Il governo, il contratto e il rischio

Dopo 80 giorni di discussioni, trattative e tergiversazioni per la formazione di un governo oggi 23 maggio sembra che un Presidente del Consiglio incaricato uscirà dal Quirinale. Sarà il prof Giuseppe Conte sul quale già molto è stato detto ed è difficile aggiungere altro. Alla sua prima esperienza politica vedremo se sarà un mero esecutore di un patto di governo deciso dai responsabili politici di M5S e Lega o un Capo del governo che rientra nella definizione dell’articolo 95 della Costituzione (“Il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile”). Dovrà comunque rappresentare l’Italia in tutte le sedi internazionali e negli organismi sovranazionali dei quali facciamo parte ed è difficile pensare che debba/possa essere guidato passo passo dalla diarchia Salvini – Di Maio che ha firmato il contratto di governo (con tanto di autenticazione delle firme come si usa nei compromessi immobiliari!).

Ma quale è il senso del governo che sta per nascere? Se ci si rifà al contratto faticosamente scritto in molti giorni di lavoro non lo si percepisce chiaramente. Il testo sembra fatto apposta per un’attuazione dilazionata e annacquata, adattabile ai mutamenti dei contesti nei quali vuole intervenire. Anche sui punti cruciali dei programmi elettorali di M5S e Lega (flat tax e reddito di cittadinanza per esempio) la nettezza e l’intransigenza con la quale sono stati proposti all’opinione pubblica lasciano il posto ad un approccio più “morbido” che lascia nel vago tempi e modalità di realizzazione. Si percepisce la prudenza di chi si lascia aperte varie strade. Nel vago è la questione fondamentale dei mezzi finanziari per realizzare un programma la cui quantificazione (effettuata da Carlo Cottarelli e non dai suoi estensori) oscilla tra 108 e 125 miliardi di euro a fronte di un incremento di entrate per 500 milioni di euro. Anche per i rapporti con l’Europa si ricorre a formule generiche (revisione dei trattati) che appaiono più come intenzioni che come decisioni irremovibili. Lo stesso si può dire della questione del deficit (“Per quanto riguarda le politiche sul deficit si prevede, attraverso la ridiscussione dei Trattati dell’UE e del quadro normativo principale a livello europeo, una programmazione pluriennale volta ad assicurare il finanziamento delle proposte oggetto del presente contratto attraverso il recupero di risorse derivanti dal taglio agli sprechi, la gestione del debito e un appropriato e limitato ricorso al deficit”). Con formulazioni così si può andare avanti per anni dicendo che si persegue un obiettivo, ma, di fatto, rinviandolo sempre un poco più in là. E poiché a questa formulazione un po’ fumosa è legata l’attuazione di tutto il contratto si capisce che si lascia aperta la porta ad una politica dei piccoli passi ben diversa da quella aggressiva, intransigente e roboante con la quale Lega e 5 Stelle si sono proposti all’elettorato.

Che governo nascerà dunque? Prevedibilmente sarà un governo con molte facce. Una sarà sicuramente quella della prudenza per durare più dello spazio di pochi mesi che molti gli assegnano. Un’altra sarà quella dell’intransigenza per tenersi pronti non appena apparisse una prospettiva elettorale. Un’altra ancora sarà quella dell’antieuropeismo perché è un facile capro espiatorio per ritardi, inefficienze e fallimenti sempre possibili nell’attuazione di un programma vasto e senza basi solide.

Il senso di questo governo sembra essere quello di un (estremo?) tentativo di aggirare i limiti strutturali del sistema Italia attraverso un’espansione della spesa pubblica e un giro di vite sui reati. La frattura tra Nord e Sud, la pubblica amministrazione che non funziona, la convivenza civile resa difficile da politiche pubbliche inefficaci, le attività produttive di beni e servizi che non trovano infrastrutture efficienti, la formazione che non prepara i giovani ad inserirsi nel mondo del lavoro. Sono tanti i problemi e poco il tempo a disposizione perché M5S e Lega hanno raccontato agli italiani che loro avevano la soluzione e che gli altri (i governi a guida Pd) erano collusi con tutti quelli che vogliono approfittarsi dell’Italia. La tentazione di indicare al malcontento il “nemico” Europa c’è è inutile nasconderlo. Così come è costitutivo della Lega l’obiettivo di uscire dall’euro. Oggi si pigia sul freno perché c’è la consapevolezza dello sfracello che si provocherebbe imboccando questa strada. Ma la preferenza resta. Se passasse troppo tempo senza risultati i nuovi governanti o dovrebbero ammettere che l’unica strada percorribile nel contesto interno ed internazionale è quella dei piccoli passi (cioè quella seguita dai governi a guida Pd negli ultimi anni) o sarebbero tentati da forzature e rotture pericolose. L’immediata crescita dello spread all’annuncio del nuovo governo dimostra che questo rischio è avvertito da chi decide di “metterci i soldi”. Dobbiamo solo sperare che al dunque prevalga il buon senso, sennò il prezzo che pagheremo come italiani stavolta sarà il più alto di sempre

Claudio Lombardi

Il lavoro che c’è, le assunzioni che non si fanno

Quante volte si è letto di aziende che cercano lavoratori per determinate mansioni e non li trovano? Molte volte e, al netto dei commenti di chi imputa ad una errata ricerca le cause delle mancate assunzioni, il problema di una paradossale contraddizione tra le statistiche sulla disoccupazione (specie giovanile) e la domanda di personale che resta insoddisfatta esiste. È vero che la distanza tra richiesta di personale e disponibilità a farsi assumere esiste in molti settori e spesso la causa sta in offerte di lavoro poco interessanti sia per qualità che per retribuzione. Di lavori dequalificati pagati poco ne esistono molti. Il recente caso dei fattorini che consegnano il cibo a domicilio (i vari Foodora, Deliveroo ecc) ha messo in luce una tipologia di lavoro faticoso, rischioso e malpagato. Un lavoro però svolto soprattutto da italiani. Non c’è dunque bisogno di ricorrere ai soliti esempi di sfruttamento di manodopera straniera nei campi o nell’edilizia per capire che un problema c’è e che tocca anche figure professionali come gli avvocati, gli architetti, i medici spesso impegnati in collaborazioni gratuite o a prezzi stracciati nella speranza di entrare nel giro giusto per un lavoro meglio pagato. Proprio per questo sorprendono i numerosi casi nei quali un lavoro interessante e ben pagato viene offerto, ma non si riesce ad assumere.

Un’indagine di Milena Gabanelli pubblicata sul Corriere della Sera in questi giorni affronta l’argomento non in generale, ma centrando l’attenzione solo sulla parte che riguarda la ricerca di tecnici qualificati. La previsione è che nei prossimi cinque anni ci sarà bisogno di oltre 150 mila persone nei settori chiave della meccanica, della chimica, del tessile, dell’alimentare e dell’Ict. Il problema è che non c’è una corrispondenza tra le competenze dei lavoratori e quelle richieste dalle aziende. Il nodo è quindi quello della formazione che, nel caso italiano, è particolarmente carente.

Il primo gradino è quello degli istituti tecnici che però da sempre non vengono considerati una scelta di primo livello per i giovani italiani. Nell’articolo si ricorda che nell’ultimo decennio le scuole superiori che formano geometri, periti o ragionieri hanno perso quasi 120 mila studenti, mentre, invece, sono aumentati i liceali. Ciò significa che resiste un pregiudizio culturale sia verso il lavoro manuale che verso le professioni tecniche. Un pregiudizio che spinge ancora i giovani verso i licei che hanno come unico sbocco l’università o il pubblico impiego. Ma è noto che anche un titolo universitario in determinate discipline non garantisce un lavoro. Basti pensare all’esorbitante numero di avvocati passati dai circa 48 mila degli anni Ottanta agli oltre 235 mila di oggi.

Tuttavia, anche i diplomati degli istituti tecnici non sono completamente formati. Occorre un passaggio successivo rappresentato in Italia o dall’università o dagli Istituti Tecnici Superiori, gli ITS. Sono 95 e servono proprio per completare la formazione di tecnici qualificati (secondo il Miur l’82% dei diplomati ha trovato lavoro entro un anno dal diploma).

Gli ITS non sono scuole pubbliche, ma fondazioni che coinvolgono imprese, enti pubblici, centri di ricerca, associazioni di categoria. Si avvalgono quindi di fondi pubblici e privati e si basano sul coinvolgimento delle aziende per definire i percorsi formativi. Agli studenti comunque non viene chiesto di pagare i corsi.

Attualmente nei 95 ITS italiani ci sono quasi 10.500 iscritti mentre in Germania gli analoghi istituti di formazione superano il milione di studenti. I numeri parlano da soli e spiegano perché oggi è così difficile reperire sul mercato del lavoro le figure professionali che servono alle imprese.

Il funzionamento degli ITS costa. Il dato presentato nell’articolo della Gabanelli è di 6000 euro l’anno per ogni studente. Buona parte dei docenti proviene dal mondo delle imprese ed è uno dei modi con il quale queste contribuiscono al finanziamento degli istituti.

I fondi arrivano comunque dal Ministero dell’istruzione (Miur), dalle regioni, dalle istituzioni europee e dai privati.

Se si vuole parlare di occupazione guardando avanti e non lagnarsi o immaginare fantastiche assunzioni di massa in impieghi statali la strada della formazione è quella che appare più sensata e il miglior investimento per costruire qualcosa di duraturo

Claudio Lombardi

Intervista a Calenda: capire la realtà

Da anni ci si interroga sulla crisi delle sinistre e, in particolare, di quelle che hanno scelto la cosiddetta terza via. In un’intervista pubblica di qualche giorno fa condotta da Claudio Cerasa direttore de Il Foglio Carlo Calenda espone il suo punto di vista che si inserisce nel dibattito seguito alla perdita di voti del Pd nelle recenti elezioni. La critica di Calenda si appunta sul rapporto tra politica e realtà e, in particolare, su quella che egli definisce “politica motivazionale” che, in sostanza, significa diffondere ottimismo e fiducia anche contro le evidenze della realtà. La crisi del renzismo sembra rientrare perfettamente in questo schema. Ma vediamo per sintesi e con stralci come viene svolto il ragionamento.

Comprendere il progresso

Secondo Calenda “lo iato che c’è oggi tra la capacità di comprendere e la velocità dell’innovazione è talmente enorme che rende l’innovazione spaventosa. Il lavoro che va fatto per dare i mezzi culturali e conoscitivi, e direi anche esistenziali, per comprendere il progresso è la grande sfida della politica”.

L’inevitabilità della globalizzazione e la gestione della transizione

Io sono convinto che la parola “inevitabile” abbia ucciso la società liberale: quando noi cominciamo a descrivere i fenomeni come inevitabili, la gente si urta notevolmente. E, normalmente, quando cominciamo a parlare di cose inevitabili, è perché non siamo in grado di giustificarne la positività. Quindi se c’è una cosa che dobbiamo cancellare, è l’idea che quando si parla di globalizzazione o di innovazione tecnologica noi diciamo che è inevitabile. (…) Cosa vuol dire questo? Che accade, certo che accade, ma le forme in cui accade possono essere molto diverse. E c’è un tema che è centrale, per i progressisti in particolare: la gestione delle transizioni. Pensate a questo paradosso: tutta la retorica progressista, dal 1989 in avanti, è stata la seguente: il futuro è un posto meraviglioso, la globalizzazione e l’innovazione tecnologica vanno linearmente verso un futuro che schiude enormi opportunità per tutti. Questi processi sono sostanzialmente semplici, perché lineari, e dunque il compito della politica qual è? Motivare la gente ad arrivare al futuro. Devo spiegare alla gente quanto è importante arrivare a questo futuro. Pensate invece alla retorica populista: non ha mai un riferimento al futuro, solo un riferimento all’oggi. C’è un’ingiustizia, ti dico che ti proteggerò. Te lo dico in modo sbagliato, ti illudo, però mi prendo cura dell’oggi. La politica non può non prendersi cura dell’oggi, perché una politica deve essere in grado di gestire le transizioni verso il futuro…( …) I progressisti sono stati per moltissimi anni dei promoter dell’innovazione e dei fenomeni della modernità, ma bisogna che cominciamo a essere dei gestori delle transizioni che portano alla modernità, che è molto più complesso, e che implica il lavoro sulle persone, perché in una società liberale le persone scelgono e scegliendo fanno la differenza su come si muove l’insieme della società.

Progressista: la tecnica o l’uomo?

Per me, progressista è colui che vuole che l’uomo, e non i fenomeni che sono messi in moto dall’uomo, cresca e abbia la possibilità, attraverso la cultura e la conoscenza, di gestire quei fenomeni. A differenza di quello conservatore, il pensiero progressista è fortemente umanistico. Non è un pensiero economico e non è un pensiero tecnico: ripeto, è un pensiero umanistico. Questa dimensione dei progressisti è una dimensione che si è andata via via affievolendo. Se uno rilegge oggi un libro che è stato molto importante per i progressisti – si intitolava “La terza via”, conteneva l’idea del superamento della socialdemocrazia classica ed è quello che è stato poi interpretato da Blair e Clinton – capisce che quella roba lì non aveva niente a che fare con l’idea che c’era dietro alla terza via. In realtà ne sono stati presi i pezzi più facili, l’idea che lo stato dovesse rimpicciolirsi enormemente, l’idea che il mercato in qualunque condizione avrebbe portato dei benefici, che peraltro ha anche portato in larga parte al mondo. Il pezzo che non c’è in nessun programma è l’avanzamento umano e l’attenzione per la capacità dell’uomo di reggere una società liberale. Perché una società tradizionale è una società molto più semplice, una società in cui tu hai un dogma è una società molto più comprensibile.

La fatica di dover scegliere

La ragione per cui oggi le autocrazie vincono sulle democrazie come modelli, è che sono molto più rassicuranti, non solo perché proteggono, ma perché il cittadino è messo dentro una serie di schemi entro i quali può agire e deve agire. Noi siamo una società in cui (…) sono caduti per il progresso economico e anche per la globalizzazione tutti gli schemi nei quali ci siamo riconosciuti: lo stato, la nazione si sono indeboliti. Che cosa serve per reggere il peso di una società del genere, che è molto più spaventosa? Serve la capacità culturale e conoscitiva dell’uomo, che è rimasta immensamente indietro, perché noi abbiamo pensato fondamentalmente che, costruendo un meccanismo economico liberale, l’uomo automaticamente avrebbe raggiunto gli strumenti che servono per sostenere il peso di questa società liberale. Non è così. Non funziona così. E questo mi spiace ma è un compito dello stato.

Non esiste il progresso lineare

In una società liberale, se lo stato non dà i mezzi al cittadino per sostenerla, le democrazie cadono. E’ già successo. L’idea di non poter tornare indietro è un’assurdità. L’illuminismo, che aveva questa idea di progresso lineare, forte, ha suscitato il romanticismo, e il nazionalismo come conseguenza del romanticismo. E non per ragioni economiche o di potenza, ma per ragioni di identità. Perché la cultura dà un senso alle persone. Allora se gli devi dare un senso diverso, devi trovare gli strumenti per farglielo trovare. La società liberale da questo punto di vista è la società più complicata in cui trovare un senso”.

Morte della politica motivazionale

Secondo Calendanoi siamo stati totalmente ciechi nel non vedere che una pagina si era chiusa e che l’epoca della politica motivazionale era finita. E quando tu raccontavi e racconti alle persone che va tutto bene, dobbiamo andare avanti, il futuro è meraviglioso, non vi preoccupate, ci siamo noi, saremo più forti della Germania, la crisi è conclusa… questo crea un’alienazione gigantesca”.

Rappresentanza o competenza?

Insieme alla politica motivazionale è morta anche “la politica della competenza opposta alla politica dell’identità. La politica da quando nasce è rappresentanza, non è competenza e gestione della teoria economica. Non c’entra niente. Questo è stato un abbaglio per 25 anni. E’ finita. Nessuno elegge un’altra persona perché conosce perfettamente le teorie della Scuola di Chicago o il funzionamento dell’Europa. (…) Quelle paure bisogna recuperarle comprendendole. Riconoscendo gli elementi di verità. (….)  E solo se diamo cittadinanza e legittimità alle paure, poi possiamo affrontarle con calma, un pezzo per volta, dicendo anche, quando le cose non le sappiamo, “non lo sappiamo”. Io non posso garantire a nessuno che l’innovazione tecnologica sarà positiva per l’Italia. E chiunque oggi dica che è sicuro di poterlo fare sta prendendo in giro i cittadini. Perché non lo sappiamo. Però gli possiamo dire che ci prenderemo cura di gestire le transizioni”.

Troppa informazione fa male

C’è poi la questione dell’informazione altra causa di disorientamento perché non si può dare per scontato che l’accesso a un universo di informazioni sia di per sé un dato positivo. E, invece, “non è vero che se hai maggiore accesso alle informazioni diventi più colto e più intelligente. E’ il contrario. Se hai più accesso alle informazioni, ti senti più disperato, meno capace di leggerle, sei più disorientato, sei molto più influenzabile da chi ti dà una soluzione semplice”. Di qui l’affermazione dei guru carismatici come Grillo che mantengono la loro presa fino a che non sono messi di fronte ai problemi reali e sono chiamati a scegliere.

In conclusione un ragionamento ampio e chiaro che è utile per orientarsi e capire oltre le polemiche e le schermaglie politiche, oltre gli slogan che mantengono accese le tifoserie senza mai andare oltre la superficie. Bisogna invece sperare che sempre più persone vogliano farlo

L’intervista completa su www.ilfoglio.it

A cura di Claudio Lombardi

Il PD nel suo labirinto

Ad un osservatore esterno ignaro delle problematiche interne il PD appare in preda ad una sindrome di confusione che gli impedisce di agire con lucidità, prontezza e determinazione. Il risultato elettorale ha colpito il partito cardine delle maggioranze di governo della passata legislatura. Eppure i governi Letta, Renzi e Gentiloni avevano ottenuto risultati importanti nel gestire l’uscita dalla crisi e le conseguenze delle decisioni più impopolari del precedente governo Monti. Tuttavia, dal 2013 al 2017 il PD è stato scosso da una lotta politica sempre più lacerante e dall’abbandono di una parte rilevante del gruppo dirigente che aveva guidato il partito nel periodo precedente, in rotta con le scelte politiche compiute dalla segreteria Renzi e dal governo da questi diretto. Anni di polemiche, di scontri, di esacerbazione dei contrasti hanno avuto conseguenze sull’opinione pubblica indotta a pensare che, se personaggi del calibro di Bersani, D’Alema, Enrico Rossi, Vasco Errani ed altri, erano arrivati alla rottura con il partito che avevano contribuito a fondare, delle ragioni molto serie dovessero esserci. Il distacco tra PD e una parte consistente degli elettori si era già creato con l’esplosione del M5S alle elezioni del 2013 che ne aveva eguagliato i voti sull’onda di una protesta che si era fatta via via sempre più intransigente. Le scissioni nel PD hanno fornito la conferma, ben al di là del seguito dei personaggi che se ne andavano, che il partito guidato da Renzi si era diviso perché votato a politiche antipopolari di difesa dei privilegi e dei centri di potere economico e finanziario interni ed europei. I programmi elettorali dei vincitori delle elezioni del 4 marzo, M5S e centro destra, hanno potenziato questa convinzione indicando alternative di uscita dalla crisi del tutto illusorie, ma coerenti con la rappresentazione messa sotto gli occhi dell’opinione pubblica dei travagli interni del PD.

Ottenuti i voti, però, e con il passare delle settimane è iniziata una metamorfosi nelle posizioni del Movimento 5 Stelle espresse da Luigi Di Maio che, oggettivamente, sono arrivate a porsi in sostanziale continuità o perlomeno non in contrasto con alcuni indirizzi seguiti dal governo Gentiloni. Dal reddito di cittadinanza, alla collocazione internazionale ed europea, ai vincoli di bilancio si è realizzato un riposizionamento del Movimento. Ovviamente bisogna tener conto della facilità con la quale il M5S cambia idee e programmi senza porsi il problema della coerenza, ma ciò non toglie che è in corso un tentativo (partito in realtà già da prima delle elezioni) di accreditarsi come una forza di governo moderata e affidabile. Nel Movimento convivono più istanze e pesa molto una direzione verticistica ed autoritaria che tiene a bada i contrasti potendo decidere autonomamente le politiche da presentare all’opinione pubblica. In questo momento prevale la volontà di arrivare al governo sulle pulsioni protestatarie, ma non è detto che il Movimento reagisca bene alla prova del governo. Di sicuro restare all’opposizione sarebbe la scelta che manterrebbe la compattezza dei 5 Stelle.

In questo quadro va collocata la questione di un confronto tra PD e M5S per verificare la fattibilità di un programma comune di maggioranza che non significa automaticamente un governo insieme.

La negazione di ogni possibilità di dialogo e l’opposizione della pregiudiziale di diversità avanzate subito dopo le elezioni da Renzi, dai dirigenti e dai militanti del PD, comprensibili due mesi fa di fronte ad un’ipotesi di alleanza M5S – Lega, non lo sono più oggi. Se è vero come è vero che il PD è stato ed è ancora il partito con il più credibile programma di governo basato su un’esperienza positiva durata cinque anni, e se è vero che le scissioni che lo hanno colpito si sono rivelate fallimentari, è difficile comprendere per quale motivo il PD abbia rinunciato a far valere questi suoi punti di forza nel dibattito politico post elezioni concentrandosi, invece, come hanno fatto gli altri partiti, sulle formule di governo.

L’ennesimo scontro che ha lacerato il PD ha trasmesso all’opinione pubblica l’immagine di un partito confuso, diviso, instabile e incapace di riprendersi il ruolo di forza politica di riferimento del Paese. Le dimissioni da segretario di Renzi non erano necessarie nell’immediato e hanno privato il partito del suo vertice eletto democraticamente. Tuttavia Renzi ha mantenuto la sua influenza per il tramite dei dirigenti eletti insieme a lui. Interlocutore presente, ma formalmente assente il volontario allontanamento di Renzi ha aumentato, di fatto, la confusione e il disorientamento. Di queste dimissioni, per le quali qualcuno adesso parla di possibile revoca tanto per accentuare l’instabilità, sfugge il senso politico profondo e resta l’impressione degli effetti di un carattere intemperante e della propensione alla personalizzazione degli avvenimenti politici. Due elementi difficilmente conciliabili con la guida di un partito come il PD.

Se il PD vuole uscire dal labirinto nel quale si è cacciato non ha altra scelta che concentrarsi sui temi del governo dell’Italia chiamando le altre forze politiche a dimostrare la loro capacità di affrontarli. Per questo non si può negare il confronto con il M5S chiesto ripetutamente e con modalità convincenti da Di Maio. Il confronto ci deve essere e deve mostrare all’opinione pubblica il volto di una forza politica lucida e determinata, coraggiosa ed aperta che non esclude nessuna ipotesi, ma che non si sente obbligata a seguire chi non lo merita. L’esatto contrario del volto rancoroso e chiuso che tante reazioni di dirigenti e militanti stanno mostrando in questi giorni

Claudio Lombardi

Nuovo governo: continuità o rivoluzione?

Il nuovo governo sembra ancora lontano e quelli che se ne contendono la leadership non possono ammettere ciò che è ovvio ossia che non ci potrà essere nessuna rivoluzione qualunque sia la formula che si metterà in campo. Tutt’al più qualcuno che vuole a tutti i costi apparire alfiere del cambiamento potrà mettere in atto una sostanziale continuità rivestita di una nuova veste comunicativa. La vicenda dell’attacco di Usa, Francia e GB, alla Siria, al di là di ragioni e torti, serve a richiamare l’attenzione sulla dura realtà e sul contesto di interdipendenze nelle quali vive l’Italia.

L’eredità dei governi della passata legislatura è complessa e andrà gestita con cura perché ha messo in piedi politiche che produrranno i loro effetti, volenti o nolenti, nei prossimi anni.

Probabilmente i nuovi governanti si concentreranno su alcuni errori dei precedenti governi e a questi si attaccheranno per mostrare le loro virtù  innovatrici. Si tratterà  però  di aggiustamenti e non di sconvolgimenti. D’altra parte cosa ci sarebbe da cancellare, travolgere e sconvolgere? Forse quel complesso di provvedimenti noto come industria 4 che ha favorito la crescita di Pil, produttività ed esportazioni? O forse la politica sui migranti del ministro Minniti? O, magari, gli interventi avviati per contrastare la povertà. Qualcuno pensa di abolire il reddito di inclusione oppure preferisce scagliarsi contro gli 80 euro? Vorranno eliminare la quattordicesima per le pensioni minime? O gli interventi per le famiglie con figli? E le leggi sul “dopo di noi” e sulle unioni civili che fine faranno? Probabile che nessuno vorrà  fare brutta figura cercando di annullare diritti che migliorano la vita delle persone.

Eh già, ma c’è il Jobs Act. Lì sicuramente ci sarà una restaurazione, tornerà  l’art. 18 e gli unici contratti ammessi saranno a tempo indeterminato. Sicuri?

Cassa integrazione (anche sotto i 15 dipendenti), Naspi (per due anni dopo il licenziamento), nuovo assegno di disoccupazione (finita la Naspi), assegno di ricollocazione e Discoll (indennità di disoccupazione per collaboratori coordinati e continuativi, ricercatori, borsisti e dottorandi), Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal). Anche questo è  Jobs Act. Che si fa? Cancelliamo tutto?

Va bene, allora si punta alla riforma Fornero che sembra mettere d’accordo M5S e Lega. Dicono che va cancellata. Anche qui meglio leggere bene anche tra le righe. Per esempio si è parlato di un’altra riforma che contemperi equità  generazionale e sostenibilità  dei conti. Tutto sommato non molto diverso da quanto si sta facendo, a piccoli passi, da cinque anni a questa parte prima con gli interventi per gli esodati e poi con l’Ape social e non social.

Salvini e la destra in generale parlano ancora, a campagna elettorale finita, di un’Italia ridotta allo stremo dai governi Renzi e Gentiloni. Strano perché i dati statistici e le stime (quella ultima del FMI lo conferma) rilevano la crescita del Pil e dell’occupazione nonché del reddito disponibile delle famiglie. Anche le esportazioni vanno benissimo e quindi si presume vi siano molte imprese che marciano a pieno regime.

La verità è che c’è una parte del Paese che cresce e vive a livelli nordeuropei e un’altra parte che arranca. È la frattura che separa il Mezzogiorno dal resto dell’Italia e non si è certo prodotta in questi ultimi anni. È uno dei problemi strutturali più difficili e complicati da affrontare e non sarà un cambio di maggioranza ad inventare un modo nuovo per affrontarlo. C’è poi l’immensa macchina dello Stato che comprende ogni pur piccola amministrazione locale e le aziende da questa dipendenti. Qui allignano inefficienza, spreco e anche corruzione. E a questa vanno ricondotti i veri costi della politica.

La destra e i Cinque Stelle avranno il coraggio di metterci mano? Ovviamente no e come potrebbero dall’alto dei loro programmi campati per aria, velleitari e azzardati? Non c’è dunque da aspettarsi nessuna rivoluzione. La continuità è la cifra dei governi e delle politiche che vogliono raggiungere i maggiori benefici senza correre rischi eccessivi.

E la continuità sarà anche quella di qualunque governo si dovesse formare nelle prossime settimane. O, almeno, dobbiamo augurarci che sia così perché se i nostri pretendenti alla carica di Capo del governo dovessero tentare spericolate esibizioni di forza si accorgerebbero subito che non hanno in mano una bacchetta magica e che ogni loro decisione avrà ripercussioni di sistema alle quali non potranno sfuggire. Di Maio sembra averlo già capito e, infatti, ha adeguato toni, proposte, dichiarazioni e l’approccio alla costituzione del governo mettendosi implicitamente sulla linea della continuità. Salvini vuole spingere ancora sulla demagogia e sulla protesta. Potrà funzionare ancora per un po’, poi si capirà che serve a nascondere la sua incapacità

Claudio Lombardi

Il mistero del M5S

Un mistero aleggia sull’Italia, quello del M5S. Cosa è veramente questa formazione politica? Chi ne possiede le chiavi? Quante facce ha? C’è quella pubblica fatta del consenso di milioni di persone; c’è quella più ristretta basata sul collegamento in rete di 100 mila (o più?) militanti digitali; c’è quella dei gruppi locali che si incontrano fisicamente, ma che non sono inseriti in un’organizzazione di tipo tradizionale e, quindi, non discende da loro la legittimazione democratica degli incarichi e delle decisioni politiche. D’altra parte è finita pochi mesi l’era del Non statuto che stabiliva la natura proprietaria del M5S, marchio registrato di proprietà di Beppe Grillo. Figuriamoci cosa potevano contare i militanti…

Il M5S fin dall’inizio è stato la sua rete. I suoi capi, Grillo e Casaleggio, hanno teorizzato ed esaltato una democrazia diretta che si realizza su internet. Hanno teorizzato, cioè, l’immediatezza che chiude il circuito informazione – formazione di un’opinione – espressione di un voto, che inizia e finisce davanti allo schermo di un computer. Se questa è stata l’idea di base ovvio che diventasse centrale il ruolo della struttura che gestisce la rete e che, ovviamente, la controlla. Diversi scandali e, da ultimo, quello che ha coinvolto Facebook e Cambridge Analytica hanno mostrato l’estrema facilità di falsificare le informazioni, di impossessarsi dei dati e di manipolarli. Il ruolo di chi gestisce i server è quindi decisivo perché la realtà su internet non esiste di per sé, ma va sempre preparata e poi mostrata e può, quindi, anche essere inventata.

Per anni Grillo nei suoi spettacoli-comizi ha preparato il terreno per il suo movimento sbeffeggiando, denigrando e minando le verità ufficiali. Per ogni cosa lui dimostrava che bastava fare una ricerca in rete e si scopriva la verità alternativa non condizionata dagli interessi economici. Il M5S così è nato ed è cresciuto: una guida illuminata che rivelava al popolo ciò che le élite volevano tenergli nascosto per poterlo sfruttare meglio.

Le condizioni perché funzionasse questo schema erano che la Guida non dipendesse da nessuno, che avesse l’ultima parola su ogni scelta del Movimento che doveva appartenergli perché lui lo garantisse dagli attacchi esterni, che disponesse della struttura tecnica di controllo per gestire il tutto. In nome della democrazia diretta futura veniva nel presente rifiutata la vecchia politica e tutte le pratiche, le regole, i metodi che le appartenevano. Rifiuto che si estendeva alle istituzioni e alla democrazia rappresentativa giudicate come pure illusioni ed ipocrisie.

Gli undici milioni di voti presi dal M5S alle ultime elezioni non smentiscono questo impianto di base e nemmeno l’allontanamento di Beppe Grillo modifica nulla dello schema originario. Il M5S continua a basarsi su un ordinamento interno che assegna tutto il potere a vertici ristretti, sia ufficiali che oscurati, ma entrambi sostanzialmente non legittimati con metodo democratico. È l’unico partito dotato di un Capo politico che decide la linea e dal quale discendono tutte le cariche rilevanti a partire dai capigruppo di Camera e Senato. Una struttura autoritaria che non rientrerebbe nella regola di cui all’art. 49 della Costituzione che richiede ai partiti un ordinamento interno democratico.

Tuttavia nemmeno il Capo politico rappresenta l’ultima istanza del potere all’interno del M5S. Esiste una struttura alla quale questo è intimamente legato che è ancora più incontrollabile e inaccessibile: l’Associazione Rousseau. Il nuovo statuto del M5S approvato poco prima delle elezioni stabilisce all’articolo 1 che “Gli strumenti informatici attraverso i quali l’associazione M5s si propone di organizzare le modalità telematiche di consultazione dei propri iscritti… saranno quelli di cui alla cd. ‘Piattaforma Rousseau’”. Alla quale, inoltre, tutti gli eletti in Parlamento dovranno obbligatoriamente versare un contributo mensile.

Una strana associazione con soli quattro iscritti e nella quale uno, Davide Casaleggio, assomma tutte le cariche di responsabilità. In pratica un’associazione che somiglia ad una società privata alla quale il primo partito italiano è legato giuridicamente, economicamente e tecnologicamente senza alcun potere di controllare il suo operato. Un legame che si può modificare soltanto cambiando lo Statuto, ma per farlo servono una procedura complicatissima e una maggioranza irraggiungibile. E in ogni caso “la verifica dell’abilitazione al voto e il conteggio dei voti – dice lo Statuto – sono effettuati in via automatica dal sistema informatico della Piattaforma Rousseau”. Capito?

La logica dice che questa costruzione complessa ha un solo significato: il M5S è un partito controllato da una struttura aziendale esterna priva di qualsivoglia legittimazione democratica. Perché? Per fare soldi? Grazie al contributo mensile già citato nelle casse dell’Associazione Rousseau arriveranno oltre 100 mila euro al mese, più di 1,2 milioni l’anno. Inoltre ci saranno le donazioni dei volontari. Tutti soldi che verranno gestiti come in una qualunque azienda privata cioè autonomamente senza alcun tipo di controllo. Pochi per essere questo l’obiettivo finale della costituzione di un movimento politico. A meno che non si preveda che le attività di Casaleggio e dell’Associazione non possano espandersi proprio grazie al potere conquistato dal M5S per provare a realizzare le visioni del suo fondatore e del suo erede.

D’altra parte, come scrivono tre ricercatori nel volume “M5s – Come cambia il partito di Grillo” (il Mulino) curato da Piergiorgio Corbetta: “La piattaforma Rousseau offre più che altro una vetrina per le iniziative legislative dei parlamentari pentastellati, a cui segue un disordinato elenco di commenti generalmente di bassa qualità e largamente ignoranti. Il risultato è che il contributo degli iscritti all’attività parlamentare tramite la piattaforma online è prossimo allo zero”. Anche la votazione online dei candidati attraverso le varie comunarie, parlamentarie ecc., si deve scontrare con i poteri del vertice di ripulire le liste a monte e a valle della selezione, oltre alla facoltà di indicare direttamente i candidati come è avvenuto per tutti i collegi dell’uninominale. Non sembrano queste le premesse per il trionfo della democrazia diretta digitale di cui fantastica Casaleggio.

Gli italiani delusi dai partiti tradizionali hanno dato la maggioranza relativa dei voti a questa strana creatura. Sicuramente gli italiani non hanno capito che questo è il M5S e, se lo hanno capito, non gliene importa un bel nulla perché ciò che conta per molti di quelli che votano 5 stelle è riconoscersi in qualcuno che esprime la rabbia e la indirizza verso un nemico da battere. Non sarebbe certo la prima volta che una folla chiede ai suoi capi di indicargli un nemico contro cui scagliarsi.

Il mistero del M5S non è un mistero, ma un progetto fortunato che nemmeno i suoi ideatori pensavano di realizzare. Ora visibilmente non sanno dove andare. Di Maio manda messaggi a sinistra e poi a destra alla ricerca di una sponda. Ha proclamato che la terza Repubblica sarà quella dei cittadini, ma non è in grado di dire altro perché nelle società complesse la politica è messa di fronte a scelte complicate che l’appello ai cittadini non semplifica. D’altra parte la prima battaglia del M5S in questa legislatura è di nuovo quella dei vitalizi e dei costi della politica. Che li tagliassero così si vedrà meglio che non sanno che fare del loro potere. Sanno che lo vogliono e per questo si impossessano di tutte le poltrone disponibili, ma non sanno per fare che. Finiranno gestiti da un soggetto forte della politica che si legherà a loro per usarli

Claudio Lombardi

La democrazia digitale del M5S

L’intervento di Davide Casaleggio sulla democrazia digitale pubblicato dal Washington Post ha coinciso con lo scandalo del furto dei dati di 50 milioni di utenti di Facebook da parte di Cambridge Analytica (finalizzato al loro utilizzo nelle presidenziali americane). Sicuramente si tratta di due usi diversi dello stesso strumento eppure c’è un’oggettiva convergenza su alcuni punti. La formazione dell’opinione attraverso internet di per sé tende a semplificare e spinge verso un’estremizzazione delle posizioni e delle convinzioni. Salta il passaggio del confronto diretto, mette da parte le procedure, elimina le gerarchie e appiattisce le competenze. Su internet, infatti, conta la frequenza dei contatti. Un incompetente dotato degli strumenti appropriati è in grado di attirare l’attenzione e orientare l’opinione di chi lo segue senza dover rispondere a nessuno, senza contraddittorio, senza verifiche. In questo modo la formazione di un’opinione è unidirezionale e punta direttamente ad un sì o ad un no. Determinante è quindi la funzione di organizzazione e di gestione degli snodi della rete. Se si parla di informazione e di partecipazione è facile instradarla in canali predeterminati da chi controlla i dati. Per questo è così importante, nel caso del M5S, il ruolo della piattaforma informatica gestita dall’associazione Rousseau. Lo ricorda lo stesso Casaleggio nella sua lettera al Washington Post, non chiarendo, ovviamente, che questa è nel suo pieno controllo e non risponde ad altri che a lui stesso.

Parlare di democrazia digitale ignorando questi aspetti inquietanti non è corretto. Internet è uno strumento, ma anche con le migliori intenzioni è difficile garantire la massima trasparenza ed affidabilità di ciò che viene immesso in rete e di come viene gestito. È uno strumento di comunicazione di una potenza sconosciuta nelle epoche passate, ma anche di una pericolosità estrema perché permette la creazione di una realtà virtuale che rivolgendosi all’osservatore isolato davanti allo schermo è in grado di manipolare le menti. Non è forse questa l’epoca dell’intervento russo in una campagna presidenziale americana a sostegno di Trump attraverso la costruzione di notizie false e la loro diffusione a milioni di americani?

Il metodo ormai è collaudato. Lo descrive un rappresentante di Cambridge Analytica ad un giornalista che si è finto suo possibile cliente: “Non bisogna mai condurre una campagna politica sui fatti, ma sulle emozioni e le paure”. “Bisogna analizzare gli utenti per comprendere le loro paure inespresse e bombardarli su quelle per evocarle e portarle alla coscienza”. Non sembra che parli della nostra recente campagna elettorale?

Tornando al M5S, è vero che questo movimento è cresciuto grazie alla rete, ma è vero anche che si è fatto forte di una comunicazione che ha esasperato l’emotività degli italiani. Esempi il “vaffa day” e l’aggressività verbale di Grillo nei confronti di quelli che venivano additati nei suoi interventi pubblici e nei sui scritti sul blog come nemici da condannare innanzitutto per indegnità morale. Ma la possibilità di urlare non è democrazia. Infatti, ai militanti 5 stelle è stato consentito di sfogarsi in rete, ma nel rigoroso rispetto delle scelte strategiche che venivano assunte da un vertice ristretto e autoreferenziale.

Il M5S rivendica con orgoglio e arroganza il superamento della vecchia forma partito. Non a caso Davide Casaleggio afferma nel suo scritto che “La nostra esperienza è la prova di come la Rete abbia reso obsoleti e diseconomici i partiti e più in generale i precedenti modelli organizzativi. (…) La democrazia diretta, resa possibile dalla Rete, ha dato una nuova centralità del cittadino nella società. Le organizzazioni politiche e sociali attuali saranno destrutturate, alcune sono destinate a scomparire. La democrazia rappresentativa, quella per delega, sta perdendo via via significato. E ciò è possibile grazie alla Rete”.

Affermazioni azzardate se messe a confronto con l’esperienza di questi anni fatta dal M5S. In realtà in questa si sono scorte labili tracce di democrazia in generale con il limite invalicabile del duo Grillo – Casaleggio. Probabilmente gli italiani erano più interessati a riconoscersi in qualcuno che esprimesse al massimo livello la loro rabbia e la loro protesta piuttosto che a partecipare in maniera democratica alla costruzione di un’organizzazione politica.

La democrazia digitale presentata come fa Davide Casaleggio più che a un vero sviluppo della democrazia fa pensare al tentativo di conquista del potere da parte di una élite diversa da quelle precedenti. Si prova a dare uno sbocco alle tensioni sociali ed esistenziali di una società in crisi economica e di leadership e intimorita dalla globalizzazione indirizzandole contro la “vecchia” politica e le “vecchie” istituzioni presentate come inefficienti, lontane dal popolo e corrotte. Il problema è che così formulata la democrazia digitale fa un po’ paura perché somiglia molto ad un nuovo tipo di autoritarismo fondato sul controllo della rete

Claudio Lombardi

Working poor: lavoratori a rischio povertà

Di povertà si parla molto, ma nel presupposto che la cura più efficace sia il lavoro. E invece anche lavorando si può diventare poveri. Nei giorni scorsi Eurostat ha diffuso uno studio sulla In-work poverty in EU relativo al 2016 cioè sui lavoratori maggiori di 18 anni di età a rischio povertà nei Paesi dell’Unione Europea. Ebbene l’Italia si colloca al quinto posto per numero di lavoratori poveri dopo Romania, Grecia, Spagna e Lussemburgo. Il dato è l’11,7% degli occupati. In un solo anno. Quanti saranno in futuro? Cresceranno o diminuiranno? E quanti di loro diventeranno pensionati poveri?

Milioni di persone povere o a rischio di diventarlo che crescono nel corso degli anni rappresentano un problema sociale che può diventare ingestibile e causa di enormi tensioni oltre che di drammi umani. Secondo Censis Confcooperative c’è il rischio che nei prossimi trent’anni i poveri crescano di sei milioni di persone. Che poi sarebbero i giovani di oggi. Le cause sono quelle ben conosciute del ritardo nell’ingresso nel mondo del lavoro, della discontinuità contributiva causata dal precariato e delle retribuzioni troppo basse. Inevitabile che ciò si ripercuota sulla pensione futura. Di fronte a questa realtà poco possono fare la nuova indennità di disoccupazione (la Naspi), il Reddito di inclusione attiva già in vigore da quest’anno e anche un ipotetico reddito di cittadinanza. A meno che quest’ultimo non diventi il sostituto di un vero reddito da lavoro, uno stipendio di Stato.

Il problema è che le retribuzioni in Italia sono generalmente basse. Quelli dei nuovi impieghi in modo particolare. Così è normale considerare il livello dei mille euro al mese come un traguardo più che rispettabile per un giovane quando è noto che può, forse, esserlo in una provincia del Mezzogiorno, ma non certo in una città del Centro-Nord. E poi mille euro al mese per quanto tempo? La questione delle basse retribuzioni ha una sua specificità tutta italiana. È noto infatti che le retribuzioni italiane sono inferiori a quelle dei maggiori Paesi europei. Se poi si prende in esame anche l’aspetto dei servizi, da quelli di pubblica utilità al welfare, il confronto penalizza ancor più il nostro Paese.

La crescita del Pil che è finalmente arrivata non sembra aver modificato questa situazione. E nemmeno l’aumento dell’occupazione che pure c’è stato. Tuttavia il problema grava sulle mansioni meno qualificate perché, di contro, c’è domanda per lavoratori specializzati e tecnici che il sistema dell’istruzione non prepara in numero sufficiente (e che non sono intercettati e indirizzati dai servizi per il lavoro). Sicuramente non si tratta solo delle conseguenze della crisi, ma di un mutamento epocale che è composto da più elementi. La globalizzazione ha spinto lontano dall’Italia le produzioni a minor valore aggiunto determinando una tensione nei rapporti di forza tra le componenti sociali e una contrazione generale delle retribuzioni nei livelli bassi e medi. Mentre le mansioni dirigenziali, i professionisti e i tecnici ai più alti livelli nonché gli imprenditori attivi sui mercati globali hanno goduto di una redistribuzione della ricchezza a loro favore. È significativo che da molti anni le notizie sui guadagni dei top manager e di chi manovra le leve della finanza vengono accolte con fatalismo e rassegnazione.

In Italia abbiamo poi avuto una tappa speciale in questo processo di redistribuzione: il passaggio dalla lira all’euro. In quegli anni un grande economista, Marcello De Cecco, intravide subito lo spostamento di ricchezza a favore di chi fissava i prezzi e a danno di chi poteva solo pagarli. Così si esprimeva in un’intervista del 2011.

“Ma una cosa è sicura: già dalla vittoria alle elezioni del 2001, il governo Berlusconi, vedendo che il Pil non cresceva e che c’era poco reddito, ha pensato di ridistribuirlo togliendolo ai lavoratori dipendenti e passandolo ai suoi elettori. Profittando del passaggio all’euro, si è limitato a non applicare i sistemi di vigilanza sui prezzi approntati dal governo di centro sinistra, consentendo al suo elettorato di imprenditori e mediatori di stabilire i prezzi e arricchirsi alla grande. Così, grazie a questi profittatori di regime, oggi paghiamo il pane seimila lire al chilo.” E ancora: “Può permettersi di ragionare in euro solo chi fa i prezzi. Se un lavoratore dipendente tira fuori una sua busta paga di dieci anni fa si rende conto di quanto si è impoverito, visto che, da subito, un euro ha smesso di valere duemila lire per passare a mille”.

Eppure i dati di Bankitalia sui bilanci delle famiglie (anno 2016) mostrano un incremento medio significativo del reddito. Il problema è che sempre più va a beneficio degli anziani, del Nord e delle città e sempre meno ai giovani, alla provincia e al Sud. E non basta a scongiurare il rischio povertà che grava su una elevata percentuale delle famiglie. In particolare si tratta di quelle con capofamiglia più giovane, meno istruito, nato all’estero e per le famiglie residenti nel Mezzogiorno.

Aumentano anche le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza. Infatti nel 2016 il 5% deteneva il 30% della ricchezza complessiva mentre al 30% delle famiglie più povere andava invece l’1% della ricchezza.

Se dietro ai dati si considera la vita reale delle persone non si può dire loro di rassegnarsi perché l’incertezza è il segno di quest’epoca. E nemmeno che nel lungo periodo migliorando i sostegni sociali, la formazione e le politiche attive del lavoro tutto andrà, forse, meglio. Il voto del 4 marzo racconta anche di un’esigenza di essere presi sul serio che molti elettori hanno voluto manifestare votando i partiti che non dicevano loro di stare buoni e tranquilli, ma li invitavano a prendere una posizione netta. È rimasto penalizzato il Pd che non è riuscito a trasmettere il senso della sua serietà. Eppure il primo a superare i vincoli del rigore era stato il governo Renzi con la restituzione fiscale degli 80 euro, la defiscalizzazione delle assunzioni, i nuovi ammortizzatori sociali, il reddito di inclusione. Chi avrebbe potuto fare di più in quegli anni?

Claudio Lombardi

Due o tre pensieri sulle elezioni 2018

Un bel rimescolamento di carte queste elezioni 2018. I numeri che contano sono 70, 4,5 e 18,7. La prima cifra è la somma dei voti di M5S e centrodestra; la seconda quelli delle sinistre extra Pd; l’ultimo la percentuale presa dal Pd.

Pur essendo stato dato su programmi diversi non vi è dubbio che quel 70% esprime una protesta contro le politiche che hanno segnato la stabilità italiana che, nel rispetto dei vincoli di bilancio, ha portato a diversi positivi risultati di governo (economia, lavoro, diritti). Sia nella versione Lega che in quella di Forza Italia o di FdI e in quella del M5S il tratto che le accomuna è la spinta a fuoriuscire dalle compatibilità finanziarie con un taglio di tasse e un’espansione della spesa pubblica. La stragrande maggioranza dei votanti ha detto quindi che è stufa di sentirsi dire “non si può fare perché dobbiamo stare nei limiti”. Di fronte alle promesse di un radicale taglio di imposte con la flat tax non è stata tanto a guardare per il sottile se convenisse veramente e a chi, ma ha detto sì. Stessa reazione per il cavallo di battaglia dei 5 stelle, il reddito di cittadinanza. Significativo che il messaggio del taglio è passato nelle zone più sviluppate e quello dell’assistenzialismo in quelle meno sviluppate. Ciò che conta però è il duplice messaggio che è arrivato agli elettori: superiamo i vincoli, torniamo a spendere.

Anche sulla questione migranti la scelta è stata di rottura e le due componenti che si dividono il 70% l’hanno rappresentata. Come ampiamente annunciato dai tanti episodi di protesta l’immigrazione caotica non gestita dai poteri pubblici e l’accoglienza in stile emergenziale con i suoi scandali, i suoi sprechi e soprattutto la sua insensatezza (immigrati parcheggiati a caro prezzo e poi lasciati liberi di vagare alla ricerca di fortuna nel territorio nazionale con l’effetto di ingrossare le file dei lavoratori sfruttati fino al limite dello schiavismo e quelle della microcriminalità) ha prodotto una ribellione di massa. Lo si era detto: gli appelli alla solidarietà hanno un limite superato il quale o si accetta di sopportare un peggioramento della propria vita o ci si ribella. Tanti italiani hanno scelto quest’ultima strada. Ovviamente superfluo ripetere che a sopportare le conseguenze di un’immigrazione disordinata e di una gestione fuori controllo sono state le periferie e le zone popolari già messe sotto pressione per conto loro. C’è da dire che solo con il governo Gentiloni e grazie al ministro Minniti è cambiato qualcosa e questo gli italiani l’hanno ricordato.

C’erano però altre liste che diffondevano un messaggio di ribellione ai vincoli europei e di espansione della spesa pubblica: LeU e Potere al Popolo. Insieme non sono arrivati nemmeno al 5% dei voti. Erano liste chiaramente di sinistra che contestavano il moderatismo del Pd e si presentavano con toni radicali. Niente da fare, gli elettori non le hanno seguite. Alcuni grandi nomi – da Bersani a D’Alema a Grasso – non sono serviti ad attirare maggiori consensi. Sarà la connotazione di sinistra che non convince più con buona pace di quelli che insistono ad indicare la necessità di un’unità delle sinistre come un obiettivo prioritario. Deve essere proprio così perché le due liste coprivano un arco di posizioni molto ampio dal riformismo tranquillo di un Bersani con LeU alla vera e propria rivolta dei centri sociali con Potere al Popolo. Dopo queste elezioni sarà difficile tornare ad invocare l’unità della sinistra. Ormai l’etichetta è corrosa dal tempo e andrebbe ristampata.

Il Pd ha pagato non tanto gli errori di Renzi quanto l’incapacità di completare la costruzione di un partito nuovo che andasse oltre la matrice dalla quale è nato. Si parlò all’epoca di fusione fredda tra gruppi dirigenti ex comunisti, ex socialisti, ex democristiani. L’impressione è che da allora non si sia andati molto più in là. Renzi ha avuto il merito di cercare una strada originale con le sue Leopolde e lo slogan della rottamazione, ma non è stato capace di dare una base analitica e strategica solida al partito. Una cultura politica che ha puntato troppo sull’effervescenza, sul giovanilismo, sull’ottimismo edulcorato, sul decisionismo frettoloso. In definitiva una cultura politica basata più sulle intuizioni, ma di scarso spessore. Quindi un merito di Renzi sì, ma anche la responsabilità di aver strattonato un partito confuso e desideroso di identità, ma ancora immaturo. Troppi traumi in pochi anni. Oltre Renzi urge comunque una riflessione molto ampia che non sia piagnisteo o autocoscienza, ma slancio per capire in che mondo si vive e cosa ci si sta a fare e contatto con la realtà in tutte le sue sfaccettature. Sapendo che la politica non è accettare supinamente ciò che ci si trova davanti, ma capacità di immaginare il futuro costruendolo giorno per giorno.

Ora si tratta di capire cosa faranno i partiti perché i risultati non permettono nessuna maggioranza già definita. Non è cosa che si chiarirà in pochi giorni. Difficile pensare all’alleanza stabile di Pd e M5S anche se parrebbe l’unica via d’uscita da una situazione bloccata. Il Pd oggi non se lo può permettere e non lo può permettere un minimo di ragionevolezza. I rispettivi programmi sono alternativi e non conciliabili. Il Pd deve pensare ad altro. Deve risolvere la sua crisi, chiarirsi le idee, ridefinire la linea politica, radicarsi di più nella società. L’unica strada oggi è quella di un governo istituzionale di durata limitata; potrebbe servire a far decantare la situazione e a far emergere proprio quella convergenza programmatica tra forze diverse sulla quale impiantare un governo di legislatura. Quali forze? Lo si vedrà strada facendo. Di fatto il voto di protesta si è concentrato sul M5S e sulla Lega, dunque…. Se ci si riesce, bene; sennò si torna a votare. Un percorso difficile, ma ci si può provare

Claudio Lombardi

La fragilità del sistema Italia

Poiché stiamo per votare forse sarà il caso di aprire meglio gli occhi. Lasciamo perdere le promesse dei partiti e cerchiamo di concentrarci su alcune fragilità del sistema Italia. Lo facciamo attraverso un articolo di Alessandro Campi pubblicato di recente. L’Italia è un Paese tre volte fragile scrive l’autore. E inizia il suo ragionamento prendendo spunto dalla cronaca di questi giorni sulle vicende stranote della nevicata di lunedì. Di fronte ad un banale evento meteorologico egli coglie innanzitutto una cronica debolezza dei nostri gruppi dirigenti ad ogni livello. Quando si occupano posizioni di potere – scrive Campi – bisogna essere in grado di decidere e scegliere agendo con capacità e tempestività e assumendosene la responsabilità. La vera etica del servizio pubblico è questa, non mostrarsi onesti e ligi ai regolamenti, ma sfuggendo dai propri doveri e responsabilità. L’esempio portato da Campi è quello della prevenzione. In teoria dovrebbe significare agire per tempo adottando misure precauzionali per ridurre le conseguenze negative di un evento. In pratica si traduce spesso nello scaricarsi preventivamente da ogni competenza nel timore di doverla esercitare e di doverne rispondere. Di qui la ricerca di responsabilità più elevate sulle quali scaricare l’onere di assumere una decisione. Eppure esisterebbero gerarchie amministrative e politiche preventivamente definite che servono proprio a favorire interventi tempestivi in ogni circostanza.

Un’altra fragilità è di tipo materiale. L’Italia va in crisi e si paralizzano le città, Roma capitale innanzitutto, per una banalissima nevicata ordinaria. Se per un tale evento si arriva a chiudere scuole e uffici pubblici, se la rete del trasporto pubblico si blocca significa che la nostra infrastruttura dei servizi è obsoleta. Ciò rivela non solo un ritardo tecnologico  rispetto agli altri Paesi, ma anche che siamo un Paese vecchio: sul piano demografico ed anche nella sua architettura tecnico-sociale.

Un terzo fattore di debolezza ha a che vedere con il comportamento degli italiani, con la loro emotività. Si ha l’impressione che molti cittadini, e soprattutto le nuove generazioni, non siano più in grado di sopportare e affrontare anche il minimo disagio. È come se la crescita di un vasto e articolato apparato di protezione sociale avesse favorito il radicarsi di una mentalità assistenzialistica e parassitaria.

Il benessere del welfare state, invece di produrre una visione attiva della cittadinanza, sembra aver generato una mentalità rinunciataria, lamentosa e deresponsabilizzante che è ormai piuttosto diffusa. Una condizione di passività e di scarsa reattività che sembra tramandare ai tempi nostri quel rapporto servile, diffidente e strumentale col potere che gli italiani hanno avuto molto a lungo nel passato. Forse la radice di un individualismo che sfocia nell’egoismo e nel disinteresse per tutto ciò che è pubblico o comunque estraneo alla nostra sfera domestica.

In pratica sembra di vivere in un Paese dove ci si aspetta tutto dalla mano pubblica senza tuttavia essere altrettanto disposti ad impegnarsi personalmente per una causa che non sia la propria.

Alessandro Campi esemplifica il suo ragionamento con un video che circola in rete in questi giorni nel quale un immigrato italo-canadese di origini marchigiane spiega ai suoi antichi paesani, impegnatissimi a postare foto di strade innevate lamentando la scarsità dell’intervento comunale, che in Canada quando nevica i cittadini prendono la pala e puliscono le strade senza inveire contro nessuno.

Si tratta di tre debolezze che sono alla base del malessere e dei ritardi che l’Italia deve scontare nel confronto con i suoi alleati e competitori internazionali.

A queste tre debolezze se ne può aggiungere una quarta: quella di rappresentanti che nella sfiducia e nel rancore si inseriscono e cercano di intermediare bisogni individuali e collettivi ricavandone un guadagno, un vantaggio o un privilegio.

Avere ben presenti queste fragilità del sistema Italia può essere molto utile sia per le prossime elezioni, per le quali sembra che molti decideranno di non votare, sia per il futuro. Perché non c’è futuro se queste debolezze non saranno eliminate

Claudio Lombardi

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