania. Ma la produttività reale di questo lavoro è rovesciata. Campioni mondiali di produttività sono gli Stati Uniti con 60,9 dollari all’ora, seguono Germania e Francia sopra quota 55, poi la Svezia a 52 e l’Inghilterra a 47,8. L’Italia è in fondo alla classifica, con 45 dollari di Pil per ogni ora lavorata. Osserva l’autore dell’analisi che «da anni l’Italia continua a perdere terreno. Le zone improduttive della sua economia si espandono, prevalgono sulle parti migliori». Tutto ciò spiega perché dall’introduzione della moneta unica ad oggi, abbiamo perso il 30% di produttività nei confronti della Germania.

È interessante leggere come spiega il giornale USA questo paradosso. Al centro viene messo il modello culturale fatto di evasione fiscale record, di mancanza di spirito civico, di nepotismo, di mortificazione del merito.

Praticamente un bel campionario di disvalori che generano e, contemporaneamente, si alimentano con l’inefficienza dello Stato, la corruzione, lo stato pietoso della giustizia (civile in particolare).

In questo modo è l’intero sistema Paese che genera sprechi e scarsa produttività. Per quante risorse ci vengano immesse i risultati saranno sempre mediocri e la qualità della vita dei cittadini ben poco soddisfacente.

D’altra parte l’enorme massa del debito pubblico sta lì a testimoniare, con l’immenso spreco di denaro che non ha generato sviluppo né servizi né infrastrutture all’avanguardia, di un fallimento storico delle classi dirigenti italiane. Detto semplicemente: i soldi non bastano mai se vengono sistematicamente dilapidati fra inefficienze, ruberie e spreco generato dall’individualismo anarchico delle mille frammentazioni in cui si suddivide la società.

Qui c’è un problema serio perché il vero spread fra l’Italia e altri paesi europei sta qui. Che l’Europa sia il nostro futuro dovrebbe stare a cuore a tutti, ma non ci si può stare con tali differenze di produttività di sistema. I saldi della finanza pubblica non sono il Vangelo, ma solo la risultante finale di problemi strutturali più profondi. Quindi, è inutile che ci affanniamo intorno ai puri dati finanziari se non riusciamo ad affrontare le cause. La conseguenza sarà sempre un aumento dell’imposizione fiscale su chi le tasse le paga e una diminuzione dei servizi in quantità e in qualità.

Questo è il vero abisso in cui rischia di precipitare l’Italia.

Claudio Lombardi

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