Rifiuti che danno energia o discarica?

A proposito della parte dedicata ai rifiuti nel Recovery plan che non prevede la costruzione di termovalorizzatori dei quali mezza Italia è sprovvista pubblichiamo un articolo di Donato Berardi tratto da www.lavoce.info

ll recupero di energia dai rifiuti non è la soluzione migliore per arrivare a un loro ciclo ambientalmente sostenibile. Però, è oggi l’unica alternativa reale alla discarica. E può dare un contributo all’ambizioso percorso europeo di decarbonizzazione.

Waste-to-Fuel, una scelta obbligata

Produrre energia elettrica, calore o carburanti utilizzando ciò che non serve più. Il cosiddetto “Waste-to-Energy/Waste-to-Fuel” (Wte) rappresenta un altro aspetto dell’economia circolare, una opzione meno nota del riciclo o riuso, anche perché, rispetto a questi ultimi, è meno preferibile. È infatti un aspetto controverso, che non manca di generare dubbi e incertezze, visto che il recupero di energia non è la soluzione ottimale per arrivare a un ciclo dei rifiuti ambientalmente sostenibile. Tra le azioni da preferire nella gestione rifiuti, il recupero di energia occupa la penultima posizione, dopo la riduzione, il riuso e il riciclo (le famose 3 R).

È tuttavia una soluzione che rimane sempre migliore dello smaltimento in discarica, se si valutano gli impatti sull’ambiente (qui). E proprio per questa ragione, il Wte/Wtf potrebbe continuare a dare un contributo all’ambizioso percorso di decarbonizzazione per rendere l’Unione europea neutrale dal punto di vista delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2050 (qui).

La totalità degli impianti di incenerimento dei rifiuti urbani in Italia è classificata come impianto di recupero di energia dai rifiuti, dunque sembra importante quantificare il contributo da loro offerto in termini di minori emissioni di CO2.

Un rapporto Utilitalia-Ispra quantifica in 5,3 milioni le tonnellate di rifiuti urbani inceneriti in impianti con recupero energetico (anno 2017). Lo stesso rapporto indica che dall’incenerimento di rifiuti urbani sono stati ottenuti 4,5 miliardi di kWh di energia elettrica. Il trattamento ha prodotto complessivamente 2,5 milioni di tonnellate di CO2. In uno scenario alternativo, nel quale tali rifiuti fossero stati smaltiti in discarica, si sarebbero registrate emissioni per 7,2 milioni di tonnellate, ovvero 6 milioni di tonnellate di CO2 prodotta in più.

Giova poi ricordare che gli impianti di recupero energetico di nuova generazione, dotati di tecnologie di cattura delle emissioni, sono in grado di ridurre ulteriormente le emissioni di CO2 e vantano un saldo emissivo negativo. Per questo motivo, possono ancora offrire un contributo alla decarbonizzazione, in qualità di tecnologia di transizione, come alternativa alla discarica per tutti i rifiuti non riciclabili.

I pericoli delle fabbriche dei materiali

Nei prossimi anni una strategia di contenimento delle emissioni clima alteranti e di gestione efficiente dei rifiuti non potrà prescindere da una pluralità di obiettivi: ridurre la produzione di rifiuto (sostenendo il deposito su cauzione, la vendita di prodotti sfusi, la tariffazione puntuale, eccetera), promuovere il riuso dei beni, gli impianti e le materie prime da riciclo, e tassare lo smaltimento in discarica (qui). Al contempo, andranno sostenute tutte le forme di recupero energetico per i rifiuti che non sono riciclabili.

In Italia il recupero energetico si potrà applicare a circa 7,5 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, ossia al 25 per cento degli attuali 30,1 milioni, dei quali gran parte si concentra in sole tre regioni: Lazio, Campania e Sicilia. Sono peraltro le regioni per le quali la bozza più aggiornata del Recovery Plan individua le maggiori criticità, affidando però a nuovi impianti di trattamento meccanico-biologico la soluzione al problema. Sono le cosiddette fabbriche dei materiali, impianti nei quali dal rifiuto indifferenziato verrebbero recuperati metalli, plastiche, carta, eccetera. Non chiudono il ciclo, ma sono utilissime per 1) consentire il trasporto dei rifiuti in regioni diverse da quelle da cui originano (si veda  qui); 2) preparare i rifiuti per essere smaltiti in discarica.

Viste da questa prospettiva, le fabbriche dei materiali sono un modo certo per non interrompere il turismo dei rifiuti e continuare a smaltirli in discarica.

Occorre prendere consapevolezza del fatto che oggi smaltiamo ancora in discarica 6 milioni di tonnellate di rifiuti urbani (21 per cento), a cui si sommano gli scarti dalle raccolte differenziate.  Il riciclo si attesta al 32 per cento, a cui si aggiunge un 23 per cento dei rifiuti urbani avviati a compostaggio e digestione anaerobica.

Per raggiungere il 65 per cento di riciclaggio e la riduzione sotto al 10 per cento della discarica entro il 2035 occorre dunque realizzare gli impianti per il riciclo e accettare che tutto ciò che non può essere riciclato venga destinato alla produzione di energia o carburanti, unica reale alternativa per gli scarti del riciclo e per i rifiuti non differenziati, evitando lo smaltimento in discarica.

La discarica è davvero l’ultima opzione sul tavolo, visti i suoi effetti negativi sull’ambiente. I numeri non lasciano spazio a dubbi: dei 18,3 milioni di tonnellate di gas serra prodotte dalla gestione dei rifiuti nel nostro paese in un anno (fonte Ispra 2018), ben 13,7 milioni – il 75 per cento – è riconducibile a operazioni di smaltimento in discarica. Seguono, a grande distanza, il trattamento delle acque reflue con 3,8 milioni, il trattamento biologico con 0,6 milioni e l’incenerimento con 0,2 milioni di tonnellate equivalenti. Ed è una situazione che si ripropone immutata dagli anni Novanta.

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