Plastiche monouso: una soluzione finta

Dal 3 luglio è operativa la Direttiva europea che blocca la produzione di plastiche monouso, un settore produttivo che in Italia fa lavorare decine di migliaia di persone.

Di cosa stiamo parlando? Di piatti, bicchieri, tovaglie, cannucce. Bottiglie di plastica, confezioni di formaggi, salumi, latticini, verdure, sacchetti in polietilene che si usano per confezionare qualunque cosa, invece, sono ancora permessi. Inevitabile visto che non esistono alternative valide per impacchettare, distribuire e conservare prodotti facilmente deperibili. Forse non tutti si rendono conto che senza le plastiche lo spreco alimentare sarebbe maggiore e lo sarebbero anche le perdite economiche per i consumatori e il fastidio di dover fare acquisti più di frequente. Insomma il mondo delle plastiche è molto vasto e ci aiuta a vivere meglio. Il divieto riguarda solo una piccola parte degli oggetti di plastica che produciamo e utilizziamo.

Perché è stata presa questa decisione? Essenzialmente perché questi prodotti non vengono smaltiti correttamente e finiscono lungo i bordi delle strade, nei campi, nei boschi, nei fiumi e giungono fino al mare. Ci finiscono perché le persone li gettano dove capita invece di riportarli a casa e metterli negli appositi contenitori per essere trattati come rifiuti. Siamo di fronte ad una norma che mira non a risolvere il problema bensì ad aggirarlo cercando di fare bella figura di fronte all’opinione pubblica.

Qualcuno comunque potrebbe dire: “bene, comunque questo è già un inizio, da qualche parte bisognava cominciare”. Ottimo e questi prodotti con cosa verranno sostituiti? Ci sono due alternative: o plastica riutilizzabile, per esempio piatti più robusti che riporti a casa e che dovrai lavare per poterli utilizzare ancora, o plastica biodegradabile. Cosa cambierà rispetto a prima? A ben vedere niente perché il problema sarà sempre quello del corretto smaltimento dei rifiuti. La plastica più rigida potremo riutilizzarla o buttarla, ma rispettando la raccolta differenziata. C’è però un problema. Parlare di qualcosa che è “biodegradabile” non significa che non debba essere considerato un rifiuto da trattare. Bisogna chiarirlo bene, altrimenti qualcuno potrebbe sentirsi meno in colpa gettando questi rifiuti nell’ambiente. Biodegradabile significa che anche la plastica deve essere messa nel cassonetto dell’organico per poi essere lavorata negli impianti di compostaggio. Se abbandonata nell’ambiente avrebbe tempi di trasformazione lunghissimi. In pratica si comporterebbe come le attuali plastiche monouso. Negli impianti destinati a produrre il compost invece si raggiungono temperature abbastanza elevate per ottenere le trasformazioni desiderate.

Gira e rigira non si sfugge: il problema è sempre quello di un corretto smaltimento dei rifiuti. È inutile vietare la produzione se le persone non collaborano continuando a gettare qualunque cosa fuori dei cassonetti. Impossibile non si capisca che il problema non è la plastica monouso, ma il ciclo dei rifiuti che inizia con il comportamento delle persone e si chiude o con il riciclo e il compostaggio o con la termovalorizzazione. In realtà le plastiche monouso possono essere un ottimo carburante per i termovalorizzatori trasformandosi così in energia. Forse negli ambienti della Commissione europea non ci hanno pensato, ma le plastiche messe fuori legge sono semplici rifiuti e come tali devono essere trattati. Esattamente come gli altri rifiuti in plastica, in metallo ecc ecc. E allora perché il divieto? Presi dalla foga della transizione ecologica si è voluto seguire la moda dei provvedimenti di impatto mediatico, ma molto deboli sul piano della razionalità? È probabile

Pietro Zonca

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