La crisi delle banche e i salvataggi bancari

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A dicembre la crisi di quattro banche regionali dell’Italia centrale è stata risolta facendo pagare il prezzo ad azionisti ed obbligazionisti; in questi mesi un fondo finanziato da banche private e con garanzia statale sta cercando di traghettare due banche venete alla quotazione. Tali interventi recepiscono la nuova normativa europea che vuole limitare se non vietare l’iniezione di denaro pubblico nel settore bancario, ma sono anche dettati dal fatto che lo Stato italiano non può regalare un paio di centinaia di miliardi al settore bancario come hanno fatto Gran Bretagna, Germania e altri paesi europei qualche anno fa .

vigilanza banche BCELa ricetta di Bruxelles per le banche si fonda si tre capisaldi: 1) la vigilanza da parte della BCE e non delle banche centrali nazionali sulle banche commerciali europee o almeno di quelle più grandi; 2) il cosiddetto bail in, ovvero la limitazione dell’impiego di risorse pubbliche nei salvataggi bancari, con l’imposizione di far pagare il conto ad azionisti,  obbligazionisti e grandi correntisti prima di usare soldi dei contribuenti; 3) una garanzia europea dei depositi fino a centomila euro. Il principio che le banche siano vigilate dalla BCE è stato quasi universalmente accettato, è  quasi universalmente contestato il fatto che non esista ancora una garanzia europea sui depositi. E’ invece il bail in a dividere l’opinione pubblica e gli esperti.

Quando fu votata la nuova normativa europea sui salvataggi bancari (per essere precisi il provvedimento parla di risoluzione di crisi bancarie) la politica e gli economisti italiani sollevarono ben poche obiezioni. Oggi diverse figure con ruoli istituzionali, come il governatore di Bankitalia Visco affermano di avere lanciato per tempo allarmi circa gli effetti perversi del bail in. Io non ricordo prese di posizione nette sul tema. Mi sorprende molto il fatto che qualche anno fa ci furono poteste contro un prestito pubblico a Monte Paschi ed oggi ci sono proteste perché si minimizza l’impiego di risorse pubbliche. Credo che molti non hanno ancora compreso che i rischi bancari, ed ancor di più i dissesti, non possono essere fatti sparire con un provvedimento di legge, la legge se fatta bene può al massimo stabilire chi deve accollarsi rischi e debiti. Non esistono in merito cure prive di controindicazioni.

approvazione bail inQualcuno etichetta il bail in come un provvedimento punitivo imposto dai tedeschi, illogico e antisociale. In realtà i tedeschi sono stati i primi ad utilizzarlo con il salvataggio di Commerzbank ed economisti con posizioni assai diverse come il liberale Raghuram Rajan, governatore della banca centrale indiana ma con una lunga esperienza negli Stati Uniti o il socialdemocratico Stiglitz, affermano che spesso è necessario salvare banche, per questioni di stabilità del sistema economico, ma che, per le stesse ragioni (oltre che per equità) non è opportuno salvare il management, gli azionisti e gli obbligazionisti delle stesse banche. Il drammatico tracollo di Lehman Brothers e di altri giganti della finanza è stato causato anche dall’assunzione di grossi rischi nella convinzione che il governo non avrebbe mai lasciato fallire una grande banca.

Il bail in per ragioni di efficacia non può essere limitato a titoli di nuova emissione, ma è giusto che vengano perseguiti i professionisti e le istituzioni che hanno venduto titoli rischiosi ad investitori non professionali alterando la percezione del rischio di tali titoli.

educazione finanziariaDa più parti leggo che serve investire in educazione finanziaria. Certo è bene spiegare ai piccoli risparmiatori almeno i concetti base della finanza, bisogna per esempio far capire a chi negli anni settanta portava a casa tassi del 20% che con l’inflazione zero anche un tasso del 6% implica l’assunzione di un certo livello di rischio e bisogna vietare le pubblicità che in un mondo a tasso zero promettono rendimenti senza rischi, ma i consumatori non possono certamente giocare una partita alla pari con chi per professione si occupa di finanza. Un risparmiatore per valutare il profilo di rischio di un investimento dovrebbe essere in grado di comprendere le caratteristiche di prodotti finanziari anche complessi, avere pieno accesso ad informazioni che, soprattutto se riguardano società non quotate, non sono pubbliche, verificare la veridicità delle affermazioni e la plausibilità delle previsioni del management. E’ chiaro che l’educazione finanziaria non basta.

Più realistico è pensare di limitare i rischi che possono assumere sia i piccoli risparmiatori che le banche.

piccoli risparmiatoriSul fronte piccoli risparmiatori da anni con diverse direttive (Mifid e Mifid 2) le istituzioni europee impongono alle banche una profilazione degli investitori sulla base delle loro competenze. L’assegnazione di un profilo basso limita la possibilità di una banca di vendere ad investitori poco qualificati titoli rischiosi. Si tratta di validi principi che però devono essere attuati con più efficacia. Dopo i recenti tracolli non pochi hanno invocato il divieto di vendita al dettaglio di obbligazioni subordinate. Non ho nulla in contrario a limitare determinati prodotti ad investitori qualificati, è bene fare attenzione però che questi prodotti non vengano poi impacchettati in strumenti finanziari considerati meno rischiosi come avveniva con i mutui subprime. Non bisogna fare grandi esercizi di ingegneria finanziaria, se la soluzione pensata è quella di vietare la vendita di titoli complessi allo sportello, vi è una facile via di elusione: creare un’istituzione finanziaria che si riempia di titoli complessi e poi emetta azioni e obbligazioni semplici. Infine bisogna tener presente che limitare i rischi che un risparmiatore assume significa necessariamente limitare il rendimento atteso.

rischi bancariRimane quindi il fronte della regolamentazione dei rischi che una banca può assumere, fermo restando che il fallimento di quattro banche locali italiane è ben diverso da quello di Lehman Brothers, che le banche italiane sono orientate verso attività tradizionali e che qualche media banca italiana è finita in dissesto non per speculazioni su derivati, ma per un management inadeguato e per il collasso del tessuto economico del loro piccolo bacino di riferimento. Occorre riaprire il cantiere delle riforme del settore bancario, perché la risposta europea alla crisi del sistema finanziario dello scorso decennio è stata ampiamente sottodimensionata e limitata all’allentamento dei legami tra rischio bancario e rischio sovrano. Occorre tornare a parlare del difficile equilibrio tra concorrenza e stabilità nel settore bancario; le banche non possono essere troppo grandi per fallire, ma nemmeno troppo piccole per pagare lo stipendio ad un amministratore delegato ed ad un consiglio di amministrazione. Occorre poi rimodulare la blanda normativa varata dalla Commissione Europea e integrata da Bankitalia sui compensi dei manager, occorre trovare una soluzione ai conflitti d’interessi delle agenzie di rating, occorre riaprire il cantiere dalla Volcker rule, ovvero arrivare ad una normativa che stabilisce quali rischi può assumere una banca commerciale che in ogni caso  beneficia di una garanzia statale implicita, perché chi da’ i soldi ad una banca commerciale sa che se le cose vanno male lo Stato correrà a salvarlo.

Salvatore Sinagra

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