Una polizia arrendevole genera violenza

Può sembrare strano parlare di cedevolezza della polizia mentre ancora non si conoscono le responsabilità della morte dell’uomo durante un intervento per sedarlo a Bologna. Comunque lo si voglia rubricare (incidente o uso eccessivo della forza) resta un caso isolato e non indica una pratica diffusa. Molto più gravi sono gli scontri che le forze cosiddette antagoniste scatenano spesso in occasioni di manifestazioni di massa. Lo schema è sempre lo stesso: la manifestazione si svolge fino ad un certo punto pacificamente, poi alcuni gruppi si separano, si travestono e attaccano le forze di polizia. Le cronache mostrano strade devastate, incendiate, saccheggiate. Nel caso degli scontri in  Val di Susa si verificano veri e propri assalti paramilitari ai cantieri della TAV. La guerriglia finisce quando chi l’ha scatenata decide di finirla. La polizia lascia vie di fuga ed evita di accerchiare gli aggressori che riescono sempre a disfarsi dei travestimenti e dell’attrezzatura usata per gli attacchi e ad allontanarsi. Ci sono dei fermi, ma raramente si traducono in arresti ed ancor più raramente in processi e in condanne. Il bilancio dei feriti, comunque, pende sempre a sfavore della polizia ed ormai le tattiche di guerriglia si sono affinate e riescono a mettere sulla difensiva gli agenti. Da una parte bombe carta, bottiglie incendiarie, sassi, spranghe, auto e cassonetti incendiati, mortai artigianali. Dall’altra lacrimogeni, idranti, manganelli.

Il risultato è una grande dimostrazione che l’aggressività, meglio se esercitata in gruppo, ha la meglio e resta impunita. La responsabilità è anche del sistema giudiziario che non sempre riesce a perseguire i reati specie se questi assumono un rilevo politico.

L’aggressività è molto diffusa dalle scuole ai pronto soccorso ai giovani spesso armati di coltello e organizzati in bande. Non sembra però che qualcuno tema le sanzioni previste dalle leggi. Non la temono nemmeno gli immigrati irregolari che vivono allo sbando e che praticano attività criminali, ma hanno già sperimentato che molto difficilmente saranno espulsi dall’Italia, anche perché assistiti da una rete di supporto che include avvocati, medici e persino alcuni amici tra i magistrati.

C’è chi dice che aumentare le pene e prevedere nuovi reati peggiori la situazione, ma d’altra parte affidarsi ad una felice evoluzione della società incrementando le spese per l’istruzione, l’assistenza, i servizi appare molto più illusorio della strada repressiva. La repressione non è altro che la capacità di fermare i comportamenti illegali e violenti e mostrarsi incapaci di farlo è deleterio per qualunque collettività.

C’è un pregiudizio sulle forze di polizia che risale ad anni lontani quando i movimenti che contestavano il “sistema” ovvero la liberaldemocrazia e l’economia di mercato aprirono la strada alla stagione del terrorismo. A questi risposero gruppi di estrema destra agganciati a settori degli apparati di sicurezza e fu la strategia della tensione. Attentati, omicidi politici, violenza diffusa. Furono anni durissimi nel quadro di una contrapposizione tra Stati Uniti ed Unione Sovietica combattuta anche sul piano delle trame di destabilizzazione (anche allora unilaterali ovvero da Urss e Cina verso l’Occidente) e non sempre le forze di polizia si conquistarono la fiducia dei cittadini. Da allora si impose la diffidenza nei confronti degli apparati di sicurezza dello Stato e la stessa nozione di ordine pubblico e di sicurezza dei cittadini fu inquadrata come pulsione di autoritarismo.

I movimenti antagonisti di oggi appartengono all’album di famiglia dei contestatori del passato e tuttora perdura un’affinità con le forze di sinistra.

In questo quadro l’arrendevolezza della polizia e la non volontà di praticare una repressione dura quando è giustificata ha un effetto di destabilizzazione e indica ai cittadini la via del cedimento di fronte ai violenti. In realtà in uno stato democratico una polizia che sa farsi rispettare e che riesce a fermare i violenti e un sistema giudiziario che riesce a punirli sono una garanzia di libertà per tutti

Claudio Lombardi

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