Difendersi dall’imperialismo russo

Nessun professor Orsini a Mosca con le sue tesi radicalmente opposte alle scelte politiche del governo e sbandierate ovunque: in tv, sui giornali e in rete. Nessun Santoro attivissimo come non mai nel contestare la politica estera italiana e le sue alleanze. Nessun Salvini che da anni partecipa con la sua Lega a diversi governi sempre con incarichi di primo piano, ma non nascondendo il suo legame con una potenza straniera.

No, a Mosca bisogna tenere la bocca chiusa perché basta chiamare guerra la guerra per essere condannati a pene che possono arrivare fino a 15 anni di carcere da una magistratura che è solo una delle polizie del regime. Due sono i punti di forza della dittatura che si è instaurata in Russia: il popolo abituato da secoli ad un rapporto di totale subordinazione (sostenuta da propaganda martellante e repressione) al potere e il sostegno delle “amicizie” che Putin è riuscito a coltivare nei paesi occidentali in tanti anni di assoluta libertà di azione.

Il regime russo controlla una parte delle opinioni pubbliche occidentali utilizzando tutte le possibilità offerte dalle nostre società aperte: comunicando, disinformando, finanziando politici e movimenti che condizionano i governi e orientano l’opinione pubblica. È stata la Russia a chiamarla “guerra ibrida” e non ha mai incontrato nessuna resistenza negli stati europei. Come mai?

Il professor Andrea Molle (Chapman University) ha una risposta. In una recente intervista afferma che “oramai l’Occidente fa poca deterrenza e la fa anche male” perché dopo la fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti e i loro alleati sono caduti “nella trappola concettuale di pensare ogni crisi come risolvibile tramite il negoziato, nel quadro del diritto internazionale, o al massimo di ricorrere allo strumento sanzionatorio”. Sono però gli stati europei quelli più legati ad una illusione pacifista, al disprezzo per la difesa armata e ad una mal riposta fiducia nelle sedi rappresentative globali come l’ONU. Gli ingredienti perfetti per una sottovalutazione dei pericoli che ha reso le democrazie liberali più deboli e vulnerabili. L’invasione dell’Ucraina però ha segnato una svolta nella storia perché ha messo a nudo “un sistema delle relazioni internazionali non più saldamente ancorato al diritto” e sempre più fondato sull’uso della forza. “Se si vuole la pace” afferma il prof Molle, “bisogna abbandonare le illusioni e le fantasie e riscoprire il Realismo Strategico”. Da anni Russia e Cina si preparano a questa nuova fase delle relazioni internazionali. Putin ha messo alla prova la determinazione di Usa ed Europa in vari scenari nel corso degli ultimi venti anni ricavandone sempre la stessa impressione: i regimi liberali sono lenti a reagire e confusi anche perché condizionati dalle loro opinioni pubbliche. Lo ha detto con chiarezza con interviste e discorsi così come ha espresso con estrema durezza la sua strategia per ricostruire una nuova Russia attraverso l’annessione dei territori abitati da popolazione russofone che da decenni sono nazioni libere, ma che lui considera finzioni da estirpare (le chiama denazificazioni). L’Ucraina è la massima manifestazione del tentativo di spingere le democrazie ad accettare un nuovo ordine globale basato sul diritto russo e cinese di ridefinire i propri confini facendosi spalleggiare dall’islamismo radicale coordinato dall’Iran e dal “cane pazzo” della Corea del Nord e con la costante minaccia delle armi atomiche. Il disegno è globale e gioca sull’anti americanismo e sul ricatto benché debba fare i conti con un versante politico – i BRICS – pieno di contraddizioni e di interessi divergenti.

Bisogna che i paesi europei si sveglino dalle loro illusioni e prendano atto dell’urgente necessità di dotarsi di una difesa comune e rafforzando la Nato senza dipendere sempre dal sostegno degli Usa. La presa di coscienza è in atto e le parole pronunciate da Macron al recente vertice di Parigi indicano che il timore di un prossimo attacco russo ad un paese europeo è diventato un tema di discussione politica e non più confinato a documenti strategici di think tank o di servizi segreti.

 

La questione del riarmo dell’Europa e di una convergenza delle forze armate verso comandi unificati sta diventando di stretta attualità e l’avvicinarsi delle elezioni di novembre negli Usa con la non improbabile elezione di Trump indica che non c’è più tempo da perdere. Il ritardo accumulato dall’Europa è ultra decennale. Non si è voluto capire la direzione che stava prendendo la Russia e si è continuato il gioco dei tre pilastri: energia dalla Russia, commercio con la Cina, difesa affidata agli Usa. La consapevolezza che senza deterrenza non c’è spazio per un ruolo autonomo sulla scena internazionale si fa strada tra i vertici politici nazionali, ma non ancora nelle opinioni pubbliche che vivono tuttora nell’illusione che nessuno abbia interesse a mettere in discussione la pace in Europa.

Le armi non bastano se i popoli europei non sono consapevoli ed uniti intorno alla loro identità. La libertà dei paesi occidentali è assoluta e non ha pari nel mondo eppure è al loro interno che si è sviluppata la più forte contestazione antisistema della storia. “Libertà, uguaglianza, fraternità” non è solo un motto che identifica la Repubblica francese, ma è una identità che definisce l’Occidente e al contempo un programma politico e un’idea di società. Quanti sarebbero disposti a sacrificarsi per questi ideali? Pochi. Molti di più gli antisistema per i quali democrazia e libertà sono finzioni ai danni del popolo e tanti indifferenti che nemmeno si rendono conto che le basi della società e dello Stato potrebbero essere spazzate via.

Negli ultimi vent’anni Putin ha seguito una strada diversa per preparare il suo paese allo scontro. Ha avviluppato la Russia in un’ideologia che può senz’altro essere definita come una forma di fascismo che si contrappone esplicitamente alle democrazie liberali dichiarandole decadute e rivendicando il proprio “spazio vitale” ai loro danni. Il punto di svolta con l’Ucraina, infatti, c’è stato quando questa ha imboccato la strada dell’avvicinamento all’Unione europea. Una ferita nel progetto neo imperiale del Cremlino. Parte importante del disegno putiniano è l’adesione convinta russi. Le dittature non si reggono solo sulla repressione, ma anche sulla convinzione o, meglio, indottrinamento.

La penetrazione nelle opinioni pubbliche occidentali è parte essenziale di questo disegno e mira a seminare sfiducia nel sistema e distacco dai governi. Cosa si contrappone da parte nostra a tutto ciò?

La guerra in Ucraina così come la spinta che proviene dal radicalismo islamico che chiama alla guerra decine di stati e centinaia di milioni di fedeli ci pone domande alle quali non possiamo sfuggire invocando il dialogo, la diplomazia, la pace. Dobbiamo organizzare la nostra difesa e dobbiamo sapere cosa stiamo difendendo per dissuadere chiunque dall’attaccarci sia dall’esterno che dall’interno. È questo l’unico modo per aprirci a quelli che vogliono esserci amici e collaborare per un mondo più giusto

Claudio Lombardi

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