Follie italiane: gli incentivi per le auto

Gli incentivi all’acquisto di auto fanno la loro comparsa più di venti anni fa nel 1997 e, quasi ad anni alterni, sono diventati una presenza importante nel quadro delle erogazioni di denaro pubblico. L’ultimo provvedimento sta entrando in vigore in questi giorni con il pretesto dell’adeguamento ecologico del parco automobilistico e del sostegno al settore automotive che sarebbe in crisi. Le risorse non sono poche: si tratta di 650 milioni l’anno dal 2022 al 2024, soldi non vinti alla lotteria, ma, come al solito, presi aumentando il debito pubblico. Dunque è più che giusto vedere se si tratta di soldi spesi bene. Non sono certo questi tempi nei quali si possano sprecare allegramente miliardi all’insegna dell’illusione ambientalista (con la quale si giustifica tutto ormai) e di concreti interessi di produttori e rete commerciale.

In primo luogo si tratta di incentivi “a pioggia” ovvero destinati ad una vasta gamma di autovetture e non solo a quelle “ecologiche”. Infatti, dentro ci sono anche quelle con motori endotermici cioè alimentati a benzina e gasolio con emissioni di CO2 superiori ai limiti fissati dalla UE. È stata questa una precisa richiesta della Lega e del ministro Giorgetti che ne ha fatto una questione di principio per aiutare un settore in crisi. In crisi? Ma dove la vede la crisi Giorgetti? Vedremo più avanti. Intanto un punto fermo è che gli incentivi sono stati fatti per accontentare una vasta platea di possibili acquirenti con sconti consistenti pagati con soldi pubblici.

Già così si tratta di una scelta che si presenta male. L’auto non è pasta e verdura cioè non è un bene di consumo vitale, ma una scelta di acquisto ben precisa che viene fatta comunque e che può valersi di un enorme mercato dell’usato se proprio vi è necessità. Insomma avere l’auto nuova non è assolutamente un diritto che merita l’aiuto statale. Inoltre nessun programma di incentivi ha mai aumentato la domanda di auto, ma l’ha solo anticipata. Infatti quando gli incentivi finiscono, la domanda crolla.

Ovviamente i politici accampano la scusa che si tratterebbe di aiutare i ceti meno abbienti in un momento difficile. Forse ci sono beni e servizi ben più importanti di un’automobile nuova che potrebbero colmare i numerosi vuoti che ci sono per esempio, nel settore dell’istruzione o dell’assistenza sanitaria. E poi è una tesi totalmente falsa perché gli incentivi non sono riservati ai redditi bassi, ma a tutti e riguardano auto che costano fino a 45 mila euro e che hanno livelli di emissione che in altri paesi (Francia) portano ad una loro penalizzazione fiscale. Altro che incentivarne l’acquisto!

Gli incentivi per l’auto elettrica hanno un senso se sono temporanei perché i prezzi risentono degli ancora limitati volumi di produzione. Con gli incentivi si compensa – ripetiamo, temporaneamente – uno svantaggio in termini di costo.

Gli incentivi varati dal governo invece, penalizzano proprio le auto elettriche perché ciò che conta non è il livello assoluto bensì la differenza con un’auto più inquinante (5 mila per l’elettrica e 2, 3 o 4 mila).

Altra scelta sbagliata o senza senso: incentivare gli ibridi plug in o ricaricabili. Dotati di batterie che consentono di percorrere qualche decina di chilometri a emissioni zero hanno il limite oggettivo che ciò si verifica quando le batterie sono completamente cariche e a determinate condizioni. Basta leggere le prove su strada di alcuni modelli per sapere che il più delle volte vanno solo col motore a benzina (accelerazioni, velocità autostradale, carica finita). In questi casi i motori di cilindrata elevata e applicati su veicoli molto pesanti a causa delle batterie portano a maggiori emissioni ben oltre quelle di immatricolazione.

Ma l’argomento principe riguarda proprio la supposta crisi più volte evocata dal ministro Giorgetti. Ebbene, come sa chiunque abbia provato ad acquistare un’auto nuova nell’ultimo anno, il problema è che le fabbriche non riescono a produrre tutte le auto richieste dal mercato. Cioè, c’è una drammatica carenza di offerta a causa della mancanza di componenti essenziali che le case automobilistiche hanno difficoltà a reperire sui mercati.

Aiutare la domanda quando c’è una carenza di offerta è una scelta stupida o troppo furba. Intanto ha come conseguenza un aumento dei prezzi che, comunque, sono già aumentati dall’anno scorso ad oggi. Farli salire ancora porta a trasferire nelle casse dei produttori un guadagno ulteriore pagato dallo stato italiano. Eh già perché l’anno scorso le case automobilistiche hanno fatto profitti da record: ben 53 miliardi per i 5 maggiori gruppi europei.

Non è un caso se nei grandi paesi europei costruttori di auto (Germania, Francia, Spagna, Gran Bretagna) non esistono attualmente incentivi per l’acquisto. Quindi scelta stupida, demagogica per comprare consenso degli elettori o furba per pompare i profitti dei produttori e dei commercianti.

C’è, infine, un’aggravante perché in Italia si produce ormai solo il 15% delle auto vendute. I nostri soldi dunque finiscono alle case automobilistiche di mezzo mondo. Si chiederanno se il governo italiano è impazzito o se ha tanti soldi da buttare.

Ma poi sono queste le scelte strategiche sulle quali impegnare miliardi di euro? Per rafforzare la produzione e favorire il passaggio all’elettrico ci sono tanti interventi da fare. Tanti, ma non quello di regalare soldi agli acquirenti di auto. Basti pensare alla rete di rifornimento per le auto elettriche. O alla maggiore produzione di energia che sarà richiesta. Oppure alla minore manodopera per produrre i veicoli elettrici e alla rete di assistenza che ne uscirà fortemente ridimensionata con conseguenti difficili problemi di disoccupazione. L’ultimo dei problemi è quello degli incentivi, ma distribuire soldi pare essere una delle poche capacità dei politici italiani.

Claudio Lombardi

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