Illusioni ed interrogativi: un futuro incerto per l’Italia

Panorama italiano. Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere non c’è ancora l’acqua potabile e di riscaldamento manco a parlarne. Le aule scolastiche sono più o meno le stesse di due anni fa e il ricambio dell’aria (essenziale per disperdere l’aerosol con i virus) è sempre ad apertura di finestra. I trasporti pubblici sono più o meno uguali a prima e si fa finta che ci voglia il green pass per salirci. Il bonus rubinetti si rinnova e quello mobili rimane mentre il superbonus del 110% impazza con spese previste di decine di miliardi di euro e migliaia di ditte all’arrembaggio competenti più per incassare i soldi dello stato che per eseguire i lavori. Intanto il gas decuplica il suo prezzo sui mercati internazionali e l’Italia si ostina a non estrarre quello che giace nel suo sottosuolo. L’elenco potrebbe continuare, ma già così spiega molto.

In questa situazione tutti i partiti (o quasi) invocano la prosecuzione del governo Draghi per cogliere due piccioni con una fava: far fuori Draghi stesso sgretolando la sua autorevolezza e bloccando la sua azione riformatrice per dedicarsi alla prossima imminente campagna elettorale; eleggere un Presidente della Repubblica che non abbia le qualità dell’attuale Presidente del Consiglio e sia più malleabile alle loro pretese.

Nessuno può credere che l’eccezionalità dell’attuale governo nato per decisione di Mattarella e indirizzato a gestire la pandemia e l’avvio del PNRR, possa durare molto a lungo. D’altra parte in questa legislatura tutte le possibili formule di maggioranza sono state provate in un gioco di incastri inedito nella storia della Repubblica segnato dalla cronica incapacità della politica italiana di generare stabilità.

Domina la scena la Grande Illusione: il “magico” Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che prevede finanziamenti all’Italia per quasi 200 miliardi di euro più 30 miliardi di Fondo supplementare. L’euforia per la pioggia di miliardi è stata rinforzata dalla ripresa dell’economia e le voci di spesa nell’ultima legge di bilancio si sono moltiplicate. Alleggerimento delle bollette per elettricità e gas, ammortizzatori sociali, bonus a volontà, il solito condono chiamato rottamazione delle cartelle esattoriali. Sulle idee per spendere non ci sono limiti alla fantasia.

È questo che serve all’Italia?

Se va tutto bene alla fine del 2022 raggiungeremo, forse, lo stesso livello di Pil del 2019, ma con un debito pubblico che è arrivato al record del 154%. Nota dolente: i redditi e i salari non crescono. Negli ultimi trent’anni l’Italia è l’unico Paese Ocse in cui le retribuzioni medie lorde sono diminuite in termini reali del 2,9%. Retribuzioni povere e discontinue porteranno a pensioni povere a meno che lo Stato, come in parte fa già adesso, non se ne faccia carico. Con quali prospettive future?

Anche l’occupazione non gode di buona salute. Ultimi in tutte le classifiche per tasso di occupazione complessivo, femminile e dei giovani in particolare, molto distanti dalla media Ue e molto di più dai Paesi del centro e nord Europa. Se in Italia su 36,5 milioni di persone abili al lavoro, solo 23 milioni sono effettivamente occupate, come si fa a mantenere il welfare italiano, che è uno dei più costosi tra i Paesi avanzati (ben il 56% dell’intera spesa pubblica)? Facendo pagare i ricchi e gli evasori d’accordo, ma, a parte che l’evasione è un fenomeno di massa, siamo sempre alla redistribuzione di un reddito nazionale in sofferenza da almeno vent’anni.

Per questo il cuore delle politiche dovrebbe essere da decenni l’incremento della produttività e quindi del Pil che superi di molto la crescita del debito e che porti ad un aumento dei guadagni dei lavoratori, vera base per costruire piani pensionistici sostenibili e per incrementare il mercato interno. Tutte le energie dovrebbero essere indirizzate nella direzione dell’innovazione che fa guadagnare di più e che arricchisce la competitività del Paese. Invece, pur avendo una posizione di punta nel campo delle esportazioni, abbiamo una spesa pubblica largamente improduttiva che assorbe ben oltre la metà del Pil. Aziende dei servizi, amministrazioni pubbliche ed erogazioni di denaro pubblico seguono logiche di vecchia data improntate a comprare consenso e smorzare tensioni facendo debito. Innovazione significa anche chiudere aziende che non vanno e aprirne altre. Invece tuttora si cerca il modo per bloccare le delocalizzazioni con misure punitive o con la statalizzazione delle aziende. Nel passato gli ammortizzatori sociali tenevano in piedi la finzione di posti di lavoro inesistenti per molti anni dando una spinta al lavoro nero e nessuna formazione dei lavoratori per ricollocarsi altrove. Oggi non è cambiato nulla e l’abbondanza di risorse (a debito) spinge sempre nella stessa direzione.

Intanto si sta avviando una transizione energetica frettolosa e confusa che si annuncia già come un passaggio molto difficile e rischioso sullo sfondo di una decrescita demografica che porterà al netto invecchiamento della popolazione.

Con l’inflazione che è ripartita e che minaccia di durare dovremmo sapere che di tempo a disposizione per agire ce ne è poco. Già negli Usa la Banca centrale prevede di diminuire gli stimoli monetari con un incremento dei tassi. Prima o poi accadrà lo stesso anche in Europa. L’Italia che farà con il suo debito pubblico che ha bisogno di rinnovarsi mese per mese? Per fortuna i vertici di Italia, Francia e Germania hanno un’idea di ristrutturazione dell’Unione europea che include una ridefinizione delle politiche fiscali comuni che vada ben oltre i vecchi parametri del Patto di stabilità. Ma saranno ancora Draghi e Macron a guidare le scelte strategiche dei loro paesi nel prossimo futuro? O ci ritroveremo una Le Pen, un Salvini o una Meloni a discutere del nuovo assetto dell’Europa? Se ci culliamo nell’illusione che l’eccezionalità di questi due anni si prolunghi per sempre il risveglio sarà molto duro

Claudio Lombardi

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