Dal diritto al dogma: come il moralismo si è fatto norma

Nel dibattito pubblico contemporaneo, specie in alcuni ambienti attivisti, la parola “diritto” è onnipresente. Tutto diventa un diritto: la sicurezza emotiva, il linguaggio inclusivo, l’autodeterminazione individuale in ogni sfera dell’identità. Eppure, se si scava un poco, ci si accorge che spesso ciò che viene rivendicato come “diritto” non ha alcun fondamento giuridico, né una struttura politica condivisa: è, piuttosto, un valore morale travestito da principio universale. Da qui nasce una distorsione profonda: il diritto come maschera del dogma.

Prendiamo il caso — ormai diffuso — degli spazi non misti: luoghi riservati a soggettività specifiche (donne cis, persone trans, soggetti razzializzati, LGBTQ+, ecc.), spesso in ambienti militanti o culturali. Il presupposto è legittimo: creare zone di protezione dove chi vive quotidianamente discriminazioni possa esprimersi senza filtri o minacce.

Il problema nasce quando questa legittimità viene tradotta in diritto assoluto, senza passare per alcuna mediazione giuridica, né per un confronto pubblico. Chi difende questi spazi dice: “Abbiamo il diritto di escludere chi ci opprime”. Ma a quale ordinamento fa riferimento? Alla Costituzione? Al codice civile? A una carta internazionale?

Quasi mai. Perché spesso — ed è qui il nodo — queste rivendicazioni rifiutano esplicitamente lo Stato come legittimatore, appellandosi invece a un’etica situata, interna al movimento. E allora: se si rifiuta lo Stato, se non c’è legge, né istituzione, a che titolo si parla di “diritto”?

La risposta è semplice e scomoda: non è un diritto, è un giudizio morale. E fin qui nulla di male, se venisse riconosciuto come tale. I problemi cominciano quando questa morale pretende di valere universalmente, e chi non si conforma viene automaticamente delegittimato: sessista, transfobico, suprematista, oppressore.

Il discorso scivola così nel moralismo: non più un’etica aperta alla discussione, ma una grammatica dogmatica, che divide il mondo in giusto/sbagliato, purə/impurə, e pretende di valere per tutti. Il moralismo si nutre di parole forti — diritto, oppressione, decolonizzazione, sicurezza — ma le usa in modo inflazionato, spesso svuotandole di rigore concettuale.

In alcuni ambienti, questo moralismo ha preso la forma di una vera e propria religione laica. Ci sono dogmi (il patriarcato è ovunque, l’identità è autoevidente), liturgie (l’assemblea, il consenso, il “parlare da sé”), scomuniche (il call-out, il cancel), santi e martiri, e soprattutto: un linguaggio performativo che definisce la realtà, più che descriverla.

Chi non accetta questi presupposti non è un interlocutore con cui discutere, ma un nemico da denunciare. Così, lo spazio politico si chiude, e il dissenso diventa bestemmia.

Ma senza Stato, cosa resta? La contraddizione si aggrava quando questi stessi ambienti si dichiarano anarchici, anti-istituzionali, abolizionisti. Se si rifiuta lo Stato, se non si riconosce alcuna autorità giuridica legittima, allora i diritti non sono altro che istanze morali. E come tali, non sono vincolanti per chi non li condivide.

In altre parole: senza Stato, il diritto si dissolve nella morale. E se quella morale diventa imperativa, si trasforma in moralismo. È il cortocircuito dell’attivismo contemporaneo: voler rifiutare l’autorità, ma pretendere l’autorità del proprio rifiuto.

Una via d’uscita?

Esistono due strade coerenti:

  1. Accettare il conflitto, riconoscere che le proprie pratiche non sono diritti ma scelte politiche parziali, e difenderle senza pretendere che siano universali.
  2. Oppure tornare al diritto in senso classico, cioè invocare la protezione dello Stato, e quindi accettare le sue regole, i suoi limiti, il compromesso democratico.

Tertium non datur: non si può avere il riconoscimento di un diritto e allo stesso tempo rifiutare chi lo dovrebbe garantire.

Il problema non è l’etica, né la ricerca di giustizia. Il problema è confondere la giustizia con il proprio punto di vista. È trasformare ogni posizione politica in verità, ogni divergenza in aggressione, ogni dubbio in colpa.

In un’epoca in cui tutto si fa identità e tutto si rivendica come “diritto”, ricordare che non tutto ciò che è giusto per me è giusto per tutti è forse l’ultimo atto di onestà intellettuale possibile.

Roberto Damico (da facebook)

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