Guai a chi tocca la magistratura?
Non è che in Italia le riforme costituzionali non si possono fare è che una sulla magistratura solleva reazioni quasi isteriche. È già stato detto tante volte che la riforma che separa le carriere dei magistrati è solo la prosecuzione della strada imboccata nel 1988 con il nuovo codice di procedura penale e nel 1999 con l’articolo 111 della Costituzione che stabilisce un principio sacrosanto di grande civiltà giuridica: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”. Si è chiarito fino allo sfinimento che per essere “terzo” il magistrato con funzioni giudicanti non può far parte della stessa carriera del magistrato con funzioni accusatorie amministrata dallo stesso Consiglio Superiore. Anche se le persone si comportano con rigoroso rispetto della distinzione dei ruoli i presupposti perché ci sia un condizionamento reciproco ci sono. E non si tratta di un confronto fra culture della giurisdizione, ma di promozioni, incarichi, procedimenti disciplinari. Se accusa e difesa devono stare alla pari e un giudice terzo deve giudicare chi ha ragione questo assetto della magistratura va in direzione contraria.
Di separazione delle carriere e di lotta al correntismo si dibatte da decenni ed è un tema condiviso che non appartiene ad una sola parte politica. E allora perché tanta esasperazione e tanto allarmismo?
Prendiamo l’intervento ad OTTO E MEZZO del 23 febbraio di Lina Palmerini (giornalista del Sole 24 Ore). Ecco il suo ragionamento: “chi andrà a votare non voterà sul quesito che troverà scritto sulla scheda, ma su un altro quesito che la politica sta decidendo in questi giorni. Sei pro o contro il governo Meloni? Sei a favore dell’indipendenza della magistratura o pensi che sia una casta? Vuoi che la magistratura abbia meno potere della politica o no? Cioè le domande saranno altre, quelle messe sul tavolo dalla politica e dai comitati. Non c’entra niente tutto quello di cui si sta parlando (ossia il merito del referendum ndr) perché ci perdiamo”.
Questa è la spiegazione. Non conta il merito della riforma, conta essere a favore o contro il governo. E poi c’è la domanda più insidiosa che tutte le riassume: “Vuoi che la magistratura abbia meno potere della politica o no?”. Dopo tanti anni nei quali la parte dominante della magistratura ha lottato per ergersi a guida suprema della Repubblica è ovvio che si reagisca con indignazione e con rabbia al tentativo di riportare i poteri reali dei magistrati nell’alveo costituzionale. I poteri reali che le norme non contemplano in tutta la loro estensione. Come definire il potere di avviare un’indagine su un presidente di Regione, metterlo agli arresti domiciliari rendendogli impossibile svolgere la sua funzione e condizionare il rilascio alle sue dimissioni (con una confessione implicita)? È solo un esempio, ma tanti altri se ne potrebbero fare e tutti condurrebbero allo stesso risultato: il potere effettivo è molto oltre ciò che le norme prevedono.
Il famoso scandalo Palamara del 2019 non raccontava un sistema di accaparramento del potere inventato da quel singolo magistrato (ex presidente dell’ANM e membro del CSM). Portava alla luce “IL SISTEMA” che governava il CSM e che faceva perno sulle correnti spacciate come componenti culturali, ma in realtà vere e proprie sedi politiche dedicate alla conquista e spartizione del potere. Ebbene da allora nessun appello del Capo dello Stato, nessuna pressione di opinione pubblica hanno cambiato qualcosa. IL SISTEMA è sempre in piedi ed è inscalfibile. Perché?
La risposta è quella già indicata: un potere molto ampio non definibile nei suoi limiti e basato sull’azione penale che è nella disponibilità piena del PM. Un potere, quindi, che fa paura a molti e soprattutto a quelli che rivestono una funzione pubblica o agli imprenditori colpiti dal sospetto di essere coinvolti in attività mafiose e quindi passibili di indagini e di misure di prevenzione sui loro beni.
D’altra parte chi ha voglia di studiare la storia può cercare i nomi di Paolo Baffi governatore della Banca d’Italia, Mario Sarcinelli vice direttore generale e di Enzo Tortora. Quest’ultimo vittima di un errore giudiziario vergognoso i cui autori non hanno subito alcuna sanzione; i primi due vittime di una manovra dei poteri finanziari politico/mafiosi ai tempi di Sindona e gentaglia simile che si servirono di due magistrati che ebbero il potere, senza essere fermati, di decapitare i vertici della Banca d’Italia. In pratica un colpo di stato.
Da Tangentopoli questi poteri sono cresciuti perché si è creato quel “circo mediatico giudiziario” grazie al quale i processi popolari sono stati svolti sui giornali e in tv con la partecipazione ( o il vero e proprio input?) dei PM diventati eroi infallibili e con pene vere che hanno distrutto vite, reputazioni e carriere.
Non è possibile continuare così. I tentativi di mettere un po’ d’ordine si sono scontrati con l’opportunismo di alcuni partiti, con l’interesse di alcuni giornalisti e con la strenua resistenza della parte trainante della magistratura. Ora la riforma sulla quale si voterà il 22-23 marzo raccoglie le idee elaborate nel corso del tempo da studiosi e politici di varia estrazione e cerca di trasformarle in un nuovo assetto che non tocca l’autonomia della magistratura dalla politica (un pilastro di ogni stato democratico), ma libera i magistrati dal peso delle correnti.
La cieca resistenza del fronte del NO ha una spiegazione semplice: le opposizioni vogliono il potere; una parte della magistratura non vuole perderlo
Claudio Lombardi



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