Il mistero del M5S

Un mistero aleggia sull’Italia, quello del M5S. Cosa è veramente questa formazione politica? Chi ne possiede le chiavi? Quante facce ha? C’è quella pubblica fatta del consenso di milioni di persone; c’è quella più ristretta basata sul collegamento in rete di 100 mila (o più?) militanti digitali; c’è quella dei gruppi locali che si incontrano fisicamente, ma che non sono inseriti in un’organizzazione di tipo tradizionale e, quindi, non discende da loro la legittimazione democratica degli incarichi e delle decisioni politiche. D’altra parte è finita pochi mesi l’era del Non statuto che stabiliva la natura proprietaria del M5S, marchio registrato di proprietà di Beppe Grillo. Figuriamoci cosa potevano contare i militanti…

Il M5S fin dall’inizio è stato la sua rete. I suoi capi, Grillo e Casaleggio, hanno teorizzato ed esaltato una democrazia diretta che si realizza su internet. Hanno teorizzato, cioè, l’immediatezza che chiude il circuito informazione – formazione di un’opinione – espressione di un voto, che inizia e finisce davanti allo schermo di un computer. Se questa è stata l’idea di base ovvio che diventasse centrale il ruolo della struttura che gestisce la rete e che, ovviamente, la controlla. Diversi scandali e, da ultimo, quello che ha coinvolto Facebook e Cambridge Analytica hanno mostrato l’estrema facilità di falsificare le informazioni, di impossessarsi dei dati e di manipolarli. Il ruolo di chi gestisce i server è quindi decisivo perché la realtà su internet non esiste di per sé, ma va sempre preparata e poi mostrata e può, quindi, anche essere inventata.

Per anni Grillo nei suoi spettacoli-comizi ha preparato il terreno per il suo movimento sbeffeggiando, denigrando e minando le verità ufficiali. Per ogni cosa lui dimostrava che bastava fare una ricerca in rete e si scopriva la verità alternativa non condizionata dagli interessi economici. Il M5S così è nato ed è cresciuto: una guida illuminata che rivelava al popolo ciò che le élite volevano tenergli nascosto per poterlo sfruttare meglio.

Le condizioni perché funzionasse questo schema erano che la Guida non dipendesse da nessuno, che avesse l’ultima parola su ogni scelta del Movimento che doveva appartenergli perché lui lo garantisse dagli attacchi esterni, che disponesse della struttura tecnica di controllo per gestire il tutto. In nome della democrazia diretta futura veniva nel presente rifiutata la vecchia politica e tutte le pratiche, le regole, i metodi che le appartenevano. Rifiuto che si estendeva alle istituzioni e alla democrazia rappresentativa giudicate come pure illusioni ed ipocrisie.

Gli undici milioni di voti presi dal M5S alle ultime elezioni non smentiscono questo impianto di base e nemmeno l’allontanamento di Beppe Grillo modifica nulla dello schema originario. Il M5S continua a basarsi su un ordinamento interno che assegna tutto il potere a vertici ristretti, sia ufficiali che oscurati, ma entrambi sostanzialmente non legittimati con metodo democratico. È l’unico partito dotato di un Capo politico che decide la linea e dal quale discendono tutte le cariche rilevanti a partire dai capigruppo di Camera e Senato. Una struttura autoritaria che non rientrerebbe nella regola di cui all’art. 49 della Costituzione che richiede ai partiti un ordinamento interno democratico.

Tuttavia nemmeno il Capo politico rappresenta l’ultima istanza del potere all’interno del M5S. Esiste una struttura alla quale questo è intimamente legato che è ancora più incontrollabile e inaccessibile: l’Associazione Rousseau. Il nuovo statuto del M5S approvato poco prima delle elezioni stabilisce all’articolo 1 che “Gli strumenti informatici attraverso i quali l’associazione M5s si propone di organizzare le modalità telematiche di consultazione dei propri iscritti… saranno quelli di cui alla cd. ‘Piattaforma Rousseau’”. Alla quale, inoltre, tutti gli eletti in Parlamento dovranno obbligatoriamente versare un contributo mensile.

Una strana associazione con soli quattro iscritti e nella quale uno, Davide Casaleggio, assomma tutte le cariche di responsabilità. In pratica un’associazione che somiglia ad una società privata alla quale il primo partito italiano è legato giuridicamente, economicamente e tecnologicamente senza alcun potere di controllare il suo operato. Un legame che si può modificare soltanto cambiando lo Statuto, ma per farlo servono una procedura complicatissima e una maggioranza irraggiungibile. E in ogni caso “la verifica dell’abilitazione al voto e il conteggio dei voti – dice lo Statuto – sono effettuati in via automatica dal sistema informatico della Piattaforma Rousseau”. Capito?

La logica dice che questa costruzione complessa ha un solo significato: il M5S è un partito controllato da una struttura aziendale esterna priva di qualsivoglia legittimazione democratica. Perché? Per fare soldi? Grazie al contributo mensile già citato nelle casse dell’Associazione Rousseau arriveranno oltre 100 mila euro al mese, più di 1,2 milioni l’anno. Inoltre ci saranno le donazioni dei volontari. Tutti soldi che verranno gestiti come in una qualunque azienda privata cioè autonomamente senza alcun tipo di controllo. Pochi per essere questo l’obiettivo finale della costituzione di un movimento politico. A meno che non si preveda che le attività di Casaleggio e dell’Associazione non possano espandersi proprio grazie al potere conquistato dal M5S per provare a realizzare le visioni del suo fondatore e del suo erede.

D’altra parte, come scrivono tre ricercatori nel volume “M5s – Come cambia il partito di Grillo” (il Mulino) curato da Piergiorgio Corbetta: “La piattaforma Rousseau offre più che altro una vetrina per le iniziative legislative dei parlamentari pentastellati, a cui segue un disordinato elenco di commenti generalmente di bassa qualità e largamente ignoranti. Il risultato è che il contributo degli iscritti all’attività parlamentare tramite la piattaforma online è prossimo allo zero”. Anche la votazione online dei candidati attraverso le varie comunarie, parlamentarie ecc., si deve scontrare con i poteri del vertice di ripulire le liste a monte e a valle della selezione, oltre alla facoltà di indicare direttamente i candidati come è avvenuto per tutti i collegi dell’uninominale. Non sembrano queste le premesse per il trionfo della democrazia diretta digitale di cui fantastica Casaleggio.

Gli italiani delusi dai partiti tradizionali hanno dato la maggioranza relativa dei voti a questa strana creatura. Sicuramente gli italiani non hanno capito che questo è il M5S e, se lo hanno capito, non gliene importa un bel nulla perché ciò che conta per molti di quelli che votano 5 stelle è riconoscersi in qualcuno che esprime la rabbia e la indirizza verso un nemico da battere. Non sarebbe certo la prima volta che una folla chiede ai suoi capi di indicargli un nemico contro cui scagliarsi.

Il mistero del M5S non è un mistero, ma un progetto fortunato che nemmeno i suoi ideatori pensavano di realizzare. Ora visibilmente non sanno dove andare. Di Maio manda messaggi a sinistra e poi a destra alla ricerca di una sponda. Ha proclamato che la terza Repubblica sarà quella dei cittadini, ma non è in grado di dire altro perché nelle società complesse la politica è messa di fronte a scelte complicate che l’appello ai cittadini non semplifica. D’altra parte la prima battaglia del M5S in questa legislatura è di nuovo quella dei vitalizi e dei costi della politica. Che li tagliassero così si vedrà meglio che non sanno che fare del loro potere. Sanno che lo vogliono e per questo si impossessano di tutte le poltrone disponibili, ma non sanno per fare che. Finiranno gestiti da un soggetto forte della politica che si legherà a loro per usarli

Claudio Lombardi

La democrazia digitale del M5S

L’intervento di Davide Casaleggio sulla democrazia digitale pubblicato dal Washington Post ha coinciso con lo scandalo del furto dei dati di 50 milioni di utenti di Facebook da parte di Cambridge Analytica (finalizzato al loro utilizzo nelle presidenziali americane). Sicuramente si tratta di due usi diversi dello stesso strumento eppure c’è un’oggettiva convergenza su alcuni punti. La formazione dell’opinione attraverso internet di per sé tende a semplificare e spinge verso un’estremizzazione delle posizioni e delle convinzioni. Salta il passaggio del confronto diretto, mette da parte le procedure, elimina le gerarchie e appiattisce le competenze. Su internet, infatti, conta la frequenza dei contatti. Un incompetente dotato degli strumenti appropriati è in grado di attirare l’attenzione e orientare l’opinione di chi lo segue senza dover rispondere a nessuno, senza contraddittorio, senza verifiche. In questo modo la formazione di un’opinione è unidirezionale e punta direttamente ad un sì o ad un no. Determinante è quindi la funzione di organizzazione e di gestione degli snodi della rete. Se si parla di informazione e di partecipazione è facile instradarla in canali predeterminati da chi controlla i dati. Per questo è così importante, nel caso del M5S, il ruolo della piattaforma informatica gestita dall’associazione Rousseau. Lo ricorda lo stesso Casaleggio nella sua lettera al Washington Post, non chiarendo, ovviamente, che questa è nel suo pieno controllo e non risponde ad altri che a lui stesso.

Parlare di democrazia digitale ignorando questi aspetti inquietanti non è corretto. Internet è uno strumento, ma anche con le migliori intenzioni è difficile garantire la massima trasparenza ed affidabilità di ciò che viene immesso in rete e di come viene gestito. È uno strumento di comunicazione di una potenza sconosciuta nelle epoche passate, ma anche di una pericolosità estrema perché permette la creazione di una realtà virtuale che rivolgendosi all’osservatore isolato davanti allo schermo è in grado di manipolare le menti. Non è forse questa l’epoca dell’intervento russo in una campagna presidenziale americana a sostegno di Trump attraverso la costruzione di notizie false e la loro diffusione a milioni di americani?

Il metodo ormai è collaudato. Lo descrive un rappresentante di Cambridge Analytica ad un giornalista che si è finto suo possibile cliente: “Non bisogna mai condurre una campagna politica sui fatti, ma sulle emozioni e le paure”. “Bisogna analizzare gli utenti per comprendere le loro paure inespresse e bombardarli su quelle per evocarle e portarle alla coscienza”. Non sembra che parli della nostra recente campagna elettorale?

Tornando al M5S, è vero che questo movimento è cresciuto grazie alla rete, ma è vero anche che si è fatto forte di una comunicazione che ha esasperato l’emotività degli italiani. Esempi il “vaffa day” e l’aggressività verbale di Grillo nei confronti di quelli che venivano additati nei suoi interventi pubblici e nei sui scritti sul blog come nemici da condannare innanzitutto per indegnità morale. Ma la possibilità di urlare non è democrazia. Infatti, ai militanti 5 stelle è stato consentito di sfogarsi in rete, ma nel rigoroso rispetto delle scelte strategiche che venivano assunte da un vertice ristretto e autoreferenziale.

Il M5S rivendica con orgoglio e arroganza il superamento della vecchia forma partito. Non a caso Davide Casaleggio afferma nel suo scritto che “La nostra esperienza è la prova di come la Rete abbia reso obsoleti e diseconomici i partiti e più in generale i precedenti modelli organizzativi. (…) La democrazia diretta, resa possibile dalla Rete, ha dato una nuova centralità del cittadino nella società. Le organizzazioni politiche e sociali attuali saranno destrutturate, alcune sono destinate a scomparire. La democrazia rappresentativa, quella per delega, sta perdendo via via significato. E ciò è possibile grazie alla Rete”.

Affermazioni azzardate se messe a confronto con l’esperienza di questi anni fatta dal M5S. In realtà in questa si sono scorte labili tracce di democrazia in generale con il limite invalicabile del duo Grillo – Casaleggio. Probabilmente gli italiani erano più interessati a riconoscersi in qualcuno che esprimesse al massimo livello la loro rabbia e la loro protesta piuttosto che a partecipare in maniera democratica alla costruzione di un’organizzazione politica.

La democrazia digitale presentata come fa Davide Casaleggio più che a un vero sviluppo della democrazia fa pensare al tentativo di conquista del potere da parte di una élite diversa da quelle precedenti. Si prova a dare uno sbocco alle tensioni sociali ed esistenziali di una società in crisi economica e di leadership e intimorita dalla globalizzazione indirizzandole contro la “vecchia” politica e le “vecchie” istituzioni presentate come inefficienti, lontane dal popolo e corrotte. Il problema è che così formulata la democrazia digitale fa un po’ paura perché somiglia molto ad un nuovo tipo di autoritarismo fondato sul controllo della rete

Claudio Lombardi

Working poor: lavoratori a rischio povertà

Di povertà si parla molto, ma nel presupposto che la cura più efficace sia il lavoro. E invece anche lavorando si può diventare poveri. Nei giorni scorsi Eurostat ha diffuso uno studio sulla In-work poverty in EU relativo al 2016 cioè sui lavoratori maggiori di 18 anni di età a rischio povertà nei Paesi dell’Unione Europea. Ebbene l’Italia si colloca al quinto posto per numero di lavoratori poveri dopo Romania, Grecia, Spagna e Lussemburgo. Il dato è l’11,7% degli occupati. In un solo anno. Quanti saranno in futuro? Cresceranno o diminuiranno? E quanti di loro diventeranno pensionati poveri?

Milioni di persone povere o a rischio di diventarlo che crescono nel corso degli anni rappresentano un problema sociale che può diventare ingestibile e causa di enormi tensioni oltre che di drammi umani. Secondo Censis Confcooperative c’è il rischio che nei prossimi trent’anni i poveri crescano di sei milioni di persone. Che poi sarebbero i giovani di oggi. Le cause sono quelle ben conosciute del ritardo nell’ingresso nel mondo del lavoro, della discontinuità contributiva causata dal precariato e delle retribuzioni troppo basse. Inevitabile che ciò si ripercuota sulla pensione futura. Di fronte a questa realtà poco possono fare la nuova indennità di disoccupazione (la Naspi), il Reddito di inclusione attiva già in vigore da quest’anno e anche un ipotetico reddito di cittadinanza. A meno che quest’ultimo non diventi il sostituto di un vero reddito da lavoro, uno stipendio di Stato.

Il problema è che le retribuzioni in Italia sono generalmente basse. Quelli dei nuovi impieghi in modo particolare. Così è normale considerare il livello dei mille euro al mese come un traguardo più che rispettabile per un giovane quando è noto che può, forse, esserlo in una provincia del Mezzogiorno, ma non certo in una città del Centro-Nord. E poi mille euro al mese per quanto tempo? La questione delle basse retribuzioni ha una sua specificità tutta italiana. È noto infatti che le retribuzioni italiane sono inferiori a quelle dei maggiori Paesi europei. Se poi si prende in esame anche l’aspetto dei servizi, da quelli di pubblica utilità al welfare, il confronto penalizza ancor più il nostro Paese.

La crescita del Pil che è finalmente arrivata non sembra aver modificato questa situazione. E nemmeno l’aumento dell’occupazione che pure c’è stato. Tuttavia il problema grava sulle mansioni meno qualificate perché, di contro, c’è domanda per lavoratori specializzati e tecnici che il sistema dell’istruzione non prepara in numero sufficiente (e che non sono intercettati e indirizzati dai servizi per il lavoro). Sicuramente non si tratta solo delle conseguenze della crisi, ma di un mutamento epocale che è composto da più elementi. La globalizzazione ha spinto lontano dall’Italia le produzioni a minor valore aggiunto determinando una tensione nei rapporti di forza tra le componenti sociali e una contrazione generale delle retribuzioni nei livelli bassi e medi. Mentre le mansioni dirigenziali, i professionisti e i tecnici ai più alti livelli nonché gli imprenditori attivi sui mercati globali hanno goduto di una redistribuzione della ricchezza a loro favore. È significativo che da molti anni le notizie sui guadagni dei top manager e di chi manovra le leve della finanza vengono accolte con fatalismo e rassegnazione.

In Italia abbiamo poi avuto una tappa speciale in questo processo di redistribuzione: il passaggio dalla lira all’euro. In quegli anni un grande economista, Marcello De Cecco, intravide subito lo spostamento di ricchezza a favore di chi fissava i prezzi e a danno di chi poteva solo pagarli. Così si esprimeva in un’intervista del 2011.

“Ma una cosa è sicura: già dalla vittoria alle elezioni del 2001, il governo Berlusconi, vedendo che il Pil non cresceva e che c’era poco reddito, ha pensato di ridistribuirlo togliendolo ai lavoratori dipendenti e passandolo ai suoi elettori. Profittando del passaggio all’euro, si è limitato a non applicare i sistemi di vigilanza sui prezzi approntati dal governo di centro sinistra, consentendo al suo elettorato di imprenditori e mediatori di stabilire i prezzi e arricchirsi alla grande. Così, grazie a questi profittatori di regime, oggi paghiamo il pane seimila lire al chilo.” E ancora: “Può permettersi di ragionare in euro solo chi fa i prezzi. Se un lavoratore dipendente tira fuori una sua busta paga di dieci anni fa si rende conto di quanto si è impoverito, visto che, da subito, un euro ha smesso di valere duemila lire per passare a mille”.

Eppure i dati di Bankitalia sui bilanci delle famiglie (anno 2016) mostrano un incremento medio significativo del reddito. Il problema è che sempre più va a beneficio degli anziani, del Nord e delle città e sempre meno ai giovani, alla provincia e al Sud. E non basta a scongiurare il rischio povertà che grava su una elevata percentuale delle famiglie. In particolare si tratta di quelle con capofamiglia più giovane, meno istruito, nato all’estero e per le famiglie residenti nel Mezzogiorno.

Aumentano anche le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza. Infatti nel 2016 il 5% deteneva il 30% della ricchezza complessiva mentre al 30% delle famiglie più povere andava invece l’1% della ricchezza.

Se dietro ai dati si considera la vita reale delle persone non si può dire loro di rassegnarsi perché l’incertezza è il segno di quest’epoca. E nemmeno che nel lungo periodo migliorando i sostegni sociali, la formazione e le politiche attive del lavoro tutto andrà, forse, meglio. Il voto del 4 marzo racconta anche di un’esigenza di essere presi sul serio che molti elettori hanno voluto manifestare votando i partiti che non dicevano loro di stare buoni e tranquilli, ma li invitavano a prendere una posizione netta. È rimasto penalizzato il Pd che non è riuscito a trasmettere il senso della sua serietà. Eppure il primo a superare i vincoli del rigore era stato il governo Renzi con la restituzione fiscale degli 80 euro, la defiscalizzazione delle assunzioni, i nuovi ammortizzatori sociali, il reddito di inclusione. Chi avrebbe potuto fare di più in quegli anni?

Claudio Lombardi

Due o tre pensieri sulle elezioni 2018

Un bel rimescolamento di carte queste elezioni 2018. I numeri che contano sono 70, 4,5 e 18,7. La prima cifra è la somma dei voti di M5S e centrodestra; la seconda quelli delle sinistre extra Pd; l’ultimo la percentuale presa dal Pd.

Pur essendo stato dato su programmi diversi non vi è dubbio che quel 70% esprime una protesta contro le politiche che hanno segnato la stabilità italiana che, nel rispetto dei vincoli di bilancio, ha portato a diversi positivi risultati di governo (economia, lavoro, diritti). Sia nella versione Lega che in quella di Forza Italia o di FdI e in quella del M5S il tratto che le accomuna è la spinta a fuoriuscire dalle compatibilità finanziarie con un taglio di tasse e un’espansione della spesa pubblica. La stragrande maggioranza dei votanti ha detto quindi che è stufa di sentirsi dire “non si può fare perché dobbiamo stare nei limiti”. Di fronte alle promesse di un radicale taglio di imposte con la flat tax non è stata tanto a guardare per il sottile se convenisse veramente e a chi, ma ha detto sì. Stessa reazione per il cavallo di battaglia dei 5 stelle, il reddito di cittadinanza. Significativo che il messaggio del taglio è passato nelle zone più sviluppate e quello dell’assistenzialismo in quelle meno sviluppate. Ciò che conta però è il duplice messaggio che è arrivato agli elettori: superiamo i vincoli, torniamo a spendere.

Anche sulla questione migranti la scelta è stata di rottura e le due componenti che si dividono il 70% l’hanno rappresentata. Come ampiamente annunciato dai tanti episodi di protesta l’immigrazione caotica non gestita dai poteri pubblici e l’accoglienza in stile emergenziale con i suoi scandali, i suoi sprechi e soprattutto la sua insensatezza (immigrati parcheggiati a caro prezzo e poi lasciati liberi di vagare alla ricerca di fortuna nel territorio nazionale con l’effetto di ingrossare le file dei lavoratori sfruttati fino al limite dello schiavismo e quelle della microcriminalità) ha prodotto una ribellione di massa. Lo si era detto: gli appelli alla solidarietà hanno un limite superato il quale o si accetta di sopportare un peggioramento della propria vita o ci si ribella. Tanti italiani hanno scelto quest’ultima strada. Ovviamente superfluo ripetere che a sopportare le conseguenze di un’immigrazione disordinata e di una gestione fuori controllo sono state le periferie e le zone popolari già messe sotto pressione per conto loro. C’è da dire che solo con il governo Gentiloni e grazie al ministro Minniti è cambiato qualcosa e questo gli italiani l’hanno ricordato.

C’erano però altre liste che diffondevano un messaggio di ribellione ai vincoli europei e di espansione della spesa pubblica: LeU e Potere al Popolo. Insieme non sono arrivati nemmeno al 5% dei voti. Erano liste chiaramente di sinistra che contestavano il moderatismo del Pd e si presentavano con toni radicali. Niente da fare, gli elettori non le hanno seguite. Alcuni grandi nomi – da Bersani a D’Alema a Grasso – non sono serviti ad attirare maggiori consensi. Sarà la connotazione di sinistra che non convince più con buona pace di quelli che insistono ad indicare la necessità di un’unità delle sinistre come un obiettivo prioritario. Deve essere proprio così perché le due liste coprivano un arco di posizioni molto ampio dal riformismo tranquillo di un Bersani con LeU alla vera e propria rivolta dei centri sociali con Potere al Popolo. Dopo queste elezioni sarà difficile tornare ad invocare l’unità della sinistra. Ormai l’etichetta è corrosa dal tempo e andrebbe ristampata.

Il Pd ha pagato non tanto gli errori di Renzi quanto l’incapacità di completare la costruzione di un partito nuovo che andasse oltre la matrice dalla quale è nato. Si parlò all’epoca di fusione fredda tra gruppi dirigenti ex comunisti, ex socialisti, ex democristiani. L’impressione è che da allora non si sia andati molto più in là. Renzi ha avuto il merito di cercare una strada originale con le sue Leopolde e lo slogan della rottamazione, ma non è stato capace di dare una base analitica e strategica solida al partito. Una cultura politica che ha puntato troppo sull’effervescenza, sul giovanilismo, sull’ottimismo edulcorato, sul decisionismo frettoloso. In definitiva una cultura politica basata più sulle intuizioni, ma di scarso spessore. Quindi un merito di Renzi sì, ma anche la responsabilità di aver strattonato un partito confuso e desideroso di identità, ma ancora immaturo. Troppi traumi in pochi anni. Oltre Renzi urge comunque una riflessione molto ampia che non sia piagnisteo o autocoscienza, ma slancio per capire in che mondo si vive e cosa ci si sta a fare e contatto con la realtà in tutte le sue sfaccettature. Sapendo che la politica non è accettare supinamente ciò che ci si trova davanti, ma capacità di immaginare il futuro costruendolo giorno per giorno.

Ora si tratta di capire cosa faranno i partiti perché i risultati non permettono nessuna maggioranza già definita. Non è cosa che si chiarirà in pochi giorni. Difficile pensare all’alleanza stabile di Pd e M5S anche se parrebbe l’unica via d’uscita da una situazione bloccata. Il Pd oggi non se lo può permettere e non lo può permettere un minimo di ragionevolezza. I rispettivi programmi sono alternativi e non conciliabili. Il Pd deve pensare ad altro. Deve risolvere la sua crisi, chiarirsi le idee, ridefinire la linea politica, radicarsi di più nella società. L’unica strada oggi è quella di un governo istituzionale di durata limitata; potrebbe servire a far decantare la situazione e a far emergere proprio quella convergenza programmatica tra forze diverse sulla quale impiantare un governo di legislatura. Quali forze? Lo si vedrà strada facendo. Di fatto il voto di protesta si è concentrato sul M5S e sulla Lega, dunque…. Se ci si riesce, bene; sennò si torna a votare. Un percorso difficile, ma ci si può provare

Claudio Lombardi

La fragilità del sistema Italia

Poiché stiamo per votare forse sarà il caso di aprire meglio gli occhi. Lasciamo perdere le promesse dei partiti e cerchiamo di concentrarci su alcune fragilità del sistema Italia. Lo facciamo attraverso un articolo di Alessandro Campi pubblicato di recente. L’Italia è un Paese tre volte fragile scrive l’autore. E inizia il suo ragionamento prendendo spunto dalla cronaca di questi giorni sulle vicende stranote della nevicata di lunedì. Di fronte ad un banale evento meteorologico egli coglie innanzitutto una cronica debolezza dei nostri gruppi dirigenti ad ogni livello. Quando si occupano posizioni di potere – scrive Campi – bisogna essere in grado di decidere e scegliere agendo con capacità e tempestività e assumendosene la responsabilità. La vera etica del servizio pubblico è questa, non mostrarsi onesti e ligi ai regolamenti, ma sfuggendo dai propri doveri e responsabilità. L’esempio portato da Campi è quello della prevenzione. In teoria dovrebbe significare agire per tempo adottando misure precauzionali per ridurre le conseguenze negative di un evento. In pratica si traduce spesso nello scaricarsi preventivamente da ogni competenza nel timore di doverla esercitare e di doverne rispondere. Di qui la ricerca di responsabilità più elevate sulle quali scaricare l’onere di assumere una decisione. Eppure esisterebbero gerarchie amministrative e politiche preventivamente definite che servono proprio a favorire interventi tempestivi in ogni circostanza.

Un’altra fragilità è di tipo materiale. L’Italia va in crisi e si paralizzano le città, Roma capitale innanzitutto, per una banalissima nevicata ordinaria. Se per un tale evento si arriva a chiudere scuole e uffici pubblici, se la rete del trasporto pubblico si blocca significa che la nostra infrastruttura dei servizi è obsoleta. Ciò rivela non solo un ritardo tecnologico  rispetto agli altri Paesi, ma anche che siamo un Paese vecchio: sul piano demografico ed anche nella sua architettura tecnico-sociale.

Un terzo fattore di debolezza ha a che vedere con il comportamento degli italiani, con la loro emotività. Si ha l’impressione che molti cittadini, e soprattutto le nuove generazioni, non siano più in grado di sopportare e affrontare anche il minimo disagio. È come se la crescita di un vasto e articolato apparato di protezione sociale avesse favorito il radicarsi di una mentalità assistenzialistica e parassitaria.

Il benessere del welfare state, invece di produrre una visione attiva della cittadinanza, sembra aver generato una mentalità rinunciataria, lamentosa e deresponsabilizzante che è ormai piuttosto diffusa. Una condizione di passività e di scarsa reattività che sembra tramandare ai tempi nostri quel rapporto servile, diffidente e strumentale col potere che gli italiani hanno avuto molto a lungo nel passato. Forse la radice di un individualismo che sfocia nell’egoismo e nel disinteresse per tutto ciò che è pubblico o comunque estraneo alla nostra sfera domestica.

In pratica sembra di vivere in un Paese dove ci si aspetta tutto dalla mano pubblica senza tuttavia essere altrettanto disposti ad impegnarsi personalmente per una causa che non sia la propria.

Alessandro Campi esemplifica il suo ragionamento con un video che circola in rete in questi giorni nel quale un immigrato italo-canadese di origini marchigiane spiega ai suoi antichi paesani, impegnatissimi a postare foto di strade innevate lamentando la scarsità dell’intervento comunale, che in Canada quando nevica i cittadini prendono la pala e puliscono le strade senza inveire contro nessuno.

Si tratta di tre debolezze che sono alla base del malessere e dei ritardi che l’Italia deve scontare nel confronto con i suoi alleati e competitori internazionali.

A queste tre debolezze se ne può aggiungere una quarta: quella di rappresentanti che nella sfiducia e nel rancore si inseriscono e cercano di intermediare bisogni individuali e collettivi ricavandone un guadagno, un vantaggio o un privilegio.

Avere ben presenti queste fragilità del sistema Italia può essere molto utile sia per le prossime elezioni, per le quali sembra che molti decideranno di non votare, sia per il futuro. Perché non c’è futuro se queste debolezze non saranno eliminate

Claudio Lombardi

La neve a Roma, l’Italia in blocco

Cosa è successo a Roma per 10 cm di neve lunedì lo sanno bene i romani. Gli italiani hanno potuto seguirlo attraverso internet e sulle Tv. Una città completamente bloccata. Dunque si parla di fatti non di opinioni. Che la sindaca Raggi affermi che tutto è stato tenuto sotto controllo dalla sua amministrazione è una ridicola battuta che le viene concessa dai giornalisti solo perché il M5S gode di un trattamento di favore. Fosse stata del Pd o di un altro partito l’avrebbero messa sotto accusa. I romani per primi ovviamente che, invece, stanno sopportando enormi disagi prodotti dall’incapacità dell’attuale amministrazione senza ancora far sentire la loro protesta.

Non si tratta solo del comune di Roma però. La nevicata ha messo a nudo la fragilità del sistema Italia. Dieci centimetri di neve sono bastati per paralizzare il nodo ferroviario romano con ripercussioni sull’intera rete italiana. Strutture tecniche che dovrebbero garantire sempre il loro funzionamento con l’unico limite di cataclismi naturali o di guerre si sono candidamente arrese. L’Amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana intervistato da La Stampa afferma che erano attesi 3 cm di neve e non 10 cm e che la nevicata a Roma doveva esaurirsi alle 7 e invece si è protratta fino alle 10. Per questo il piano neve e gelo di Rfi non ha funzionato. E in cosa sarebbe consistito questo piano? Nel ridurre l’offerta di treni. Il buon AD ne conclude che non si può parlare di cattiva organizzazione. Poco ci manca che chieda pure un applauso. L’Ad di Ferrovie dello Stato conferma che il blocco è dipeso dalle scaldiglie che devono sciogliere il ghiaccio negli scambi. Su 600 del nodo ferroviario romano solo 150 ne sono provvisti perché la spesa non sarebbe stata giustificata dall’eccezionalità delle nevicate su Roma. Questo finora perché adesso annuncia che saranno installate su tutti gli scambi. E si sta parlando di un investimento di modesta entità la cui durata si calcola in decenni non di un abbellimento.

Dunque il senso qual è? Il nodo ferroviario di Roma è appeso alla speranza che nevichi poco. Se nevica un poco di più è la paralisi. Purtroppo per molti italiani è normale che sia così, così come è normale chiudere le scuole e rendere di fatto impossibile raggiungere i luoghi di lavoro. A pochi viene in mente che i servizi pubblici non possono essere impreparati di fronte ad eventi assolutamente normali nel ciclo delle stagioni.

Anormale è che i servizi e le amministrazioni che li devono garantire non funzionino proprio quando ce ne sarebbe più bisogno. In caso di neve infatti è il traffico privato che può creare un intralcio, ma se i cittadini vengono abbandonati l’esempio che si offre è che dello Stato e dei servizi che questo assicura o sorveglia non ci si possa fidare e che sia meglio arrangiarsi da soli.

L’arte di arrangiarsi cioè ognuno per sé e la diffidenza per ciò che proviene dallo Stato, dal settore pubblico e da organizzazioni tecniche è esattamente il cuore di ciò che oggi viene chiamato populismo. Quando si parla di competitività di cui l’Italia scarseggia e di mancanza di fiducia dei partner europei a questo ci si riferisce. Nel nostro Paese siamo abituati all’inaffidabilità di ciò che dovrebbe costituire la dimensione pubblica e i fatti di questi giorni lo confermano.

Questa inadeguatezza ricade tutta nella responsabilità della politica e degli apparati amministrativi e tecnici che da questa dipendono. I manager che si sono espressi nel modo sopra riportato non sono a costo zero e dovrebbero rispondere delle mancanze con i loro guadagni. In un Paese serio un tale disastro, sia pure limitato a un paio di giorni, non sarebbe perdonato.

Stiamo per votare e l’aria che tira è quella di una protesta che si farà sentire sia con l’astensionismo, sia con il voto a partiti che promettono improbabili rivoluzioni basate su cambiamenti miracolosi e su promesse irreali. Sarebbe nostro interesse di cittadini stare con i piedi per terra e trarre un insegnamento dalle vicende di questi giorni: i problemi che ci frenano sono molto seri e affondano le radici in difetti costitutivi del sistema Italia; bisogna definire un percorso di riparazione dei guasti e incaricare di guidarlo le persone più serie e più preparate che ci sono a disposizione perché la strada per migliorare non sarà né facile né breve e chiamerà in causa anche noi sia come protagonisti, che come controllori, suggeritori e destinatari di cambiamenti che non sempre piaceranno a tutti. Alternative non ci sono, se vogliamo risalire la china. Altrimenti possiamo rassegnarci ad un lento e inesorabile declino

Claudio Lombardi

Campagna elettorale e segni dei tempi

C’è qualcosa che unisce le promesse esagerate di questa campagna elettorale, la recrudescenza di gruppi neofascisti, l’esasperazione che si percepisce nei toni e nelle argomentazioni con le quali molti persone descrivono la situazione del Paese, gli episodi di violenze nelle scuole da parte di studenti e genitori contro gli insegnanti, l’isteria di massa nei confronti della presenza di immigrati.

Non è facile definire cosa sia, ma si ha come l’impressione che sia saltato il collegamento con la realtà e insieme il senso del limite. L’aggressività si scatena con poco, la ricerca di scorciatoie e semplificazioni la alimenta.

Immigrati. Non c’è dubbio alcuno che l’arrivo in massa e in pochi anni degli immigrati sia stato un acceleratore di contraddizioni e di problemi formidabile che ha pesato quasi soltanto sui ceti popolari. Gli immigrati regolari perché hanno fatto concorrenza al ribasso per i posti di lavoro meno qualificati. Quelli irregolari perché ospitati per periodi lunghissimi in centri di permanenza fatiscenti, ma costosi per le casse dello Stato. Oppure dispersi sul territorio a caccia di soldi e finiti nella piccola delinquenza e nello spaccio di droghe.

È anche vero, però, che spesso ne basta qualche decina per scatenare la collera degli abitanti di un paese, di una borgata, di un quartiere. Immediatamente questi vengono accusati per ogni disagio, per ogni disfunzione anche se preesistenti alla loro presenza. La propria frustrazione personale trova in loro una spiegazione e una valvola di sfogo. Spesso sono i giovani delle zone più popolari a ribellarsi. Sospesi tra una formazione insufficiente e un lavoro dequalificato e poco retribuito, ma spinti verso modelli di consumo superiori alle loro possibilità e privi di strumenti culturali per comprendere la realtà che li circonda individuano negli immigrati una spiegazione semplice ai loro problemi.

Nelle scuole si è diffuso un clima di intimidazione nei confronti degli insegnanti. La presenza invadente dei genitori – eredità degenerata di un’antica stagione di partecipazione – si è troppe volte tradotta nel fiancheggiamento di studenti insofferenti alla disciplina e all’impegno nello studio. Un residuo culturale delle lotte studentesche del passato ha fatto passare il messaggio che lo studente sia portatore di una soggettività superiore a quella che la scuola può consentire nell’ambito delle sue regole di funzionamento. D’altra parte il rito delle occupazioni si manifesta ormai come una grottesca finzione utile solo a slatentizzare le pulsioni anarcoidi degli adolescenti. Di qui all’aggressione fisica dei docenti il passo è stato breve e gli episodi si ripetono con preoccupante frequenza. Bisognerebbe ristabilire una gerarchia nelle scuole ripristinando la distinzione dei ruoli. Gerarchia non come ossequio ad un formalismo fine a se stesso, ma come rispetto della funzione che ognuno ha per il funzionamento del più importante e delicato servizio pubblico del Paese. E gerarchia come espressione del rispetto delle regole che dovrebbe essere la base di ogni educazione alla vita. Certo, bisognerebbe anche ricreare una selezione degli insegnanti migliori mettendo fine alla giostra dei precari entrati nella scuola spesso nessuna verifica le capacità. Nella scuola si è ormai creato un groviglio che soltanto un governo forte può provare a districare. L’aggressività verso i docenti è un segnale di debolezza della scuola che non va sottovalutato.

La presenza di gruppi neofascisti non è certo una novità di questi tempi. Dalla fine della guerra c’è sempre stata e i fascisti sono stati protagonisti della stagione del terrorismo e delle stragi. Oggi rispolverano il loro volto sociale predicando nelle zone degradate e popolari una palingenesi basata sul nazionalismo e sull’espulsione degli elementi estranei alla comunità e mettendo in atto una pratica di appoggio all’illegalità e di conquista fisica del territorio.

Finora non hanno trovato una risposta repressiva all’altezza della sfida che lanciano alla democrazia. Come è spesso accaduto i violenti usano la libertà per tentare di prendere il sopravvento sugli altri. C’è un problema di educazione che dovrebbe partire dalle scuole, c’è un problema di degrado che è tanto sociale quanto individuale e culturale che rende disponibili molte persone alle scorciatoie violente proposte dai neofascisti, ma c’è anche un problema di mettere dei limiti alla forzatura dei valori e delle regole. In Italia la libertà è stata conquistata con una lotta armata combattuta durante una guerra mondiale scatenata dal nazismo e dal fascismo. Fascismo e antifascismo pari non  sono e non bisognerebbe mai dimenticarselo. Il fascismo deve essere represso perché è inaccettabile che si tenti di farlo rinascere. Ci vuole la battaglia culturale, ci vuole il rifiuto popolare e ci vuole la sacrosanta repressione. Senza timidezze.

Infine le promesse elettorali. Se i partiti pensano di conquistare il consenso con promesse che sono fuori dalla realtà stanno truffando i cittadini perché delle due l’una: o vengono mantenute e si scassano i conti dello Stato aprendo la strada a scenari di rottura con l’Eurozona che per l’Italia sarebbero davvero tragici; oppure le promesse serviranno solo ad acquistare il voto degli elettori e saranno abbandonate subito dopo.

La questione di fondo allora è solo una ed è discriminante: dire la verità e prendere impegni che siano credibili. La prima verità è che l’Italia non aderisce all’euro e non sta in Europa per fare un favore alla finanza mondiale, alla Germania o alle banche. L’Italia deve stare in Europa e nell’euro perché se sta da sola affonda in un debito pubblico impazzito e in una competizione europea e mondiale senza protezioni e senza regole. Chi crede a Salvini e ai neofascisti, ma anche al M5S (che adesso ha nascosto l’idea di spingere verso l’uscita dall’euro, ma la tiene sempre di riserva), fa del male a se stesso e al Paese.

Molti italiani descrivono la situazione nazionale come se fossimo ridotti allo stremo. Non vogliono vedere i passi avanti che sono stati fatti in ogni campo sociale, economico e dei diritti civili. Se questo serve come presa di coscienza collettiva per fare di più e meglio è un bene.  Ma deve essere accompagnato dall’impegno individuale e dall’assunzione di responsabilità. Se, invece, serve come giustificazione per continuare a fare il proprio comodo allora è la manifestazione del tipico individualismo anarcoide che è uno dei pesi che gravano sul sistema Italia. Purtroppo ci sono forze politiche come il M5S e la Lega che hanno suscitato la rabbia ottenendo quest’ultimo risultato. È difficile pensare che in tal modo riusciranno a governare bene il Paese.

In queste elezioni ci giochiamo molto perché dopo anni di crisi abbiamo raggiunto una discreta stabilità, l’economia è in netta ripresa, salari e stipendi ricominciano a crescere. L’unica proposta sensata è continuare così. Meglio un leggero e costante progresso che un salto in alto e una rovinosa caduta guidata da avventurieri e incompetenti

Claudio Lombardi

Ancora sugli immigrati

Decisamente gli immigrati sono al centro di questa campagna elettorale. Che siano il problema numero 1 dell’Italia è falso. Per fortuna o per sfortuna i problemi numero 1 non ci mancano e nessuno fra questi ha a che fare con l’immigrazione. Ciò che conta, però, è la percezione di una parte dell’opinione pubblica che valuta “a pelle” il peso delle varie questioni sulla sua vita quotidiana. Nelle periferie delle grandi città o dovunque vi sia una discreta presenza di immigrati pochi avvertono come un problema l’inefficienza degli apparati pubblici, lo spreco di risorse, i limiti dell’economia, le carenze nei servizi pubblici e nelle infrastrutture. Si tratta di questioni che sfuggono al controllo e anche alla comprensione del cittadino medio che è portato più ad accettarli come dati di fatto, mentre, invece, considera gli immigrati un intralcio e un peso che gli si para davanti in carne e ossa.

Bisogna dunque ammettere che il problema immigrati esiste. La loro presenza si impone a chi conduce la vita normale di un italiano a medio e basso reddito che usa i trasporti pubblici, che vive in zone popolari, che è in graduatoria per l’assegnazione di un appartamento di proprietà pubblica, che teme un furto in casa o uno scippo per strada, che vede gli spacciatori agire indisturbati nel suo quartiere, che è in lista di attesa per prestazioni sanitarie. Si impone anche a chi vive da anni la concorrenza al ribasso nel mercato dei lavori di bassa qualificazione. E poi in un’epoca di contrazione delle risorse destinate ai servizi pubblici e all’assistenza e di crisi economica tutto viene, ovviamente, amplificato.

L’immigrazione in Italia ha una lunga storia. Forse molti ricordano l’epoca dei lavavetri polacchi che all’inizio degli anni ‘80 erano una presenza diffusa per le strade delle più grandi città italiane. Poi arrivarono gli albanesi con gli incredibili episodi degli sbarchi da 20 e 27 mila persone nell’estate del 1991 in Puglia (gestiti malissimo dal governo italiano, ma molto bene dai pugliesi). Poi fu la volta dei romeni, dei sudamericani, dei filippini, dei cinesi e di tanti altri. Da subito albanesi e romeni di distinsero nel mondo della criminalità e della prostituzione per la capacità organizzativa e la ferocia di cui diedero prova. Si disse allora che l’Italia era una meta preferita per la debolezza delle sue forze di polizia, del suo ordinamento giudiziario e la mitezza delle pene. Purtroppo era vero ed è vero anche oggi. Il controllo del territorio da parte dello Stato non c’è. Lo spaccio minore non viene di fatto più colpito (è caduto l’obbligo di arresto in flagranza degli spacciatori) e invade le piazze e gli spazi pubblici delle periferie e delle zone più frequentate. I furti in appartamento non sono perseguiti. Gli scippi non sono puniti (ci sono dei veri campioni con decine di denunce che continuano ad agire indisturbati). Tutti reati nei quali prevale la presenza degli immigrati. Inutile far finta di nulla di fronte alla realtà.

Il problema esplode, però, con gli sbarchi dei migranti provenienti dal nord Africa. Tra loro pochi in fuga dalla guerra e molti in cerca di una vita migliore o, semplicemente, di occasioni di guadagno.

I dati parlano chiaro. Dal 2002 al 2017 sono sbarcate sulle coste italiane oltre 913.000 persone, ma quasi 625.000 solo dal 2014 al 2017. Una pressione che ha coinciso con la chiusura delle frontiere che ha impedito, come avvenuto nel periodo precedente, una ridistribuzione “naturale” di migranti in altri Paesi europei. L’Italia non era preparata a tale afflusso. Non lo era per le norme che disciplinano l’immigrazione, non lo era per le strutture di accoglienza costose, inefficienti e persino fonte di traffici malavitosi, non lo era per i tempi di esame delle richieste di asilo. Di fatto centinaia di migliaia di persone che non avevano la possibilità legale di cercarsi un lavoro sono finite in strada a viveri di lavori malpagati, di espedienti, di delinquenza.

L’esasperazione di una parte degli italiani dunque è comprensibile. Sarebbe bene che le forze politiche che si presentano alle elezioni partano da qui. Il governo italiano ha imboccato la strada giusta puntando a limitare le partenze attraverso accordi con le tribù libiche e con alcuni Paesi africani. Non è possibile lavorare per mettere ordine nella gestione delle persone che sono già qui se non si bloccano gli sbarchi. Bisogna abolire il reato di clandestinità (che è una sbruffonata inutile e dannosa) e avviare un censimento di chiunque si trovi sul territorio italiano concedendo visti provvisori per la ricerca di un lavoro legandoli anche alla frequenza di corsi di italiano e di formazione professionale. Solo chi sfugge a questi obblighi o non accetta il permesso di soggiorno temporaneo dovrebbe essere rimpatriato (se esistono accordi col Paese di origine). Nello stesso tempo bisognerebbe realizzare una verifica di tutte le cooperative che hanno in gestione l’accoglienza per chiudere con la vergogna di chi specula sulla pelle dei migranti. Infine bisogna fare un grande investimento sulle forze di polizia perchè riprendano il controllo del territorio. Servono a poco i gipponi dell’esercito nelle piazze centrali. Servono decine di pattuglie in più nei quartieri popolari e nelle periferie. Serve che i reati siano perseguiti e non ignorati.

Invece di chiedere il voto facendo credere ad impossibili magie chi si candida a governare l’Italia dovrà fare sul serio partendo dal lavoro del governo Gentiloni

Claudio Lombardi

Ragioniamo sugli immigrati

Lasciamo perdere l’invasato che si mette a sparare in mezzo alla strada. Lasciamo perdere pure quelli che lo rappresentano come un eroico guerriero. Questi sono casi estremi. Anche nella normalità, tuttavia, quando si parla di immigrati è facile cedere alle semplificazioni dimenticando la realtà. Il filippino che da anni fa il badante ad anziani italiani più o meno malati è immigrato. La signora che fa le pulizie a casa da tanto tempo e che ha la lista di attesa di quelli che la richiedono è immigrata. Il pizzaiolo che sembra un giocoliere con le sue pizze rotanti è un immigrato. Il cinese nel cui negozio andiamo a cercare l’oggetto introvabile altrove è immigrato. E così il cuoco, il giardiniere, il cameriere, l’operaio, il muratore, il piccolo imprenditore. Tutti immigrati che fanno parte della nostra vita quotidiana e dei quali non sapremmo fare a meno. E che non fanno notizia perché loro non sono un problema, anzi, ce ne risolvono tanti a noi italiani.

Il problema sono gli immigrati che sono arrivati in maniera caotica e che abbiamo fatto finta di accogliere per anni ben sapendo (e sperando) che si sarebbero sparpagliati per l’Europa. Invece, a un certo punto, gli altri stati si sono ricordati che esisteva un accordo che costringeva l’Italia ad identificarli e farli rimanere nel suo territorio. E hanno chiuso le frontiere. Così ci siamo dovuti accorgere che non solo non si erano tutti sparpagliati per l’Europa nel corso degli anni, ma che lo avevano fatto in massa in Italia nell’attesa di un improbabile status di rifugiato. Per anni sono continuati gli sbarchi e per anni si sono accumulate persone che cercavano di sopravvivere con gli espedienti a disposizione dei disperati: sfruttamento al limite dello schiavismo, spaccio, furti, prostituzione, elemosine. Più o meno la scelta è questa. I più fortunati un lavoro decente lo hanno conquistato facendo felici i datori di lavoro che hanno scoperto di poter pagare la metà di quanto sarebbe stato giusto.

E poi ci sono stati quelli che con gli immigrati ci hanno guadagnato tappando i buchi di un’accoglienza travestita da emergenza. Il tutto nella cornice di una legge del governo Berlusconi (Bossi-Fini anno 2002) che si lavava le mani facendo finta che l’immigrato fosse scelto direttamente dal datore di lavoro italiano nel suo paese di origine e da lì portato qui con regolare contratto di lavoro al quale seguiva il permesso di soggiorno. Quanti hanno dovuto fare carte false per aggirare una legge così stupida?

La ciliegina sulla torta arrivò quando il governo italiano accettò di fare dell’Italia il punto di accoglienza dell’Europa (missioni Triton e Sophia). Le ong di tutti i colori diedero così vita ad una svolta: i barconi non dovevano più arrivare nei pressi delle coste italiane, ma le persone erano raccolte direttamente davanti alle coste libiche da gommoni usa e getta a volte anche senza motore e a volte con l’aiuto di segnalazioni dai trafficanti ai soccorritori per indirizzare meglio le ricerche. Mentre l’Italia apriva i suoi porti, la Germania fece l’esperienza del milione di rifugiati in un anno; fu soddisfatta e provocò un accordo europeo con la Turchia perché i migranti fossero bloccati sul suo territorio. A pagamento.

Intanto in Italia si arrivò a superare i 10 mila sbarcati a settimana fino a che il governo Gentiloni non decise di compiere un’altra svolta: niente più navi delle ong, niente più raccolta davanti alla Libia, brutto muso con l’Europa per la ridistribuzione dei rifugiati, nuova politica di accordi in Libia e con vari paesi africani per bloccare e scoraggiare le partenze.

Questa l’estrema sintesi della vicenda. Adesso che gli sbarchi sono drasticamente diminuiti (e speriamo che non si torni al caos) c’è da fare i conti con quelli che vivono qui e specialmente con chi non ha un permesso di soggiorno e, quindi, non può lavorare regolarmente. Questi, calcolati in circa 500 mila, sono il problema che ha fatto parlare di bomba sociale. In realtà le tensioni non sono dovute solo a queste persone che cercano di intascare soldi per vivere, ma anche a quelli che lavorano. Di solito guadagnano poco e così competono per i servizi con gli italiani a basso reddito e spingono verso il basso le retribuzioni. Il problema c’è, inutile nasconderlo, ma non si risolve nulla con le sparate propagandistiche e nemmeno con l’evocazione di nobili principi etici. Ci vuole la politica cioè capire quali sono gli obiettivi, la strategia e come attuarli. La gestione degli immigrati dovrà essere una priorità per tutti i partiti e dovrà necessariamente tendere all’integrazione. Anche il problema della delinquenza dovrà essere una priorità, ma non riguarda solo gli immigrati. Lo Stato dovrà riprendere il controllo del territorio, potenziare le forze di polizia e il sistema carcerario, migliorare l’efficienza della giustizia. E poi intervenire (come si è iniziato a fare) per diminuire il disagio sociale. Niente di semplice ovviamente, come sempre nelle vicende umane

Claudio Lombardi

Un elettorato disinteressato ed egoista?

A poco più di un mese dal voto il primo partito resta quello dell’astensione. Tanti gli appelli – dal Presidente della Repubblica alla Chiesa – ai cittadini perché vadano a votare. Argomentazioni assolutamente fondate sull’importanza del voto e della partecipazione alle scelte politiche vengono ripetute con parole convincenti. Eppure la sensazione è che questi appelli non tocchino il cuore e la mente di milioni di italiani.

Scrive Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera che oggi prevale il disinteresse perché “vince una componente né politica né culturale, ma antropologica: abbiamo di fronte un elettorato vagotonico (…) indifferente a quel che avviene nella vita comunitaria, appiattito sulle proprie scelte personali, quasi prigioniero di un sopore difficile da smuovere: un elettorato senza condivisione di sentimenti collettivi”.

Ora, più che il riferimento alla patologia medica, è condivisibile che l’indifferenza e il ripiegamento sui propri interessi personali siano molto diffusi. E non soltanto in occasione delle elezioni, bensì ogni volta che la vita quotidiana di tanta gente si incontra con regole di comportamento corretto e responsabile.

Oggi. E prima? Se parliamo di concentrazione sui propri interessi personali non sembra che la situazione sia così diversa da quella già conosciuta in epoche passate quando la partecipazione al voto era costantemente sopra all’80%. Non è che in quegli anni i cittadini fossero esempi di virtù civiche. Tante piccole discariche a cielo aperto erano disseminate nelle vie delle città o appena fuori dai centri abitati, le frodi erano molto diffuse così come l’uso sfacciato di ogni possibile beneficio a favore dei lavoratori dipendenti e gli autonomi godevano, di fatto, di un regime fiscale diverso da quello legale. Molti problemi personali si potevano affrontare grazie alla corruzione e, se si guarda al mondo delle imprese, il ricorso all’uso anomalo di risorse pubbliche era molto frequente (finanziamenti e agevolazioni, Cassa del Mezzogiorno).

Gli anni della massiccia partecipazione al voto sono stati anni di inflazione a due cifre, di ricorso sistematico al debito pubblico per coprire qualunque spreco, di corruzione diffusa, di invadenza della politica in ogni settore della vita sociale, di privilegi e di abusi concessi a chiunque avesse una qualche forma di protezione individuale (raccomandazioni) o collettiva (sindacalismo).

Erano, però, anche anni nei quali la presenza di partiti di massa trasmetteva agli italiani l’impressione che a loro spettasse inevitabilmente la gestione del potere che aveva l’ambito nazionale come confine riconosciuto. La scelta di campo occidentale non si discuteva, ma poi la sostanza del potere (moneta, finanza) stava tutta all’interno.

Non è che allora non ci fossero le caste. C’erano ben più di oggi ed erano intoccabili perché il potere era nelle loro mani e lo usavano per cementare un blocco sociale nel quale ognuno poteva sperare di avere qualche vantaggio (dalla casa popolare, alla pensione di invalidità, al finanziamento a fondo perduto). C’era anche una diffusa consapevolezza che la dimensione collettiva portasse vantaggi per intere categorie di persone e che la politica fosse lo strumento per arrivarci.

Oggi, il rancore sociale poggia sulla delegittimazione della classe dirigente, l’indignazione sulla caduta del potere nazionale e l’enorme diffusione dei centri di produzione di informazione e di opinione (ogni account facebook lo è) ha portato allo sgretolamento delle gerarchie basate sulle competenze e al disorientamento. L’aggressività individualista di oggi, tuttavia, non può certo eguagliare l’aggressività organizzata dei movimenti di protesta o delle trame eversive del passato.

Oggi prevale la sfiducia nella politica perché non appare più l’unico ambito nel quale si concentra il potere. Di conseguenza i partiti sono stati delegittimati e sono avvertiti come ingombranti ed inutili.

In realtà il moralismo dilagante (sono tutti uguali, sono tutti venduti) segnala solo la rabbia perché si avverte la debolezza del potere che non è più in grado di distribuire compensi per acquisire il consenso. Il Censis ha individuato nella categoria del rancore la caratteristica diffusa di questi anni.

Ricorda De Rita che le campagne elettorali degli ultimi quindici anni non sono state condizionate dalle proposte sull’Europa o sui conti pubblici, bensì dalla strumentalizzazione politica dei sentimenti dell’elettorato. D’altra parte cosa fu il voto del 2013 se non un’espressione del rancore collettivo? Anzi, di tanti rancori diversi.

Molti non voteranno sui programmi, ma solo sul sentimento che alcune proposte riusciranno a trasmettere (flat tax, reddito di cittadinanza, rottura dei vincoli europei). L’unica possibilità per chi non vuole imboccare questa strada è un continuo tentativo di ragionare sulla realtà. Ragionare insieme come introduzione ad un nuovo andamento della democrazia che si apra alla partecipazione dal basso. Ascoltare, dialogare, accogliere idee e suggerimenti. I politici che riusciranno a farlo alla lunga saranno premiati

Claudio Lombardi

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