Mari, India e maro’: la versione di Alfonso (di Alfonso Annunziata)

Svolta nella vicenda dei marò? La Corte Suprema indiana ha deciso che l’incidente si è verificato in acque internazionali e che il giudizio non spetta allo stato del Kerala

Già due settimane fa avevo ricostruito l’intera vicenda. Ecco la mia versione.

Antefatto geopolitico: la competizione per le rotte commerciali. L’accessibilità del Mar Rosso, da Suez a Gibuti, favorisce i terminali portuali del Mediterraneo: Atene, Trieste, Napoli, Genova e Marsiglia come sbocco per le merci dei nuovi giganti asiatici. Mentre ostacoli alla navigazione nel Mar Rosso producono la rivalutazione della antica rotta del Capo di Buona Speranza a tutto vantaggio degli ormai asfittici terminali atlantici: Rotterdam, Brema, Amburgo, Riga. Gli ostacoli possono essere tali da ridurre semplicemente il flusso, come ondate di assalti pirateschi lungo le coste somale, o situazioni in grado di bloccare del tutto il transito, come rigurgiti rivoluzionari in Egitto.

Questo assetto ovviamente contrappone interessi economici e politici e induce a più riprese potenze nord europee e atlantiche  a co-interessarsi al perdurare dell’instabilità di Somalia e Egitto. Induce, o dovrebbe indurre, le potenze mediterranee a spingere in direzione contraria, e comunque a conservare condizioni minime di transitabilità del Mar Rosso, anche in condizioni ipercritiche, per mantenere il principio di navigabilità e per non perdere in ogni caso l’assegnazione delle “rotte”, giacché le leggi del mare stabiliscono che una determinata tratta di navigazione assegnata a una compagnia e non percorsa per un tempo sufficientemente ampio decada, possa essere cioè riassegnata a altre compagnie più sfidanti, con danni immensi per un Paese con residue ambizioni marinare, di navigazione, di costruzione di navi, di gestione di porti e di infrastrutture cantieristiche.

Dopo vari precedenti, la situazione che ci interessa ha i suoi elementi scatenanti nel sequestro della motonave Savina Caylin, febbraio-dicembre 2011, ad opera di pirati somali. La vicenda della Caylin svela che in momenti di crisi di navigabilità nelle aree calde, i collegamenti navali nell’area vengono garantiti da alcuni armatori strutturati a operare in condizioni estreme, fra cui i fratelli D’Amato proprietari della Caylin e di altre due navi che risulteranno sequestrate nei convulsi mesi della fine 2011. L’inusitato intervento di truppe speciali inglesi per liberare in poche ore l’ultima delle tre unità lascia anche comprendere che spesso i convogli navali che scelgono di percorrere la via breve di Gibuti anche quando essa è rischiosa sono convogli speciali, carichi di grande importanza che non possono attendere neppure le poche settimane di aggravio che la circumnavigazione di Buona Speranza richiederebbe.

Dopo i sequestri di fine 2011 il governo italiano decide di assegnare scorta di marina a tutte le unità che vogliano affrontare il Mar Rosso, da prima in termini di unità navali, con costi esorbitanti, poi, su proposta del ministro La Russa, tramite l’uso di scorte di personale militare a bordo pagate dagli armatori. Una decisione questa ai limiti ordinamentali, forse vissuta male non solo qui in Italia ma anche a livello sovranazionale, in quanto pubblici ufficiali di uno stato sovrano in missione sotto egida ONU vengono messi a disposizione su base di noleggio.

Neppure un mese dopo l’inizio dei noleggi, e dopo solo pochissime missioni espletate, significativamente si verifica lo strano incidente della Lexie: anche essa una nave guarda caso dei fratelli D’Amato, supera la fascia dei pirati somali e si sta dirigendo verso le coste indiane quando in mare aperto si trova in rotta di collisione un piccolo battello da pesca che non risponde alle segnalazioni radio, a quelle acustiche, e che inverte la rotta solo quando è ormai a pochi metri dalla chiglia, dopo che uno dei marò di guardia spara sulla prua una raffica di preavviso (è la stessa sequenza, per intenderci, che usano i guardacoste italiani o spagnoli o greci o statunitensi o indiani con un battello che non si ferma)

La Lexie segnala alla capitaneria indiana l’accaduto e viene invitata a stendere relazione in porto. Poche ore dopo (vi è la registrazione radio) anche un mercantile greco segnala un tentativo di abbordaggio respinto con le armi, anche a loro la capitaneria indiana chiede di stendere relazione in porto ma i greci, più navigati, replicano di non avere scali in programma in India e che invieranno relazione per telex. La radio raccoglie la segnalazione di una terza sventata collisione prima di sera. A sera un battello di pescatori rientra in un porticciolo di pesca del Kerala, non ha armi a bordo ma due cadaveri con ferite da arma da fuoco. Già qualche giorno dopo, di questa imbarcazione si perderà traccia, ufficialmente rottamata, niente ispezioni, niente foto, non è possibile verificare se su di essa fossero solo i fori delle pallottole italiane o se fosse crivellata come sembra lecito attendersi.

Quando la Lexie attracca in India per i suoi marò è già pronta la trappola: gli indiani hanno solo loro come possibili indiziati, il possibile coinvolgimento dei greci è divenuto irrilevante in quanto sono sfuggiti, dunque gli indiani cercano di arrestare quelli che hanno a disposizione, non intendono fare test sulle armi, non sono interessati neppure al fatto che sia uno o l’altro dei marò ad aver materialmente sparato.

Se nelle prime fasi ci fosse più furbizia, la nave potrebbe ancora levare le ancore rinunciando a scaricare e ricaricare, ma in questo il peso degli armatori legati ai contratti fa sbagliare. Gli indiani mentendo convincono a un colloquio con i militari sul molo in presenza del personale diplomatico, impegnandosi a rispettare il vincolo consolare. Appena i due militari scendono a terra, con fare banditesco i poliziotti indiani spintonano il personale d’ambasciata e catturano i due soldati. Questo la dice lunga sull’etica delle guardie del Kerala.

Il Governo Italiano presenta alla Corte Suprema Indiana le sue prove, foto satellitari della collisione che testimoniano della presenza in acque internazionali della nave. La Corte Suprema Indiana sentenzia la ragione per l’Italia e la non giurisdizione del distretto del Kerala, disponendo l’immediata scarcerazione dei due soldati. Il Kerala rifiuta, adducendo come motivo di ricorso la tutela prevalente delle famiglie dei pescatori (che è una causa civile di contorno).

Il Governo Italiano interviene nella causa civile delle famiglie, indennizzandole in patteggiamento, con i marò che dichiarano di non sapere se siano stati loro i responsabili della morte ma di averla prodotta in caso accidentalmente, per effetto della raffica sulla prua. I familiari accettano l’indennizzo (145000 euro a famiglia) e si dichiarano in ogni caso convinti della buona fede dei marò. Chiudendo la causa civile.

A questo punto il Kerala non dovrebbe avere più neppure un pretesto minimo per trattenerli, ma l’avvocato del Kerala blocca ancora la scarcerazione con il seguente ricorso: chiede alla Corte Suprema di annullare il patteggiamento con le famiglie perché a suo dire il Codice Civile indiano non ha neppure un precedente di una famiglia che patteggia con uno Stato, e quindi richiede alla Corte Suprema di poter trattenere i marò per la tutela delle famiglie nell’eventuale prosieguo del processo civile, ove si riavviasse per il pronunciamento dell’altro ricorso. Da cui l’escamotage italiano della pausa natalizia: l’ordinamento indiano prevede delle sospensioni giudiziarie anche lunghe per i ritiri religiosi come diritto costituzionale dell’imputato.

E’ evidente che il Kerala non ha interesse a tutelare alcuna giustizia, né a obbedire alla Corte Suprema. I marò sono suoi ostaggi, e lo resteranno fino al regolamento di una vicenda fra il locale governatore e l’Italia. Quale? Bisogna ritornare ai carichi pesanti delle navi e a una inchiesta del febbraio scorso.

La procura di Busto Arsizio scopre che Finmeccanica Varese  è coinvolta in questioni non molto chiare in una grossa fornitura di elicotteri Agusta Westland al Kerala, si parla di maxitangenti, di riciclaggio. Con ombre fumose per alti esponenti leghisti locali. E basta guardare le dimensioni e l’entità del Kerala per comprendere che con ogni probabilità ci sia di mezzo anche qualche antipatica triangolazione. Alla fine l’intera vicenda marò è una questione di spie e di interessi poco confessabili in cui i soldati sono esecutori molto poco partecipi. Vicenda però gestita come al solito alla paesana dai nostri, di destra soprattutto, e di sinistra anche… E marinai e pescatori non c’entrano un tubo, sulla rete vi sono storie di una tale contorta fantasia da dimostrare solo il bisogno di cure di chi le ha scritte.

Alfonso Annunziata

Un commento

  • Meriteresti di essere ascoltato da una commissione parlamentare.
    Meriteresti di essere pubblicato sui giornali di larga tiratura.
    Bravo.

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