Dal Covid 19 al cammino per una nuova Europa

Il 2020 è stato un anno drammatico per l’Italia, per l’Europa e per il mondo. Il Covid19 con circa 2 milioni di decessi censiti in tutto il mondo (quelli reali potrebbero essere almeno il doppio), ha stravolto le nostre vite e ha rallentato notevolmente le nostre economie. Il virus ha messo in evidenza la nostra vulnerabilità, ha frantumato le nostre certezze ed ha scavalcato  drammaticamente le nostre tecnologie. Lo scorso gennaio sembrava impossibile che un paese come l’Italia con una sanità indiscutibilmente ritenuta efficiente potesse essere severamente colpito da un virus come o peggio dei paesi emergenti, eppure oggi in Italia si dichiarano circa 80.000 decessi per Covid19 e un terzo di questi concentrati in Lombardia, la regione con i migliori ospedali d’Italia. La parola chiave del 2020 è fragilità.

In tale drammatica situazione l’unico elemento positivo è un radicale ripensamento delle politiche europee. Fin dalla metà dello scorso anno le istituzioni ed i governi europei hanno capito che la pandemia imponeva un approccio completamente diverso da quello della gestione del credit crunch (2008-2009) e del debito sovrano (2010-2013). Ad uno shock simmetrico sulla domanda e sull’offerta con un calo del  PIL per gli Stati membri tra il 5 ed il 10% non si poteva che rispondere con la spesa pubblica. Probabilmente questo, ancora all’inizio dell’anno appena concluso, a qualcuno non era chiaro, e per questo il 25 Marzo Mario Draghi dalle colonne del Financial Times ci ricordava che sarebbe stato necessario rispondere alla crisi con strumenti non convenzionali, perché l’alternativa ad una crescita dei debiti pubblici dei paesi europei sarebbe stata la ben più grave perdita di una buona fetta della capacità produttiva. Secondo i documenti ufficiali del governo italiano il debito pubblico del nostro paese crescerà nel 2020 di circa 200 miliardi. Tale crescita, unita ad una contrazione del PIL nell’ordine del 9% porterà il nostro debito/PIL almeno al 160%. Eppure oggi il rendimento del nostro titolo decennale, il BTP, si attesta ai minimi storici, poco sopra lo 0,5%. E’ evidente che fuori da un quadro europeo tutto questo non sarebbe stato lontanamente immaginabile.

Fin dagli ultimi giorni di marzo io diedi una lettura chiarissima all’intervento di Draghi. Era scontato che i paesi più solidi del vecchio continente – la Germania, i nordici, l’Olanda e probabilmente anche Francia e Gran Bretagna – avrebbero dato la giusta risposta a colpi di spesa pubblica alla crisi. Era altrettanto chiaro che l’Italia, la Spagna e altri paesi deboli non potevano essere lasciati al loro destino. In primavera, barricato nel mio appartamento milanese, partecipai a diversi incontri su piattaforme online a cui presero parte anche tedeschi o italiani che conoscono assai bene la Germania, tra cui  anche Michel Braun, autorevole giornalista, corrispondente dall’Italia per il Tageszeitung e per la radio pubblica tedesca. Subito capii che la pandemia aveva profondamento cambiato il clima in Europa: se la fotografia dell’ultima crisi per il tedesco medio era un greco in pensione a poco più di cinquant’anni, quella di questa crisi era l’autocolonna dell’esercito che portava via le bare da Bergamo. Subito fui convinto da qualche informato amico tedesco che la cancelliera Merkel prima avrebbe cercato un equilibrio nella sua coalizione  di governo  e nel parlamento tedesco e poi avrebbe proposto una soluzione europea. L’ex commissario europeo Bolkestein che invitava i connazionali a non farsi commuovere dai  morti dell’Italia e a non farsi carico dei problemi altrui e il premier olandese Rutte se ne sarebbero fatti una ragione.

Come ho avuto modo di scrivere anche per Civicolab (https://www.civicolab.it/un-europa-troppo-grande-e-poco-politica/) il più grosso limite dell’integrazione europea è che si è proceduto ad adottare una moneta comune senza una politica fiscale comune e senza istituzioni adeguate. Un’unione monetaria necessita di  sistemi redistributivi, che diventano cruciali in momenti di severa crisi. L’area Euro non ha un bilancio, la Commissione Europea attualmente (quadro pluriennale 2014-2020) dispone di un bilancio pari all’1,04% del PIL dell’intera Unione, non certo sufficiente a tenere unita l’area euro e di cui una fetta importante viene drenata da paesi dell’Europa orientale. Con i soli strumenti del quadro pluriennale 2014-2020 l’Europa sarebbe stata spazzata via dalla pandemia.

La risposta europea alla crisi è costituita da (i) 390 miliardi di trasferimenti agli Stati (quelli che impropriamente vengono chiamati contributi a fondo perduto) nell’ambito del programma Next Generation EU, (ii) fino a 360 miliardi di prestiti  a lunga scadenza, da ripagare entro il 2058, nell’ambito del programma Next generation EU; (iii) Il cosiddetto programma SURE: prestiti erogati agli Stati per finanziare misure di sostegno al reddito analoghe alla nostra cassa integrazione fino a 100 miliardi (a ottobre gli Stati membri avevano chiesto risorse per poco meno di 90 miliardi). A ciò si aggiunge la politica accomodante della BCE, che è sempre però sembrata scontata in questi mesi a differenza delle prima citate politiche fiscali europee.

C’è stato un cambio di passo: (i) i trasferimenti agli Stati per far fronte alla pandemia equivalgono a oltre 2 volte il bilancio annuale della Commissione Europea e i prestiti a quasi tre volte  il bilancio annuale della Commissione Europea; (ii) c’è un trasferimento di risorse dai paesi più solidi (i “nordici”, la Germania, la Francia, l’Irlanda, il Benelux, l’Austria e la Repubblica Ceca) ai paesi più deboli (i mediterranei, Italia compresa, e tutti i paesi dell’Europa Orientale, esclusa la Repubblica Ceca).

Qualcuno potrebbe obiettare che in fondo basterebbe anche solo un’azione della BCE per tenere prossimi allo zero i tassi dei nostri debiti pubblici. Credo che gli economisti seri concordino sul fatto che un piano di investimenti pluriennale dà a mercati e investitori garanzie che la politica monetaria da sola non può dare. Tali scelte avranno impatti storici anche se non definitivamente risolutivi dei problemi di finanza pubblica del nostro continente. Stima UBS che in pochi anni l’Unione Europea emetterà debito pubblico per circa 800 miliardi diventando il più grande emittente di debito sovranazionale al mondo.

Questo cambiamento di paradigma è frutto di un particolare momento storico  e anche di una serie di favorevoli contingenze. Tutti i decisori politici europei sono consapevoli del fatto che l’Unione europea e le nostre economie – compresa forse anche la solida locomotiva tedesca – non avrebbero retto ad una nuova tempesta simile alla crisi del debito sovrano. La cancelliera Merkel non si candida ad un nuovo mandato e la sua carriera politica, almeno in Germania, volge al termine, non ha quindi la necessità di inseguire il consenso a breve. Possiamo per il momento tirare un sospiro di sollievo e continuare a lavorare perché dal recovery plan si passi al bilancio federale dell’area euro, perché dalle crisi bisogna pur imparare qualcosa.

Salvatore Sinagra

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