Irpef e welfare: chi paga e chi prende. Le scomode verità

Sistema fiscale e assistenziale sono questioni cruciali sempre al centro dei programmi dei governi. La pandemia ha portato ad un enorme aumento della spesa assistenziale che metterà in risalto le contraddizione del sistema italiano che i rapporti del Centro studi itinerari previdenziali (presidente Alberto Brambilla) hanno già evidenziato nel corso degli anni. Li riproponiamo attraverso alcuni estratti da articoli che si riferiscono alle rilevazioni sui dati 2018 e 2019 di Mara Guarino e di Alberto Brambilla tratti dal sito www.ilpuntopensionielavoro.it.

Quanto si spende per pensioni

La spesa pensionistica di natura previdenziale comprensiva delle prestazioni è stata nel 2019 di 230,259 miliardi contro i 225,59 del 2018 (+4,66 miliardi). Tenuto conto di entrate contributive pari a 209,4 miliardi (+2,29%), il saldo negativo tra entrate e uscite si è attestato a 20,86 miliardi (….). Pesa sul disavanzo soprattutto la gestione dei dipendenti pubblici che evidenzia un passivo di oltre 33 miliardi, parzialmente compensato dall’attivo di 6,3 miliardi delle gestioni dei lavoratori dipendenti privati e dai 7,4 miliardi della gestione dei parasubordinati.

L’insostenibile spesa assistenziale italiana

È ancora una volta la spesa per assistenza a confermarsi il punto debole del nostro welfare state. Nel 2019, l’insieme delle sole prestazioni assistenziali (prestazioni per invalidi civili, indennità di accompagnamento, pensioni e assegni sociali e pensioni di guerra) ha toccato quota 4.177.011, quasi 56mila prestazioni in più rispetto al 2018, per un costo complessivo di 22,835 miliardi, importo in costante aumento negli ultimi 8 anni. (….) I beneficiari di prestazioni totalmente o parzialmente assistite sono, senza considerare le quattordicesime mensilità, 8.137.540 e, al netto delle duplicazioni relative ai soggetti contemporaneamente percettori di pensioni di invalidità civile e indennità di accompagnamento, 7.728.678, vale a dire il 48,2% dei pensionati totali.

L’Ottavo Rapporto auspica un’adeguata separazione tra previdenza e assistenza perché «Mentre negli ultimi anni le prestazioni previdenziali sono state ridotte a mezzo di stringenti riforme che hanno colto l’obiettivo di stabilizzare la spesa (….), quelle assistenziali continuano ad aumentare per le continue “promesse” politiche e per l’inefficienza della macchina organizzativa, priva di un’anagrafe centralizzata, di un monitoraggio efficace tra i diversi enti erogatori e di un adeguato sistema di controlli, essenziali per aiutare con servizi e strumenti adeguati solo chi ne ha davvero bisogno ».

Il “peso” del welfare nel bilancio statale

Sono tre in particolare i rapporti che danno l’idea dell’incidenza del welfare sulla vita economica del Paese: quello sul PIL, che tocca il 27,32% (il 30% considerando anche casa e altre funzioni sociali); quello sul totale delle entrate contributive e fiscali, arrivato al 58,04%; e quello sulla spesa totale, che si attesta al 56,08%: in buona sostanza, al welfare è destinato più di un quarto di quanto si produce o più della metà sia di quanto si incassa sia di quanto si spende in totale. (….) La spesa sociale italiana, trascinata da un’assistenza fuori controllo, è elevata e cresce a ritmi difficilmente sostenibili in futuro. (….) I trasferimenti a carico della fiscalità sono passati dai 73 miliardi del 2008 agli attuali 114,27 con un incremento strutturale di oltre 41 miliardi e un tasso di crescita annuo superiore al 4% (…).

Come si finanzia il welfare state italiano?

Nel 2019 il sistema di protezione sociale italiano è costato per previdenza, sanità e assistenza 488,336 miliardi. Se, per quanto riguarda pensioni, Inail e prestazioni temporanee, con un saldo entrate/uscite positivo – al netto dell’IRPEF che grava su queste prestazioni – di 13,7 miliardi, si può parlare di un sistema in equilibrio e in grado di “autosostenersi”, lo stesso non può dirsi per spesa sanitaria (intorno ai 115 miliardi) e assistenziale (circa 114 miliardi) che, in assenza di contributi di scopo, devono attingere necessariamente alla fiscalità generale.

In particolare, a partire dai dati indicati nel DEF e nell’indagine annuale di Itinerari Previdenziali sulle dichiarazioni dei redditi ai fini IRPEF, l’Ottavo Rapporto stima che nel 2019 per finanziare il welfare state siano occorsi quasi tutti i 248,68 miliardi di entrate dirette (IRPEF, IRES, IRAP, ISOS) con un saldo attivo di 18,96 miliardi, insufficiente se solo si considerasse la spesa pensionistica al lordo dell’IRPEF. «Poco resta per ricerca e sviluppo se già per sostenere il resto della spesa pubblica (istruzione, giustizia, infrastrutture, etc), non rimangono che le residue imposte indirette, le altre entrate e soprattutto la strada del “debito” (…). Il 57,72% degli italiani versa al netto del bonus Renzi solo l’8,98% di tutta l’IRPEF, vale a dire appena 15,4 miliardi, risultando sostanzialmente a carico di qualcun altro, e peraltro non certo oppresso dalle tasse».

Irpef chi paga e chi prende

Su 60.359.546 cittadini residenti in Italia a fine 2018, i contribuenti dichiaranti sono stati 41.372.851; per contro, i contribuenti versanti, cioè quelli che versano almeno 1 euro di IRPEF, sono stati 31.155.444 (…). In altre parole, quasi la metà degli italiani, 29,204 milioni pari al 48,38%, non ha redditi e vive quindi a carico di qualcuno. Verrebbe da dire una percentuale atipica, degna di un Paese povero e non certo membro del G7, se non fosse che le stime su consumi, spese e possesso di determinati beni (telefonia, alcol, tabacco, gioco d’azzardo, etc.) vadano invece a smentire questa tesi e a puntare piuttosto il dito su un’elusione fiscale mai efficacemente contrastata in Italia. Anzi, semmai anche molto incentivata da una miriade di bonus e sconti assegnati a chi dichiara redditi bassi.

Il 13,07% dei contribuenti con redditi da 35mila euro in su versa circa il 58,95% di tutta l’IRPEF (….).

(….) Basterebbe in effetti un semplice confronto tra imposte versate e servizi ricevuti dallo Stato per far comprendere come molti italiani siano già a carico dei propri concittadini (….). Chi sostiene quindi il generoso welfare state italiano?

Considerando il gettito IRPEF al netto del bonus Renzi, per il 2018 (….) sopra i 300mila euro si trova solo lo 0,10% dei contribuenti versanti: 40.880 soggetti, che pagano il 6,05% dell’imposta complessiva (….) Tra 200mila e 300mila euro si colloca invece lo 0,14 % dei contribuenti che versa il 3,06% di tutta I’IRPEF, mentre con redditi lordi sopra i 100mila euro c’è l’1,22%, dei contribuenti, che tuttavia pagano il 19,80% dell’IRPEF. Sommando anche i titolari di redditi lordi da 55.000 a 100mila euro, si ottiene che il 4,63% dei contribuenti paga il 37,57% dell’imposta totale e, considerando i redditi dai 35.000 ai 55mila euro lordi, risulta che il 13,07% paga il 58,95% di tutta l’IRPEF. Volendo infine ricomprendere anche i redditi dai 20 ai 35mila euro, che tuttavia pagano imposte non sempre sufficienti a pagarsi tutti i servizi, si arriva a una perfetta sintesi del sistema: il 42% dei contribuenti versa quasi il 91% di tutta l’IRPEF, mentre il restante 58% ne paga solo l’8,98%. E così, mentre i contribuenti che dichiarano più di 35mila euro possono a ragione dirsi tartassati, non potendo neppure beneficiare di una qualche agevolazione a fronte delle imposte versate (ticket sanitari, trasporti, etc), il 58% degli italiani con redditi sotto i 20mila euro ne ha a disposizione una profusione, senza che nulla venga fatto per accertare che ce ne sia un reale bisogno. E risulta d’altra parte difficile credere che poco meno della metà del Paese possa davvero vivere con redditi tanto bassi.

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