Cosa non va: decisioni lente e confuse

Il comune cittadino che segue il dibattito pubblico sui temi del momento ha l’impressione che la confusione prevalga sulla ragionevolezza e che la questione centrale sia sempre quella delle decisioni che arrivano tardi e vengono attuate con molte difficoltà. Spesso si ha l’impressione che il “gran ballo delle chiacchiere” prenda il posto anche di un’informazione puntuale. Prendiamo il caso del Piano pandemico e delle polemiche sulle manovre per nascondere lo studio che ha messo in luce l’impreparazione italiana ad affrontare il covid. Nei notiziari si insiste sul mancato aggiornamento del Piano che risale al 2006 e che fu redatto su indicazione dell’OMS per fronteggiare una pandemia influenzale. È forse questo il cuore del problema? Evidentemente no. Il punto centrale è che quel piano, pur con tutti i suoi limiti, forniva indicazioni valide per qualsiasi tipo di pandemia influenzale e non è mai stato attuato. Anche se lo avessero aggiornato cosa sarebbe cambiato? D’altra parte della mancanza dei dispositivi di protezione per il personale sanitario ci si accorse dopo la dichiarazione dello stato di emergenza sanitaria il 31 gennaio.

Ricordiamo gli sprechi e le lentezze nella messa in atto dei primi provvedimenti economici? Da un lato sussidi distribuiti a chiunque ne facesse richiesta; dall’altro integrazioni salariali che ci hanno messo mesi per essere distribuite.

E la scuola? Caso unico in Europa le scuole in Italia sono state chiuse da marzo fino a settembre. L’insegnamento a distanza, nonostante l’impegno di tanti insegnanti che hanno provato a tenere legati alla scuola gli studenti, non ha potuto nemmeno lontanamente colmare il vuoto che si è creato. Anche in questo caso, se il problema era evitare l’affollamento negli stessi orari, si sarebbe dovuto fare di tutto per riorganizzare l’apertura delle scuole dalla mattina alla sera. Tuttora se ne parla come di una necessità in previsione della riapertura il 7 gennaio e anche per diminuire la pressione sui trasporti pubblici. Di fatto nessuna decisione è stata presa però si continua a parlarne intensamente.

 

Si era detto che il virus non andava inseguito assumendo decisioni dopo aver registrato l’aumento dei contagi come se questo fosse un dato statico e non in costante evoluzione. Invece è proprio ciò che è accaduto. Forse perché mancava una capacità scientifica di prevedere lo sviluppo dei numeri? No. Il problema era ed è sempre quello delle decisioni che richiedono la conciliazione di una molteplicità di punti di vista e di interessi. Mentre si cercava di trovare il giusto equilibrio il covid si era già spostato più avanti.

Ricordiamo bene ciò che accadde quando il governo decise di passare ad un trattamento differenziato ( i famosi giallo, arancione e rosso) tra le regioni in base all’andamento della pandemia. Per mesi i presidenti delle regioni avevano chiesto di differenziare le regole in base alle specifiche situazioni di regioni e di città. Quando la decisione è stata presa sono arrivate le proteste.

Non più tardi di un mese fa la discussione era ancora sull’apertura degli impianti sciistici e Salvini tuonava contro quelli che provavano a mettere in dubbio il Natale tradizionale con feste, cenoni ecc ecc. Fino ad una settimana fa si discuteva se permettere gli spostamenti tra piccoli comuni limitrofi avendo dato per certa la possibilità di muoversi all’interno delle grandi città. Osservando i numeri dei contagi e dei morti si poteva anche immaginare che si sarebbe dovuto parlare di nuove chiusure e non di aperture. Lo si sta facendo adesso sull’onda delle decisioni del governo tedesco.

Il Next Generation Fund è stato deciso nel Consiglio europeo di luglio. Tutti dissero che la svolta in Europa era rivoluzionaria perché si ricorreva ad un debito comune per alimentare prestiti e trasferimenti a fondo perduto secondo una ripartizione differenziata tra i vari paesi in base alle loro condizioni economiche e sociali. Da allora si sarebbe dovuto lavorare per preparare piani nazionali dettagliati all’altezza dei cambiamenti introdotti nelle politiche europee. In Italia si rischia la crisi di governo per una bozza di piano nazionale di ripresa e resilienza arrivata tardi e che suscita molte critiche persino nella stessa maggioranza di governo. Non parliamo poi di come si dovrebbero gestire i fondi. Fra task force, cabine di regia, sei super manager chi ha in mano le decisioni si è avviluppato in un crescendo di polemiche ai limiti della rottura. Forse un percorso più lineare sarebbe stato più produttivo. Il paese che dovrebbe ricevere la maggior quantità di aiuti e prestiti sta dando di sé un’immagine non all’altezza delle sfide che il piano europeo impone.

Difficoltà ad assumere decisioni, lentezza e problematicità nella loro attuazione, frammentazione degli interessi e difficoltà a farli convergere verso un interesse generale. La pandemia finirà, ma le fragilità dell’Italia resteranno.

Claudio Lombardi

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