Populismo e nazionalismo o politica e democrazia?

Bella situazione. Sempre più populismo e nazionalismo entrano in rotta di collisione con la politica e la democrazia. Dopo la Brexit, l’elezione di Trump e poi la Le Pen che si prepara a diventare Presidente della Repubblica francese con in programma l’uscita dalla Ue e dalla Nato. In ogni paese europeo movimenti o governi ostili che vedono l’Unione europea come un odioso limite alla loro sovranità. Ognuno che vuole andare per la sua strada.Europa egoismi nazionali Da noi Grillo e Salvini puntano sul referendum anti euro per farsi dire un bel NO dal popolo inviperito e inconsapevole delle conseguenze come se inondare l’Italia di una nuova lira senza valore potesse essere una risposta praticabile. Manco fossimo la Cina! Il popolo che i populisti immaginano immediatamente capace di scelte complesse, ma popolo “naturalmente” ignorante perché composto da una miriade di punti di vista particolari la somma dei quali non può comporre una scelta generale. Questa può venire solo dalla politica e dalla democrazia che hanno bisogno di sedi nelle quali l’opinione si possa filtrare, educare, formare, mediare, riconducendo la molteplicità a poche scelte di valore generale.

Sarebbe la funzione dei partiti, ma questi sono ridotti al lumicino per l’incapacità di fare pulizia al loro interno e per quella di rinnovarsi trasformandosi in strumenti di formazione dell’opinione nell’epoca di internet. Proprio quest’ultima li ha invece messi nell’angolo mettendo a disposizione di tutti un’enorme mole di informazioni e l’illusione di poterle facilmente interpretare. Se nel passato “lo ha detto la televisione” conferiva a qualunque messaggio il crisma dell’indiscutibilità oggi accade che lo si dica per la rete con l’aggravante che la televisione è sempre stata sotto il controllo di organismi pubblici o privati accreditati, mentre la rete è nelle mani di chiunque riesca a farsi ascoltare (e magari lo si ascolta proprio per l’assurdità di ciò che sostiene). Ulteriore aggravante è che internet manipolazionela rete si presta alla manipolazione del pensiero e del consenso perché permette un controllo centralizzato nelle mani di piccoli gruppi. È il caso del M5S, secondo partito nazionale gestito dai server di una piccola società privata di comunicazione e dal blog di Beppe Grillo. Niente congressi, niente primarie, giusto un po’ di gruppi locali liberi di discutere fino a che non vengono toccati i temi rilevanti che spettano solo al Capo e al suo staff.

È una trasformazione della formazione del consenso che si accompagna e si completa con un rapporto tra leader e popolo sempre più esclusivo senza nulla che si frapponga nel mezzo. Iniziato come leaderismo molti anni fa oggi populismo è sicuramente la definizione giusta. Dai nuovi movimenti viene però soprattutto una spinta nazionalista contraria ad ogni tipo di organismo sovranazionale. La somma dell’uno e dell’altro ricorda tanto ciò che accadde in Europa a cavallo delle due guerre mondiali. L’impressione è che un ciclo storico iniziato con il secondo dopoguerra si stia fermando e stia invertendo la sua direzione. Fare qualcosa per bloccare questo sviluppo non può consistere nell’invocazione dei “sacri ideali” dell’internazionalismo e dell’europeismo. partito e antipartitoPer troppi anni questi sono stati utilizzati per avocare ogni scelta alle élite politiche e tecnocratiche che hanno fatto gli interessi dei grandi organismi finanziari e imprenditoriali nonché di un ceto ristretto di privilegiati del potere e non certo dei ceti medi e bassi della società. Gli ideali adesso devono essere messi sulle gambe della concretezza e dell’utilità. Bisogna cioè dimostrare che scegliere l’unione invece della divisione conviene e bisogna dimostrare che anche le élite sono chiamate a pagare i conti della crisi.

Altrimenti la tentazione sarà quella di rinchiudersi dentro i propri confini e siccome ciò non porterà i benefici attesi il passo successivo sarà l’inasprimento delle tensioni tra gli stati. Nemmeno Trump potrà realizzare i miracoli promessi in campagna elettorale e, passato il primo periodo, probabilmente dovrà fare i conti con la realtà che l’interdipendenza tra le economie non si può piegare più agli interessi di una sola potenza. D’altra parte non ci si è riusciti nel passato quando la guerra era uno strumento ordinario di risoluzione delle controversie internazionali e non c’era alcuno scrupolo a ricorrervi, figuriamoci se ci si può riuscire adesso con il mondo pieno di armi atomiche.

Claudio Lombardi

Referendum e democrazia rappresentativa

Il professor Sabino Cassese ha rilasciato al Foglio un’intervista molto interessante che affronta sinteticamente alcune problematiche emerse con il referendum sulla Brexit e dopo la sentenza della Corte Suprema britannica che ha bloccato l’attuazione della decisione referendaria senza una legge del Parlamento. Di seguito la sintesi e alcuni stralci.

“La più antica democrazia del mondo ha dato una bella lezione di democrazia al mondo. Ha stabilito che non basta un referendum, ci vuole una legge. In altre parole, che la democrazia rappresentativa prevale su quella diretta. E questo è stato deciso da una Corte Suprema, che così fa rispettare i ruoli di popolo, Parlamento e governo.

brexit(Il motivo è che) il Trattato sull’Unione Europea non è un semplice trattato, ma qualcosa di più, perché incide sul diritto nazionale. Se il Regno Unito esce dall’Unione i cittadini britannici perdono molti diritti. Quindi deve intervenire il Parlamento”.

Cassese ricorda che il Parlamento potrebbe anche decidere di restare nell’Unione dovendo votare prima il progetto di legge presentato dal governo per autorizzarlo ad avviare le procedure per la Brexit; poi una legge per abrogare quella del 1972 che decise la partecipazione del Regno Unito all’Unione Europea; e probabilmente una terza legge per approvare le condizioni dell’uscita al termine delle trattative con la UE.

Secondo Cassese “è bene dare la voce al popolo, ma è bene anche sapere che il popolo può sbagliare e che occorrono, quindi, limiti. Questo è il motivo per il quale tante scelte collettive sono sottratte al popolo e tante altre sono attribuite al popolo, ma con molte restrizioni”.

Il rischio “che sta emergendo nell’uso frequente che si fa del referendum in alcune parti del mondo è quello di gruppi interessati a certi risultati, che manipolano l’opinione pubblica e ottengono risultati per gruppi, categorie, corporazioni, a danno della collettività”.

sovranità popolareAll’obiezione che è pur sempre la volontà popolare che si esprime Cassese ribatte che “al referendum inglese hanno partecipato circa i due terzi della popolazione e quindi è bastato solo il consenso del 36 per cento per decidere di uscire dall’Unione Europea”.

Inoltre “tutti i recenti referendum, quello colombiano, quello thailandese, quello ungherese, quello inglese, quello italiano, dimostrano che i cittadini non votano sul merito della questione loro sottoposta, ma sono spinti da altri motivi, influenzati da altri fattori che è difficile controllare. (In quello italiano) c’è stato chi ha votato sulla riforma della Costituzione e chi ha votato su Renzi e il suo governo. Le conseguenze paradossali si notano ora, dopo la decisione della Corte Costituzionale sulla legge elettorale di Renzi. Molti dei sostenitori del No al referendum, infatti, sono preoccupati dalla disomogeneità delle due leggi elettorali, che potrebbe portare a maggioranze diverse nei due rami del Parlamento. Ma questo non dovrebbe essere un problema per i sostenitori del bicameralismo. democrazia deliberativaEssi dovrebbero, al contrario, essere contenti di ciò. Se due Camere votano nello stesso modo, sono inutili. Meglio se le due Camere si controllano reciprocamente. Dunque i sostenitori del bicameralismo, quelli che hanno votato No al referendum, dovrebbero essere lieti dell’esistenza di due leggi diverse, che potrebbero portare a due maggioranze diverse, costringendo le forze politiche all’accordo”.

La lezione che è possibile trarre per Cassese è evidente: “i nostri regimi politici sono sistemi di democrazia rappresentativa, che si integrano o completano, in alcuni momenti e a certi fini, con decisioni prese mediante ricorso diretto al popolo. Prevale la democrazia rappresentativa su quella diretta. La Costituzione italiana, ad esempio, ha saggiamente sottratto a referendum le leggi tributarie, perché, verosimilmente, sottoporre ai cittadini decisioni attinenti a imposte e tasse avrebbe come risultato solo la loro riduzione o soppressione”.

Brexit e democrazia

Ma è proprio vero che tutto si può decidere con referendum? È questo strumento la manifestazione suprema della democrazia? È solo il referendum che mette nelle mani del popolo il potere di decidere?

brexitQuesti sono alcuni degli interrogativi suscitati dal voto inglese del 23 giugno. Che l’effetto della Brexit sia quello di scombussolare gli equilibri europei e di destabilizzare il Regno Unito lo dicono praticamente tutti i commenti e lo si può constatare nei fatti. Si vedrà sulla lunga distanza se le conseguenze continueranno ad essere negative per il popolo inglese o se la situazione volgerà al positivo. Per ora nemmeno gli stessi promotori del leave sanno cosa fare; tanto è vero che il rinvio, dopo tanto strombazzamento sulla liberazione dalle catene dell’Unione Europea, è la linea a cui tutti si adeguano.

Dunque non hanno più fretta di andarsene. E perché? Perché hanno paura. Ora che il popolo inglese ha parlato e ha deciso (con una maggioranza risicata del 2%) ci si domanda come si possano gestire le conseguenze. Che nell’immediato si manifestano come catastrofiche soprattutto se si realizzerà la minaccia della Scozia di ripetere il referendum sull’indipendenza e se scoppieranno nuove tensioni nell’Irlanda del nord. La crisi economica che colpirà (anzi che ha già iniziato a colpire) il Regno Unito rischia di essere il minore dei problemi se si manifesterà realmente la possibilità di uno smembramento dello Stato. Possiamo immaginare che la separazione dalla Scozia e la ripresa della lotta per l’unificazione dell’Irlanda con il probabile scontro tra unionisti e separatisti si svolgerà pacificamente? Realisticamente no.

democraziaÈ questo che volevano gli elettori del leave? Gli elettori sapevano a cosa portava la loro decisione? È questa la democrazia? No. Questa è una vecchia storia di manipolazione delle masse i cui esempi sono  ben presenti nella storia del ‘900.

Un motto che viene dall’ottocento recita “Quando il popolo si desta, Dio si mette alla sua testa”. Un anelito romantico e nulla più, retorica infondata. Il popolo non è un soggetto unico, è composto da tanti individui ed ognuno deve poter conoscere per deliberare. E la conoscenza non è semplice informazione, ma un processo ben più complesso che deve portare alla consapevolezza e alla responsabilizzazione. Per questo i quesiti drastici – SI’ NO – su scelte delle quali è difficile calcolare le conseguenze vanno gestiti con la massima cura. Non possono essere agitati come un diritto del popolo a decidere su tutto. Non a caso la nostra Costituzione indica già all’articolo 1 il principio su cui si regge la democrazia della Repubblica La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. E non a caso fra questi limiti vi è quello di non sottoporre a referendum le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

partecipazione dei cittadiniLa democrazia non è un sistema statico che si regge su quesiti drastici. La democrazia è un metodo che si fonda sulla partecipazione delle persone e funziona se è anche cultura oltre che pratica. E la partecipazione stessa è molto più complessa di un referendum, non si esaurisce in una fiammata, in un voto, ma è qualcosa che si costruisce pezzo a pezzo ed è reale se è scambio indirizzato alla formazione progressiva di un’opinione, di un indirizzo che poi le istituzioni dirette dai rappresentanti politici tradurranno in scelte politiche, norme e atti di governo.

Dice bene, ancora una volta, la nostra Costituzione affermando il principio che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi per concorrere a determinare la politica nazionale. C’è qui una visione che, nonostante abbia bisogno di essere aggiornata alla realtà di oggi, è molto più ricca  di qualunque democrazia referendaria. Le parole chiave sono “associarsi” e “politica nazionale”. Cioè la politica scaturisce dall’attività dei cittadini che si organizzano. Una funzione sociale diffusa che si articola in più livelli e che tocca i vertici istituzionali in un rapporto necessariamente dialettico. Altro che un SI’ o un NO magari estorto a suon di disinformazione, di bugie, di false promesse e di demagogia.

Brexit e democrazia è un tema sul quale si dovrà riflettere bene e a lungo per non incappare negli stessi errori.

Claudio Lombardi

La legge elettorale non è tutto

Nel 1950 un poli­to­logo desti­nato alla cele­brità, Mau­rice Duver­ger, pub­bli­cava un libro dedi­cato all’influenza dei sistemi elet­to­rali sulla vita poli­tica. Ove rior­di­nava qual­che idea che da sem­pre cir­co­lava tra i pra­ti­coni. Che la pro­por­zio­nale fa cre­scere il numero dei par­titi. Che i regimi mag­gio­ri­tari ridu­cono il numero dei par­titi. Che il mag­gio­ri­ta­rio all’inglese riduce a due i con­cor­renti. Pom­po­sa­mente però dava cre­dito a simili ovvietà attri­buendo loro il nome alti­so­nante di legge.

Duver­ger invi­tava invero alla cau­tela. Le leggi, diceva, fun­zio­nano a seconda di cir­co­stanze e con­te­sti. Fatto sta che l’idea delle leggi ha avuto suc­cesso e che molti altri «scien­ziati» poli­tici si sono cimen­tati nell’affinare o con­trad­dire le leggi di Duver­ger. Di solito pro­met­tendo la ricetta elet­to­rale più appro­priata per pro­durre governi sta­bili, auto­re­voli, rap­pre­sen­ta­tivi e soprat­tutto in grado di con­te­nere la canea dei partiti.

Tra­scorso ben oltre mezzo secolo dal libro di Duver­ger, tempo è venuto tut­ta­via per rove­sciare pro­spet­tiva. sistemi elettoraliL’esperienza inse­gna al con­tra­rio che non sono le leggi elet­to­rali a influen­zare la vita poli­tica, ma che è la vita poli­tica che detta le norme elet­to­rali. La sto­ria, diceva Carl Sch­mitt, la scri­vono i vin­ci­tori. Scri­vono quella pas­sata e pro­vano a scri­vere pure quella futura, pre­scri­vendo regole, anche elet­to­rali, tali da ren­dere irre­ver­si­bile la loro vit­to­ria.
Detto con parole più mode­ste, le classi poli­ti­che ten­dono a per­pe­tuarsi. Le leggi elet­to­rali sono uno degli stru­menti di cui si avval­gono per farlo. Natu­ral­mente, che un gio­ca­tore scriva le regole a sua misura è scon­ve­niente e qual­cuno gri­derà di sicuro allo scan­dalo, ma non è un freno suf­fi­ciente. Non è nep­pure un freno che gli elet­to­rati a volte smen­ti­scano le attese di chi ha scritto le regole. Chi sta al potere vuole norme elet­to­rali su misura e se può prova a far­sele. Dopo­tutto, anche i suoi con­cor­renti fin­gono sem­pre di volere una legge elet­to­rale più one­sta e più rap­pre­sen­ta­tiva, ma in realtà ne vogliono una di loro gra­di­mento, e si bat­tono come pos­sono, per ottenerle.

Pro­viamo con qual­che esem­pio. Quando nel ’58 De Gaulle in Fran­cia adottò il mag­gio­ri­ta­rio con dop­pio turno, lo fece per ren­dere per­ma­nente il pri­mato del suo par­tito. Vice­versa Mit­te­rand intro­dusse nel 1985 una dose di pro­por­zio­nale per favo­rire l’ingresso in par­la­mento del Front Natio­nal a danno della destra post­gol­li­sta. Gli inglesi si ten­gono il loro assurdo regime elet­to­rale sol per­ché con­viene al duo­po­lio conservatori/laburisti. Cui sta benis­simo spar­tirsi l’86 % dei seggi col 66 % dei voti. Quanto all’America, è la patria del ger­ry­man­de­ring. Allor­ché i repub­bli­cani con­qui­stano il governo di uno stato, si fanno un obbligo di ridi­se­gnare i col­legi elet­to­rali in modo da diluire quelli a pre­va­lenza demo­cra­tica.

politica e cittadiniAnche le classi poli­ti­che ita­liane hanno sovente mani­po­lato, o pro­vato a mani­po­lare, le norme elet­to­rali. Il fasci­smo andò al potere e adottò a sua misura la legge Acerbo. Pure un nostal­gico del pro­por­zio­nale deve ammet­tere che a det­tarla nel 1946 furono i com­po­siti e incerti equi­li­bri poli­tici del momento. Non a caso, nel 1953, a con­clu­sione del quin­quen­nio dega­spe­riano, la Dc provò a pro­lun­garlo tra­mite la legge-truffa, che però fu boc­ciata dagli elet­tori e da una vasta mobi­li­ta­zione popo­lare. Negli anni Ottanta la discus­sione sulla riforma elet­to­rale è ripresa per­ché gli equi­li­bri di potere sta­vano cam­biando e in tanti vole­vano acce­le­rare il declino della Dc rifor­mando a loro bene­fi­cio la legge elet­to­rale. Le parole d’ordine del momento — sta­bi­lità, mora­lità e alter­nanza — erano puro mar­ke­ting, con­fer­mato dal suc­ces­sivo ven­ten­nio: il più insta­bile e più immo­rale della sto­ria del paese. Non riu­scendo a scon­fig­gere la Dc alle ele­zioni, si vol­lero cam­biare le regole. E poi­ché effet­ti­va­mente i rap­porti di forza sta­vano cam­biando, ne prese atto per­fino la Corte costi­tu­zio­nale con una sin­go­lare sen­tenza che ammet­teva lo svol­gi­mento di un refe­ren­dum su un tema, quello delle regole elet­to­rali, che ne era escluso. La Dc provò anche a limi­tare i danni col Mat­ta­rel­lum, ma chi ne colse i frutti fu Ber­lu­sconi. Il quale ha sua volta nel 2005 si scrisse su misura il Por­cel­lum. Renzi non è che un epi­gono.

In con­clu­sione. Le leggi elet­to­rali non si scri­vono su Giove. Si scri­vono sulla terra. E non fanno mai con­tenti tutti. Non scan­da­liz­zia­moci troppo per la brutta legge som­mi­ni­stra­taci da Renzi. Il quale ha potuto farlo sol per­ché i suoi avver­sari sono ete­ro­ge­nei, deboli e disu­niti. È la demo­cra­zia, bel­lezza. Non ha nep­pure senso addos­sare a una legge elet­to­rale, per quanto brutta, il lamen­te­vole stato in cui versa la demo­cra­zia. Che è come la fa sia chi detiene il potere, sia chi subi­sce quel potere. Anzi: la demo­cra­zia ce la fac­ciamo tutti i giorni e i peri­coli mas­simi essa li corre pro­prio quando ci si con­vince che basti affi­dare la sua difesa alle regole: alla costi­tu­zione, ai diritti e alle leggi elet­to­rali. La demo­cra­zia, se la vogliono, la difen­dono i cittadini.

Alfio Mastropaolo (Tratto dal Manifesto del 26 maggio 2015)