Dote ai diciottenni e legge Zan: dove va il PD di Letta?

Voto ai sedicenni, ius soli, legge Zan e ora dote ai diciottenni con la tassa di successione. È evidente lo sforzo di Letta di tirare fuori il PD dalle sabbie mobili delle manovre politiche. Bisogna essergli grati per aver preso su di sé la responsabilità di guidare un partito difficile come il PD senza la bussola di un congresso vero che gli avesse almeno fornito una base analitica e programmatica chiara. Letta è arrivato due mesi fa per soccorrere il partito dal quale il precedente segretario, eletto con il 67% dei voti nelle primarie, si era dimesso dicendo di vergognarsene. Un compito impegnativo per chiunque. Per lui di più perché è stato fuori dalla politica italiana per anni e in pochi giorni ha accettato l’incarico. Forse è stata proprio la sua lontananza a permettergli di affrontare il suo compito con slancio, freschezza, entusiasmo e, sì diciamolo, candore.

Ciò che si è capito in queste settimane è la volontà di imprimere un’identità al partito comunicando all’opinione pubblica il senso di alcuni obiettivi cruciali. Tuttavia, fra questi, alcuni sono di assoluto buon senso e necessari, altri molto meno. Il primo dei primi è la cittadinanza italiana ai figli di immigrati nati in Italia o a minori che qui abbiano completato un ciclo di studi. Con un pesante calo demografico in corso (destinato a peggiorare) non avrebbe senso considerare stranieri giovani che si sono formati nelle scuole italiane, che parlano la nostra lingua, che assorbono dall’ambiente gli stessi impulsi che investono i giovani italiani. L’unica obiezione che viene fatta alla concessione della cittadinanza è che in famiglia si trasmette loro una cultura diversa legata ai paesi di origine dei genitori. E allora? Non è forse l’Italia il paese delle mille sfaccettature e anche delle mille deformazioni di quella che riteniamo essere la cultura nazionale?

Un altro tema portato da Letta per dare un’identità al Pd è il voto ai sedicenni. Qui sconfiniamo nell’idealismo astratto e utopico. Davvero pensiamo che gli adolescenti abbiano bisogno di votare perché il loro ruolo nella società sia preso in considerazione? Se fosse così, allora perché non anche i quattordicenni o anche i più giovani? Nessuna barriera avrebbe più senso e in Parlamento ci vorrebbe anche il rappresentante dei bambini. Sarebbe una manna per demagoghi e influencer: avrebbero una massa di persone prive di esperienza da manovrare a piacimento. Meglio di no.

Con la legge Zan e con la dote ai diciottenni entriamo in un campo diverso, quello nel quale la ricerca di un’identità si fa spregiudicatezza. Chi si è preso la briga di leggere attentamente il DDL Zan e ha seguito il dibattito che ne è scaturito non può non avere l’impressione di una distorsione concettuale. Si dice che la legge attribuisce diritti quando, invece, stabilisce delle punizioni. Certo, lo fa nel caso di discriminazioni e violenze che, comunque, già oggi sono perseguite, ma introduce dei criteri nuovi per stabilire quali situazioni soggettive devono essere messe sotto la protezione del codice penale. In particolare si tratta di specifiche categorie tutte riconducibili ai comportamenti sessuali (sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere auto percepita), ma articolate in modo tale da farle corrispondere a scelte individuali difficilmente identificabili. Collegando questa categorizzazione ad un concetto quanto mai vago di discriminazione sarebbe molto facile incorrere in un’ipotesi di reato che poi spetterebbe al giudice individuare con ampia discrezionalità. Inoltre appare bizzarra la scelta di inserire una categoria “sesso” che dovrebbe riferirsi alle donne come se si trattasse di una condizione analoga alle altre e non della metà dell’umanità. Evidentemente la scelta è stata quella di trasformare in legge istanze di piccole minoranze che vogliono veder riconosciuta la loro specificità così come la percepiscono. Anche considerando le altre parti della proposta di legge si ricava l’impressione che sia stata concepita per trasformare in norme generali la visione del mondo, il linguaggio, gli obiettivi educativi di una élite politico-culturale.

La proposta di appesantire le tasse di successione risponde ad un criterio giusto e da più parti sostenuto, di spostare il carico fiscale dai redditi ai patrimoni e, in particolare, a quelli che si trasmettono dai morti ai vivi. Fin qui c’è da dire solo, come ha affermato Mario Draghi, che in una riforma fiscale più ampia una maggior tassazione delle eredità avrebbe senso. La spregiudicatezza per colpire l’opinione pubblica sta nella destinazione dei proventi di questo maggior introito fiscale ad una “dote” da attribuire ad una vasta platea di diciottenni. Si tratta, come è stato meglio specificato in seguito, di una somma di 10 mila euro da destinare a studio, formazione o avvio ad un lavoro. La proposta rievoca quella utopica del Forum disuguaglianze e diversità che prevede una eredità universale per tutti i giovani (di 15 mila euro) che entrano nella maggiore età per consentire loro di cominciare ad avere un’autonomia anche dalle famiglie di provenienza. E come no? Si può solo immaginare tanti figli dei ceti medi e alti che magari 15 mila euro già li ricevono di paghetta, cosa ci farebbero di questo bel regalino. L’aspetto più grave è che questi sognatori si dimenticano di tutti gli strumenti che già oggi possono essere usati per aiutare i giovani che vogliono studiare o formarsi o avviare un’attività di lavoro autonomo e imprenditoriale. Invece di concentrarsi su questi si inventa una dote o eredità che dovrebbe compiere la magia che le politiche pubbliche, evidentemente, non possono compiere altrimenti basterebbe rifinanziarle e migliorarle. Invece l’accento viene messo su una somma da mettere in mano al diciottenne. Se si dice che sono proposte demagogiche e sostanzialmente anti politiche non si sbaglia di tanto. La destra berlusconiana molti anni fa voleva tagliare un bel po’ di tasse eliminando l’assistenza sanitaria pubblica. Ti lasciamo i soldi in tasca e poi pensaci tu ad andare a curarti dove vuoi. La proposta della dote richiama alla memoria questo illustre precedente. In sostanza uno spreco inutile.

Imboccando questa strada il PD rischia di trovarsi molto lontano dalle sue intenzioni e anche dal suo elettorato. In fin dei conti la gente ha più buon senso di tanti politici idealisti, sognatori o semplicemente un po’ furbi

Claudio Lombardi

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