Appunti di un viaggio a Londra

Da Roma a Londra ci sono due ore e mezza di aereo, ma la distanza misurata sulla qualità del modello di vita e del sistema urbano è di molto superiore. Basta una settimana di soggiorno per ricevere stimoli e suscitare riflessioni ad ampio spettro. Immersi in un contesto diverso da quello di provenienza tutto ciò che da noi appare inaffidabile e incerto si trasforma in un solido punto di riferimento per vivere nella città. Le impressioni di un viaggiatore sono naturalmente legate ad un’esperienza parziale, ma piena di senso a volerla cogliere in tutte le sue sfumature.

D’altra parte sono così tanti gli italiani che hanno deciso di trasferirsi a Londra che più di un punto interrogativo è necessario porlo. Cosa colpisce un viaggiatore? L’impatto è sempre una triade: trasporti, pulizia, accoglienza intesa come interazione con le persone del luogo. Ebbene 8,3 milioni di abitanti (oltre 12 nell’area metropolitana) sono una prova difficile da sostenere per qualunque organizzazione pubblica. Londra sembra superarla senza difficoltà. L’efficienza della rete di trasporti pubblici è quasi leggendaria. Dall’estensione della metropolitana (una vera città sotterranea), al numero di convogli, alla quantità di bus che circolano in superficie, alla puntualità fino allo stato di carrozze e sedili tutto indica un sistema che funziona e che si basa necessariamente sulla collaborazione degli utenti. Se così non fosse le stazioni e i mezzi non sarebbero puliti come sono e i sedili, incredibilmente rivestiti di tessuto imbottito, sarebbero distrutti. Invece nessun segno di vandalismo e di deterioramento.

Trasporti pubblici significa attuazione del diritto alla mobilità, contributo a rendere la città accessibile a tutti, a diminuire il traffico privato, l’inquinamento e lo spreco di energie e denaro per spostarsi in città che noi italiani conosciamo bene. In definitiva un sistema di mobilità efficiente contribuisce anche a smorzare gli effetti delle disuguaglianze.

Identica osservazione la si può fare per la pulizia dei luoghi pubblici e per la cura del verde. Niente cumuli di rifiuti, niente sporcizia. Le strade e i marciapiedi sono in condizioni ottimali, non si rischia di finire in una buca sull’asfalto né di inciampare camminando. Sembra poco, ma basti pensare al drastico aumento dei morti e dei feriti a Roma per incidenti dovuti alle buche per capire che non è così.

I parchi e i giardini pubblici sono numerosi e tutti curati come raramente viene fatto in Italia. Bello da vedersi, ma soprattutto, una grande lezione di civiltà perché quei luoghi sono vissuti intensamente dai londinesi e dai turisti. Quando centinaia di bambini sguazzano nell’acqua di vasche alte pochi centimetri nei parchi e anche in un museo (Victoria and Albert museum) è lo spazio pubblico che ne esce vincente. E i musei ne fanno parte. L’ingresso è gratuito, sono curatissimi, sorvegliati, organizzati in modo esemplare, ricchi di opere e di installazioni.

Stiamo descrivendo un luogo paradisiaco? No, semplicemente una città nella quale si ha rispetto e cura di tutto ciò che è pubblico.

Si comincia dunque ad intuire perché tanti giovani italiani abbiano deciso di trasferirsi qui. La qualità della vita è importante e la cura dello spazio e dei servizi pubblici è fondamentale. Il quadro però non sarebbe completo senza il lavoro. Parlando con alcuni di loro i giudizi convergono. Trovare lavoro e cambiarlo è facile, veder riconosciuti i propri meriti è normale e senza dover esibire raccomandazioni, appoggi, parentele. In quel contesto è facile pensare che non ci sia alcuna aspirazione a mantenere il posto a vita, ma, al contrario, a migliorarlo.

Nessuna pecca dunque nel sistema inglese? Ce ne sono sicuramente tante, ma quei punti fermi rimangono e non sono poca cosa perché rappresentano la base sulla quale si può contare per gestire la propria vita.

In conclusione quale sarà mai il segreto di Londra? Dovrebbe essere piuttosto semplice rispondere: classe dirigente e cultura civile. La prima non significa solo un vertice ristretto, ma una diffusa cultura di responsabilità e impegno in chiunque abbia ruoli direttivi. Responsabilità che è un valore interiorizzato anche da tutti quelli che svolgono un qualsiasi lavoro. La seconda si basa sul riconoscimento delle regole e dell’autorità che le definisce e sulla consapevolezza di appartenere ad una comunità. È una cultura che si percepisce e che porta lo stesso viaggiatore a riconoscersi in essa.

Tutto ciò si può riassumere in una parola: libertà. Perché le persone sono più libere se lo spazio pubblico è efficiente e curato e se possono farsi avanti con i loro meriti.

Purtroppo sono proprio questi elementi di contesto che rendono così lontane Roma e Londra. Molto più lontane dei 2 mila km che le dividono

Claudio Lombardi

Il voto conferma il governo M5S Lega

Anche l’ultima tornata elettorale conferma che la maggioranza degli italiani che vanno a votare sceglie Lega e M5S. Il governo appena formato è dunque in sintonia con il Paese che deve guidare. Chi è convinto che questa maggioranza di governo con il suo contratto, con il suo Presidente del Consiglio privo di autonomia e di una propria forza politica, con la netta e crescente prevalenza di Salvini e della Lega sia una iattura per l’Italia bisogna però che un paio di domande se le faccia: e se avessero ragione loro? E se fossero proprio loro l’espressione dello spirito del tempo presente?

Buona parte dei commenti si concentrano sull’ulteriore sconfitta del Pd. Sì certo erano elezioni locali, ma per quale motivo avrebbe dovuto ricevere voti se in questi mesi che ci separano dal 4 marzo ha passato più tempo ad occuparsi delle diatribe interne che a dialogare con l’opinione pubblica? Dopo che il suo segretario si è dileguato sbarrando, però, la strada ad un qualsiasi cambiamento nell’evidente stallo causato dall’incertezza se far affondare il Pd e fondare un altro partito oppure rilanciarlo, poche sono state le occasioni nelle quali ha fatto sentire la sua voce sui temi che toccano le sorti del Paese. E pure quelle poche segnate dall’incertezza e dalla debolezza di un gruppo dirigente diviso in tanti pezzi diversi e, comunque, in attesa delle decisioni di Renzi. E questo da parte di un partito che ha diretto i governi di un’intera legislatura con risultati positivi in tutti i campi. Basti pensare che nemmeno sono riusciti a rivendicare il drastico calo del numero di migranti sbarcati sulle nostre coste rispetto all’anno scorso grazie al successo delle azioni del ministro Minniti e del Presidente Gentiloni. Per non parlare della crescita di occupati e Pil, della soluzione di tante crisi aziendali, di provvedimenti che hanno dato un sollievo economico a milioni di italiani. Sono bastate le dimissioni di Renzi e il Pd è evaporato. Forse queste dimissioni non dovevano proprio essere date, forse un partito con la responsabilità del Pd doveva continuare la sua battaglia con lo stesso gruppo dirigente dopo una seria analisi critica sulle cause della perdita di voti. Agendo come si è agito si è soltanto dimostrato all’opinione pubblica che il Pd non aveva la forza politica per essere un punto di riferimento nemmeno per i suoi elettori. Un partito in preda al personalismo dei suoi dirigenti impegnati in una interminabile guerra di posizione.

Torniamo alla maggioranza di governo. Perché sarebbe espressione dello spirito del tempo? Ma perché nel mondo occidentale sono rinati i nazionalismi e Lega e M5S esprimono quello italiano. L’Europa già oggi è tenuta insieme più dalla paura dei disastri che verrebbero dalla separazione che da un’idea comune. Siamo nella fase nascente di un cambiamento che minaccia di approfondire le differenze tra paesi e di riportarli ad una competizione che parte sempre dal commercio, ma che poi è destinata ad invadere anche altri spazi con sviluppi imprevedibili. Sempre più basata sugli equilibri dei rapporti intergovernativi l’Europa si sta dividendo tra gruppetti di paesi che si riconoscono simili per tendenze politiche e approcci culturali. Il casus belli è l’immigrazione perché è la questione che più rischia di turbare gli equilibri nazionali. Non si tratta solo di quanto costa, ma anche dell’immissione di persone provenienti da culture profondamente diverse da quelle europee. Tensioni e scontri ci sono stati in molti paesi europei nei quali i migranti si sono insediati e hanno dato vita anche alle seconde generazioni. Episodi di terrorismo hanno coinvolto proprio persone nate e cresciute in Europa che si sono ribellate in nome di un’ideologia pseudo religiosa. Bisogna riconoscere che i sogni di un’integrazione rapida guidata dal desiderio di riconoscersi nella stessa nazione sono svaniti.

Se la questione immigrazione è il casus belli le divisioni in Europa hanno una radice economica evidente negli squilibri che le ondate di crisi hanno prodotto tra i vari paesi. È in particolare la moneta unica che ha creato una costante tensione tra sistemi economici, sociali e statali. Chi era abituato ad usare la svalutazione della moneta ha pagato il prezzo non solo dei limiti di bilancio imposti dagli accordi, ma anche della svalutazione interna per mantenersi competitivo. In Italia ciò ha significato assistenza sociale e servizi tagliati, retribuzioni di chi lavora frenate insieme a disoccupazione per la chiusura o la delocalizzazione di aziende. Questi gli effetti più evidenti di fronte ai quali un numero crescente di italiani non ha più accettato le giustificazioni delle forze politiche tradizionali ed ha sostenuto chi invitava chiaramente alla protesta e al cambiamento.

Questo è accaduto e qui ci sono i motivi per la conferma della maggioranza a Lega e M5S. Chi non si è accorto di ciò che stava accadendo e ha comunicato accettazione dei sacrifici, apertura alla competizione economica globale e all’ingresso di tutti i migranti che riuscissero a mettersi in mare per arrivare da noi (le Ong andavano a prendere i migranti davanti alle coste libiche perché un accordo stipulato dal governo italiano lo consentiva), pur avendo lavorato bene al governo, non può sperare adesso di ricevere molti consensi elettorali.

Poiché si tratta innanzitutto del Pd bisogna che questo partito riparta dalla realtà. Un buon metodo è rimettere in piedi una base di militanti ed ascoltarli

Claudio Lombardi

Lavoro: la realtà dietro gli slogan

Un’inchiesta del Sole 24 ore non recente, ma sempre attuale, fa il punto sul lavoro. Il tema è onnipresente nei discorsi e nelle polemiche politiche tanto da trasmettere l’impressione che non abbia una sua oggettività e che dipenda unicamente dalla volontà di questo o quel leader. Ripercorriamo i punti principali dell’analisi. Al primo posto il numero di occupati, grosso modo equivalente a quelli del 2008. Dietro questo dato, tuttavia, non vi è immobilità come potrebbe sembrare. Alcune professioni sono sparite, altre si sono invece fatte avanti in un mercato sempre più avaro di opportunità soprattutto per i giovani ed è cambiata la richiesta dei settori e anche il mix dei contratti.

Meno manifattura, più colf e badanti

Il primo dato è la diminuzione del peso dell’occupazione nelle attività manifatturiere, nelle costruzioni, nella pubblica amministrazione e nella difesa. Aumentano invece gli addetti negli alberghi e nella ristorazione, nella sanità ed assistenza sociale e la quota di colf e badanti (quasi un raddoppio in dieci anni).

Tra 2008 e 2017 i lavoratori dipendenti sono cresciuti dal 74,5% al 76,7%. Quelli a tempo indeterminato sono passati dall’86,7% all’84,8%; a tempo determinato dal 13,3% al 15,2%. I lavoratori autonomi sono passati dal 25,5% al 23,3%.

I lavori che stanno scomparendo

A cambiare sono state anche le richieste delle aziende in termini di figure professionali. Tutti i profili che non abbiano una specializzazione sono obsoleti. Ad esempio: operai non specializzati, impiegati generici, commessi che non conoscono lingue straniere. La diffusione di internet (e dell’e-commerce) ha cambiato radicalmente il panorama lavorativo.

I lavori più richiesti. E quelli introvabili

Le 5 professioni più difficili da reperire in Italia nel 2017 sono state: tecnici programmatori, analisti e progettisti software, attrezzisti di macchine utensili, tecnici esperti in applicazioni, operai di macchine utensili automatiche industriali. C’è anche una forte richiesta di camerieri, cuochi, conduttori di mezzi pesanti e camion.
Fra le professioni più richieste ci sono quelle attinenti al mondo Ict (internet).

Le figure emergenti

La rivoluzione di internet si fa sentire sempre di più. Le figure che stanno nascendo o potrebbero crescere di più nei prossimi anni, in Italia e all’estero, sono caratterizzate da una propensione naturale al Web e alle applicazioni che permettono di capitalizzare le informazioni online. E questo sia che si tratti di sviluppi di professionalità già esistenti che del tutto nuove. Pochi posti? Non proprio. Una stima di un’importante società di consulenza indica in 135 mila le posizioni vacanti nell’Ict entro il 2020. Tra l’altro, già oggi in Italia, il funzionamento del Web dà lavoro a 755mila persone.

I nomi delle figure professionali richieste parlano da sole di un mondo del lavoro profondamente diverso dal passato anche recente. Per esempio il data scientist, un analista specializzato nell’estrarre informazioni dai dati online. Oppure il blockchain expert è un professionista di formazione tecnico-scientifica che si occupa di scrivere protocolli per lo scambio di criptovalute, sfruttando la tecnologia (blockchain) che fa da registro contabile per le transazioni. Il chief digital officer si occupa del processo di «trasformazione digitale» delle aziende, ovvero il coordinamento delle attività per il rinnovamento tecnologico dell’impresa. La lista potrebbe continuare con il data protection officer (responsabile della protezione dati) e il chief internet of things officer (un manager che si occupa dell’utilizzo dell’internet of things in azienda), fino a ruoli già consolidati come analisti del business digitale, hardware engineer ed esperti di cybersecurity.

Nuove professionalità in formazione per le quali è soprattutto richiesta duttilità di pensiero e capacità di apprendimento. Di sicuro si sta andando sempre più verso lavori ad alto contenuto di conoscenza e creatività il che porta, tuttavia, anche ad una forte polarizzazione fra ruoli elevati e ruoli più elementari. E infatti ecco…

La frontiera della gig economy

Un mondo che cresce e che esce dai vecchi schemi. Gig economy o “economia dei lavoretti” cioè prestazioni occasionali per conto di piattaforme online che mediano tra domanda e offerta di servizi. Gli esempi ormai classici sono quelli di Uber per i trasporti o di Foodora e Deliveroo nella consegne di cibo. Sigle dietro le quali ci sono applicazioni informatiche che mettono in contatto utenti e prestatori del servizio (che però non decidono niente del servizio). Il pagamento avviene a cottimo e chi ci lavora non gode di alcun inquadramento perché non possiede le caratteristiche né del subordinato né dell’autonomo. Il tema è di grande attualità e alcuni tentativi di regolamentare questi lavori si stanno facendo avanti (disegno di legge in discussione nel Consiglio regionale del Lazio). Tra l’altro da lavoretti tappabuchi per giovani stanno sempre più diventando occupazioni per gli over 30 dalle quali ricavare un guadagno vero. Eventuali interventi legislativi potrebbero intervenire sull’assicurazione a favore dei ciclofattorini oppure sui minimi retributivi o anche sulle modalità di calcolo dei compensi in alcuni lavori. Un altro intervento potrebbe arrivare dal welfare sotto forma di integrazione al reddito, difficile e tutto da esplorare. Ma forse la misura più semplice e immediata è di far ricorso al contratto di co.co.co previsto e disciplinato dal Jobs Act. Sempre che il governo non lo abolisca prima. Comunque due parole vanno dette anche sui consumatori sempre più abituati ad esigere prestazioni immediate e al prezzo più basso possibile. Tutto sommato se anche la consegna di una pizza a casa costasse un paio di euro in più non ci sarebbe un danno per nessuno.

In conclusione

L’Italia è a rischio. In agguato c’è un circolo vizioso composto di bassa produttività, bassi salari e limitate opportunità professionali. Occorre un grande sforzo per investire nel capitale umano. E occorre rimuovere tutti i blocchi burocratici e culturali che intralciano l’attuazione delle decisioni sia pubbliche che private. Ripetere come un mantra “investimenti investimenti investimenti” sperando che automaticamente portino lavoro e poi trovarsi impantanati in procedure estenuanti e nella mancanza di figure professionali adeguate non è un rischio, ma ciò che accade da molti anni. Cambiare questa situazione sta diventando però sempre più difficile e probabilmente non sarà questo governo a guidare il cambiamento

Claudio Lombardi

Stadio della Roma: un film già visto

Un film già visto. Un costruttore, una grande opera privata che senza il consenso dell’amministrazione pubblica non si può fare, un presidente di un’importantissima società di servizi di proprietà comunale messo lì dai suoi protettori politici, altri politici di vario livello presi nella rete di un ricco costruttore. E poi finte consulenze e varie altre mascherature per nascondere finanziamenti e favori. La magistratura intuisce, sospetta e poi agisce. Gli arresti, le intercettazioni sulla stampa eccetera eccetera. Lo scandalo dello stadio della Roma non è che l’ennesimo episodio di una telenovela che dura da decenni.

È clamoroso che l’inchiesta per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione tocchi adesso il M5S. L’avvocato Lanzalone, al quale è stata data in premio, come ha affermato Di Maio, la presidenza dell’Acea come se fosse un feudo di proprietà dei 5 stelle, è uomo di fiducia di Casaleggio e di Grillo. Fu inviato a Roma per tappare la falla creata dal caso Marra (il braccio destro della Sindaca Raggi arrestato e rinviato a giudizio per corruzione). La Sindaca anche adesso prova ad uscirne politicamente indenne come già fece al tempo di Marra. È solo uno dei 23 mila dipendenti del Campidoglio disse del suo braccio destro. Me lo hanno imposto, io manco lo conoscevo dice di Lanzalone. Strana idea della responsabilità politica. Una sindaca che non conta nulla che viene manovrata da un faccendiere o che esegue gli ordini di Grillo e Casaleggio.

Questa vicenda è importante perché rivela la nascita di un sistema di potere a 5 stelle. Camuffata dall’arroganza di una propaganda martellante che ha eretto le bandiere della trasparenza e dell’onestà esiste una realtà opaca dove le decisioni che contano vengono prese da pochissime persone e dove cominciano a girare gli affaristi senza scrupoli, gli arrampicatori, i disonesti di domani. Dopo essere nati e cresciuti al grido di “sono tutti uguali, tutti corrotti e se ne devono andare tutti a casa” i pentastellati, appena conquistato il potere, hanno cominciato ad ammorbidirsi. Le loro regole sono state adeguate e, ciò che prima era motivo di feroci attacchi ai politici, adesso se li riguarda, viene giustificato. A metà strada tra una setta e una società privata pensano di essere dei rivoluzionari che stanno compiendo una missione in nome del popolo e dunque si assolvono da molte responsabilità.

Fermo restando che non si possono pronunciare condanne sulla base di un’inchiesta appena avviata e che la magistratura ci ha abituato a “lanci” di processi mediatici finiti poi nel nulla, lo scandalo dello stadio della Roma nella sua “ordinarietà” dice molto di più. Ci racconta di una politica debole che continua ad essere facile preda di affaristi, di traffichini, di professionisti in caccia di consulenze, di dirigenti di uno dei tanti apparati di cui si compone lo Stato e quel mondo di aziende che dalla politica dipende.

La debolezza di quel poco che è rimasto dei partiti e della politica spiega ciò che può apparire incomprensibile. È chiaro che i politici hanno troppo potere (rappresentato contabilmente dalla spesa pubblica) e non sono in grado di gestirlo. Per dirlo con più chiarezza: sono nelle mani delle burocrazie. E sono facile preda di arrampicatori, consiglieri, facilitatori che offrono i loro servizi consapevoli di quanto il politico al quale si rivolgono sia incompetente e oscillante tra lo smarrimento e l’arroganza. Per questo la questione decisiva nascosta allo sguardo dell’opinione pubblica è quella dei posti da spartirsi. Compito dei politici è quello di dire che a loro non interessa la spartizione dei posti mentre i loro fiduciari nell’ombra solo di questo si occupano. Basta guardare al caso Lanzalone. Passare dall’essere uno dei tanti avvocati in cerca di clienti alla presidenza di Acea significa essere proiettati nel mondo di quelli che contano, accaparrarsi retribuzioni al top e conquistare il potere di influenzare o decidere l’attribuzione di incarichi di responsabilità, di posti di lavoro ed anche di orientare le decisioni politiche e amministrative dalle quali possono dipendere le fortune di gente come il costruttore Parnasi.

Questa è la faccia nascosta del potere. E se ai politici è demandata solo la conquista dei voti si capisce che la politica può diventare puro marketing per creare e piazzare i prodotti che più facilmente possono essere venduti sul mercato del consenso. Se la parola stessa partito è stata ricoperta di infamia ed è stata sostituita da movimenti carismatici o da comitati elettorali non sorprende che il potere divenga un terreno di caccia. D’altra parte l’opinione pubblica è manovrabile. Con una campagna pubblicitaria può credere a tutto. Quale era lo slogan della Raggi in campagna elettorale? “Cambieremo tutto”. Una persona ragionevole non lo avrebbe detto perché era fuori dalla realtà, ma lei vinse. E il M5S non ha forse fatto eleggere a cariche istituzionali persone prive di alcuna competenza politica facendo credere che proprio l’incompetenza fosse un requisito fondamentale per accedervi? E chi dirige dietro le quinte sia questi che la cosiddetta democrazia diretta attraverso internet? Niente altro che quel centro di comando opaco che ha inviato a Roma l’avvocato Lanzalone dandogli in premio la presidenza di Acea.

Questo il M5S che rappresenta la punta più avanzata del cambiamento in peggio che sta sconvolgendo la nostra democrazia. Dunque che si può fare? Creare una politica che educhi il cittadino alla partecipazione, potenziare l’informazione e la formazione perché l’ignoranza è il brodo di cultura della separazione tra potere e consenso e l’incubatore dei fanatismi e dei regimi autoritari, abituare le persone ad essere protagonisti in grado di conoscere, valutare, giudicare. E costruire dei partiti che non siano solo delle macchine di potere o dei comitati elettorali. Sì ci vogliono i partiti. Organizzazioni di massa, articolate, diffuse, adatte a questi tempi nuovi nelle quali ognuno possa diventare un promotore di politica. Non i leader: i partiti

Claudio Lombardi

Migrazioni: strategia non improvvisazione

Viviamo tempi nei quali domina l’immediatezza e ciò che conta è la reazione atto per atto in un eterno presente. Il caso delle migrazioni affrontato con l’approccio di Salvini rientra in questa tipologia. Arriva una nave carica di migranti? Stop! Chiusura dei porti. E poi, cosa si farà dopo? Oggi è l’Aquarius e domani? E all’Europa cosa chiede esattamente il governo Lega-M5S? Non si capisce. Ciò che conta è fare la voce grossa e finire in prima pagina. Sul domani c’è buio. Parlare di analisi e di strategia sembra quasi una bestemmia. Il neoministro dell’interno dichiara che l’alleato ideale è il nazionalista Orban campione della chiusura ad ogni redistribuzione dei migranti e nello stesso tempo proprio quella invoca attraverso una revisione dell’accordo di Dublino che impone all’Italia di accogliere e trattenere sul suo territorio tutti quelli sbarcati nei suoi porti. La logica dice che o l’uno o l’altro, ma Salvini sta sempre in campagna elettorale, parla non per costruire e attuare una linea politica, ma per riscuotere un consenso immediato, impulsivo che dia l’impressione del decisionismo nascondendo la confusione e la superficialità.

Eppure non è sempre stato così e qualche motivo ci sarà se gli sbarchi si sono ridotti drasticamente negli ultimi due anni.

Correva l’anno 2016 e il governo italiano guidato da Matteo Renzi presentò all’Unione Europea alcune proposte per un approccio comune alla crisi migratoria. Si trattava del Migration Compact. In quel periodo l’Unione Europea non si era posta la questione di un nuovo approccio al problema migrazioni che andasse oltre la gestione degli ingressi nel suo territorio, ogni Paese pensava per sè e le polemiche si concentravano sulla chiusura delle frontiere ad est. Era il tempo dell’accordo con la Turchia, ma a fronteggiare gli sbarchi nel Mediterraneo l’Italia fu aiutata ben poco. In quella situazione il governo italiano prese l’iniziativa.

Nella sua proposta partì dalla premessa che le migrazioni verso l’Europa dovessero essere considerate un fenomeno strutturale, che non poteva essere affrontato solo come emergenza. Occorreva agire sulle cause e, quindi, verso i Paesi africani di origine e transito dei migranti. Questi dovevano diventare i principali interlocutori delle politiche europee.

L’Italia proponeva quindi uno scambio fra Europa e Paesi africani. La UE doveva puntare a progetti di investimento; a cooperare in materia di sicurezza;ad organizzare una migrazione legale verso l’Europa; alla redistribuzione dei migranti tra i Paesi europei.

I Paesi africani coinvolti dovevano impegnarsi a controllare le loro frontiere per ridurre i flussi illegali (con assistenza e finanziamenti UE); a cooperare per i rimpatri degli immigrati irregolari, tramite l’insediamento di uffici di collegamento dell’UE direttamente nei Paesi africani; a gestire i flussi migratori collaborando alla distinzione fra richiedenti asilo e migranti economici; a creare loro sistemi nazionali di asilo politico; alla lotta nei confronti dei trafficanti di esseri umani.

Per far fronte alle spese che queste azioni richiedevano l’Italia proponeva diverse soluzioni fra le quali l’emissione di specifici eurobond dedicati al finanziamento di una politica migratoria europea comune.

Gli sviluppi successivi a questa proposta hanno portato, in un clima di crescente chiusura da parte degli stati confinanti con l’Italia, ad una svolta nella politica del governo italiano incarnata dall’attivismo del ministro Minniti. Faticosamente, ma concretamente sono state poste le basi per una collaborazione con le tribù libiche e con alcuni stati africani e l’ONU ha iniziato a collaborare.

I risultati sono arrivati con la diminuzione degli sbarchi, ma si è appena ai primi passi di un percorso molto lungo. Ora il problema è capire che le politiche dei governi specialmente quando si rivolgono a questioni della portata delle migrazioni non possono essere misurate sui tempi dei talk show televisivi. Ci vuole tempo e devono essere costruite passo dopo passo. Le esibizioni di Salvini e la ristrettezza di analisi con la quale il governo Conte si è presentato alle Camere servono a poco. La fermezza è anche necessaria, ma se si sa in quale direzione si vuole andare. Se si tratta solo di dimostrare che anche l’Italia sa fare la faccia feroce lontano non si va

Claudio Lombardi

L’Italia e l’euro: la versione di Cottarelli

Poiché Cottarelli è tornato di attualità non più tardi di una settimana fa come possibile premier e poiché il rapporto tra Italia ed euro lo è da molti anni può essere interessante andare a vedere come la questione viene trattata nel suo ultimo libro: “I sette peccati capitali dell’economia italiana”.

Iniziamo però dall’elenco dei primi sei peccati capitali: evasione fiscale; corruzione; eccesso di burocrazia; lentezza della giustizia; crollo demografico; divario tra Nord e Sud. L’ultimo è dedicato alla difficoltà di convivere con l’euro.

Sono peccati o limiti ormai noti e ampiamente riconosciuti che possono benissimo rappresentare la gran parte dei deficit strutturali del nostro Paese. Altri ce ne sarebbero come, per esempio, la dimensione delle imprese per il 95% piccole o piccolissime e, in quanto tali, impossibilitate a fare ricerca e ad innovare e molto dipendenti dalle banche per la raccolta dei capitali. Cottarelli, però, non compie un’analisi completa delle caratteristiche del sistema Italia, ma intende focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti.

In ogni caso punto per punto ne esce un quadro poco rassicurante sullo stato del nostro Paese. L’evasione fiscale per esempio fa mancare alle casse pubbliche una somma superiore ai 120 miliardi di euro ogni anno. Se quelle entrate arrivassero gran parte dei deficit di risorse sarebbero risolti e il debito potrebbe essere abbattuto in poco tempo. La corruzione c’è, ma le dimensioni del fenomeno non sono quantificabili. Spesso si confonde la percezione con la realtà (quando si chiede alle persone quanto percepiscano la corruzione e di quali episodi reali siano a conoscenza i risultati sono diametralmente opposti). In ogni caso è un freno per l’efficienza della macchina pubblica e per quella delle attività economiche perché premia le peggiori. L’eccesso di burocrazia è un teatro dell’assurdo perché si fonda su un numero esagerato di norme, spesso scritte male che complicano le situazioni che dovrebbero disciplinare e, nello stesso tempo, formulate anche in modo da giustificare la funzione di un apparato burocratico inefficiente e con un eccessivo potere discrezionale (se la norma è complicata e farraginosa solo il burocrate può interpretarla e applicarla). La lentezza della giustizia è proverbiale ed è una delle cause di un’inefficienza di sistema che penalizza l’economia e i rapporti tra cittadini e della difficoltà nell’avviare e condurre attività imprenditoriali.

Il crollo demografico è un’altra realtà ben conosciuta, ma sottovalutata. Una popolazione che invecchia significa più anziani da assistere e mantenere e meno giovani che producono ricchezza. L’aumento del tasso di natalità non può più essere una questione privata, ma deve diventare il cuore di politiche specifiche che puntino a dare servizi e sostegni a chi decide di mettere al mondo dei figli.

Il divario Nord Sud è una nota dolente che nemmeno viene più presa sul serio. La si affronta spesso più con gli stereotipi mutuati dai film di costume che come la principale frattura che grava sull’Italia. Di fatto tutti gli indicatori citati da Cottarelli indicano che al Sud spesa e dimensione degli apparati pubblici sono maggiori in rapporto alla popolazione di quelli del centro nord, ma i risultati in termini di capacità di produrre ricchezza sono drammaticamente insufficienti. È una delle più vecchie questioni che ci portiamo dietro fin dall’inizio della nostra storia nazionale ed è sempre attuale. Nel libro non si parla di mafie, camorra, ‘ndrangheta, ma è ovvio che la diffusione della criminalità condiziona pesantemente lo svolgimento della vita civile, il funzionamento delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche, l’economia, i rapporti civili.

L’ultimo punto è dedicato alla difficoltà di convivere con l’euro. Ultimo non solo perché è il settimo, ma anche perché in ordine cronologico è la naturale conseguenza degli altri sei. Innanzitutto alcune constatazioni. L’Italia cresce poco rispetto alle migliori economie europee. Il reddito pro capite dopo l’entrata nell’euro prima ha rallentato, poi ha iniziato a diminuire. Una dinamica che ci discosta dagli altri paesi europei e che dura da un ventennio. Ciò che è accaduto è che, cessata la possibilità di svalutare la moneta, la competitività italiana è caduta. Un esempio rende l’idea efficacemente: nel 1970 un marco valeva 172 lire, nel 1998 987 lire. Tale divario indica che i costi di produzione italiani erano aumentati molto più di quelli tedeschi e che veniva ristabilita la competitività con la svalutazione. Ovviamente ciò significava che salari, stipendi, pensioni e prezzi dovevano all’epoca rincorrere continuamente la caduta di valore della moneta. Non a caso il più grande scontro sociale nel corso degli anni ’70 ed ’80 ci fu sulla scala mobile (e finì con un netto taglio). Con l’entrata nell’euro è venuta meno la possibilità di recupero della competitività svalutando.

Per anni ci si è anche scontrati sul costo del lavoro che sarebbe stato più alto in Italia rispetto ai più forti partner europei (costo del lavoro non significa solo guadagno del lavoratore, bensì costo complessivo per il datore di lavoro). Il dato è che tra il 2000 e il 2007 in Germania è rimasto pressoché stabile e coerente con l’aumento della produttività. In Italia è aumentato del 20-25% cioè è cresciuto più della produttività. Anche gli stipendi dei dipendenti pubblici sono cresciuti così come la spesa pubblica nel suo complesso mentre la parte destinata agli interessi sul debito calava per effetto dell’euro. Ciò ha significato che i margini esistenti per la diminuzione del debito pubblico sono stati usati per allargare la spesa. Intanto cresceva il costo del petrolio e irrompeva sui mercati la globalizzazione (specialmente Cina e India) che toglieva spazio alle merci italiane. L’effetto è stato una diminuzione dei margini di profitto e quindi degli investimenti.

La produttività del lavoro dal 1998 al 2016 aumenta in Italia del 3,5% e in Germania del 47%. Tra il 2000 e il 2016 le esportazioni italiane crescono del 25%, quelle tedesche del 115%.

Alla crisi mondiale del 2008 l’Italia arriva, quindi, con una minore competitività e un debito ancora troppo alto. Queste le premesse del crollo del 2011 con la drastica impennata dei tassi di interesse e la conseguente stretta sulla spesa che si riverbera su tutta l’economia portando alla diminuzione del 10% del Pil in tre anni.

Come è noto ci salva l’intervento della Bce reso, però, possibile dalla brusca correzione dei conti pubblici realizzata dal governo Monti.

Che fare? La ricetta di Cottarelli è che, per uscire da questa situazione, occorre una profonda trasformazione del modo in cui opera l’economia italiana per aumentarne efficienza e competitività. Bisogna però non illudersi che: la crescita possa essere trainata dalla spesa pubblica (gli investimenti pubblici ci vogliono, ma bisogna imparare a spendere meglio); gli investimenti privati possano essere sostenuti in toto dal credito bancario; un aiuto decisivo possa arrivare da investimenti infrastrutturali europei.

La questione fondamentale è che la crescita deve essere trainata dalle esportazioni e il recupero di competitività deve diventarne il motore. Per questo è anche necessario diminuire la tassazione, ma per farlo occorre tagliare la spesa pubblica.

In conclusione Cottarelli avverte che non è possibile considerare lo Stato come la soluzione di tutti i problemi personali e sociali cioè come il risolutore di prima istanza anziché di ultima. Infine la trasformazione economica deve avere alla sua base una trasformazione sociale e culturale contrastando la tendenza all’individualismo e al non rispetto delle regole.

Sembra proprio che l’analisi di Cottarelli sia quella giusta

Claudio Lombardi

Governo Conte o nuova Italia?

Ora che il governo Conte sta partendo bisogna prendere un po’ di distacco e cercare di capire cosa è successo in Italia. Certo, dopo tre mesi di travaglio, quasi non ci credeva più nessuno e per questo lo choc (sia positivo che negativo) c’è è inutile negarlo ed è pari a quello che ci fu nel 1994 quando si impose al centro della scena politica Silvio Berlusconi. Come allora si tratta di un passaggio epocale. Come allora è stato preparato da molti anni di cambiamenti nel substrato culturale che orienta gli umori e le reazioni dell’opinione pubblica. Come allora questa incubazione ha dato forza e slancio all’offerta politica che oggi si è tradotta nella coalizione gialloverde. Ovviamente, a differenza del 1994, il governo Conte non si basa sul carisma e sulla popolarità del suo Presidente. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo tanto è evidente, ma è giusto farlo perché, in realtà la novità (una rivoluzione culturale? ) che rappresentava Berlusconi allora oggi viene incarnata da due partiti fino a poco tempo fa poco credibili come leader di una svolta epocale. E invece è proprio quello che stanno facendo Lega e M5S camminando sulle loro gambe e senza avere le spalle coperte da “fratelli maggiori” che garantiscano per loro (come accadde con i governi Berlusconi). La loro affermazione non deriva dal lavoro di un’agenzia pubblicitaria come fu con la Forza Italia delle origini. Lo stesso Movimento Cinque Stelle, pur essendo una creatura saldamente stretta nel controllo della coppia Grillo-Casaleggio che l’hanno pensata e costruita con un lento avvicinamento alla politica durato anni, è arrivato alle elezioni del 2013 e, ancor più a quelle del 2018, con un forte radicamento nell’opinione pubblica e nel territorio. Per la Lega è anche superfluo ricordare che ormai è il più vecchio partito rimasto sulla scena della politica essendo nato nel 1989. La mutazione genetica voluta e guidata da Salvini lo ha definitivamente trasformato in partito nazionalista abbandonando l’antica vocazione separatista che risale all’inizio degli anni ’80 (Liga Veneta e Lega Lombarda).

Perché di svolta epocale si tratta e perché non durerà poco? In realtà Lega e M5S hanno un tratto in comune che li rende molto forti. Hanno intercettato il profondo bisogno della maggior parte degli italiani di liberarsi dai vincoli del realismo che li vorrebbe sempre sottomessi all’idealismo delle compatibilità. Globalizzazione, regole di mercato, parametri europei di finanza pubblica questi sono i limiti che non solo gli italiani, ma una parte crescente dei popoli avverte come imposizioni ingiuste. Da Brexit all’elezione di Trump ai governi nazionalisti dell’est Europa ormai la tendenza è chiara.

Nella sua declinazione italiana questa rivolta contro quelle che appaiono come imposizioni degli establishment assume i connotati della difesa degli interessi concreti di tutti coloro che si ritengono penalizzati dal “sistema”. Cosa unisce un giovane disoccupato del Sud al rider del nord che consegna le pizze a domicilio all’artigiano lombardo o al piccolo imprenditore del centro-nord? Tutti sentono che è arrivato il momento di difendere i propri interessi e non vogliono più un governo che presenti loro delle compatibilità o dei vincoli senza offrire alternative concrete. Purtroppo l’accumulo dei problemi ai quali non è stata data risposta ha creato la base rancorosa che poi è esplosa di fronte ad alcuni spettacoli indecorosi offerti dal mondo della politica allargato a tutti coloro che da questa hanno ricevuto avallo e copertura. Da Tangentopoli in poi. Tutti quelli che sono stati identificati come “vecchia politica” sono stati bollati con il marchio d’infamia di complici o collusi con chi non ha pagato il prezzo delle crisi che si sono susseguite nel corso degli anni riuscendo sempre a far apparire inevitabile che a pagarlo fossero gli altri.

La spinta che ha portato ai risultati elettorali e al governo Conte non si esaurirà facilmente. A meno che non accada qualche catastrofe che mostri l’avventurismo di un programma velleitario che ignora la realtà. Anche da sinistra si è detto in questi giorni che non si possono presentare lo spread o i mercati come i giudici supremi ai quali piegare le scelte di un popolo. Giusto, ma non di questo si tratta. Gli elettori che hanno voluto questa svolta epocale si rifiutano di riconoscere che l’Italia vive a debito dovendo mantenere una massa di titoli venduti sui mercati che vanno rinnovati non appena vengono a scadenza perché non possono essere riassorbiti dal bilancio dello Stato. Se ciò accadesse, ovvero se non ci fosse bisogno di mantenere lo stock di debito (peraltro in crescita), allora sarebbe una situazione diversa. Molti lo dicono da anni che un debito gigantesco è un condizionamento pesante alla libertà di azione di qualunque governo e che ridurlo progressivamente, in assoluto e in rapporto al Pil, sarebbe la più grande liberazione che gli italiani dovrebbero augurarsi.   In queste condizioni invece si moltiplicano le spinte e i progetti per liberarsi del debito rompendo con l’euro e magari anche facendo default. Il famoso piano B elaborato dal prof Savona e coerente con le campagne antieuro della Lega e del M5S esiste e spiega come si ridurrebbe il debito grazie alla svalutazione (almeno il 30% iniziale) e al taglio imposto ai creditori esteri.

Il taglio, però, colpirebbe anche stipendi, salari, pensioni, risparmi di tutti gli italiani. Gli elettori che si ribellano ai vincoli dell’establishment e che invocano la rottura con l’Europa lo hanno capito?

Purtroppo a questo appuntamento si è arrivati tardi e male. Bisognava pensarci prima e prevenire. La Germania ha imposto negli anni più difficili un rigore inutile quando, invece, sarebbe stato più utile allargare i deficit pubblici per spingere i consumi e l’economia. Il Fiscal Compact da noi inserito in Costituzione nel 2012 sta lì a testimoniarlo. D’altra parte la classe dirigente italiana (politici, intellettuali, alte burocrazie, imprese, sindacati, media) non ha avuto il coraggio di mettere mano ai limiti strutturali del “modello Italia”, a tutti quei fattori cioè che hanno fatto arretrare per molti anni il nostro Paese e che erano mascherati negli anni della lira dalle svalutazioni per mantenere la competitività. Dovremmo finalmente renderci conto che il problema non è l’Europa o l’euro, ma siamo noi e che non possiamo pensare che gli altri – la Germania, l’Europa, la finanza internazionale – ci sostengano perché noi dobbiamo mantenere tutti i nostri problemi insoluti.

Il programma o contratto di governo Lega-M5S non fa altro che aggirare la questione fingendo che un po’ di decisionismo e di intransigenza possa sostituire un piano di sviluppo e di ristrutturazione dell’Italia. Reddito di cittadinanza e taglio fiscale a favore dei redditi più alti facendo esplodere il deficit e il debito. Questa è la sostanza. La svolta epocale c’è stata e non finirà presto, ma il governo Conte ha già imboccato la strada che lo porta sul ciglio del burrone

Claudio Lombardi

Il governo, il contratto e il rischio

Dopo 80 giorni di discussioni, trattative e tergiversazioni per la formazione di un governo oggi 23 maggio sembra che un Presidente del Consiglio incaricato uscirà dal Quirinale. Sarà il prof Giuseppe Conte sul quale già molto è stato detto ed è difficile aggiungere altro. Alla sua prima esperienza politica vedremo se sarà un mero esecutore di un patto di governo deciso dai responsabili politici di M5S e Lega o un Capo del governo che rientra nella definizione dell’articolo 95 della Costituzione (“Il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile”). Dovrà comunque rappresentare l’Italia in tutte le sedi internazionali e negli organismi sovranazionali dei quali facciamo parte ed è difficile pensare che debba/possa essere guidato passo passo dalla diarchia Salvini – Di Maio che ha firmato il contratto di governo (con tanto di autenticazione delle firme come si usa nei compromessi immobiliari!).

Ma quale è il senso del governo che sta per nascere? Se ci si rifà al contratto faticosamente scritto in molti giorni di lavoro non lo si percepisce chiaramente. Il testo sembra fatto apposta per un’attuazione dilazionata e annacquata, adattabile ai mutamenti dei contesti nei quali vuole intervenire. Anche sui punti cruciali dei programmi elettorali di M5S e Lega (flat tax e reddito di cittadinanza per esempio) la nettezza e l’intransigenza con la quale sono stati proposti all’opinione pubblica lasciano il posto ad un approccio più “morbido” che lascia nel vago tempi e modalità di realizzazione. Si percepisce la prudenza di chi si lascia aperte varie strade. Nel vago è la questione fondamentale dei mezzi finanziari per realizzare un programma la cui quantificazione (effettuata da Carlo Cottarelli e non dai suoi estensori) oscilla tra 108 e 125 miliardi di euro a fronte di un incremento di entrate per 500 milioni di euro. Anche per i rapporti con l’Europa si ricorre a formule generiche (revisione dei trattati) che appaiono più come intenzioni che come decisioni irremovibili. Lo stesso si può dire della questione del deficit (“Per quanto riguarda le politiche sul deficit si prevede, attraverso la ridiscussione dei Trattati dell’UE e del quadro normativo principale a livello europeo, una programmazione pluriennale volta ad assicurare il finanziamento delle proposte oggetto del presente contratto attraverso il recupero di risorse derivanti dal taglio agli sprechi, la gestione del debito e un appropriato e limitato ricorso al deficit”). Con formulazioni così si può andare avanti per anni dicendo che si persegue un obiettivo, ma, di fatto, rinviandolo sempre un poco più in là. E poiché a questa formulazione un po’ fumosa è legata l’attuazione di tutto il contratto si capisce che si lascia aperta la porta ad una politica dei piccoli passi ben diversa da quella aggressiva, intransigente e roboante con la quale Lega e 5 Stelle si sono proposti all’elettorato.

Che governo nascerà dunque? Prevedibilmente sarà un governo con molte facce. Una sarà sicuramente quella della prudenza per durare più dello spazio di pochi mesi che molti gli assegnano. Un’altra sarà quella dell’intransigenza per tenersi pronti non appena apparisse una prospettiva elettorale. Un’altra ancora sarà quella dell’antieuropeismo perché è un facile capro espiatorio per ritardi, inefficienze e fallimenti sempre possibili nell’attuazione di un programma vasto e senza basi solide.

Il senso di questo governo sembra essere quello di un (estremo?) tentativo di aggirare i limiti strutturali del sistema Italia attraverso un’espansione della spesa pubblica e un giro di vite sui reati. La frattura tra Nord e Sud, la pubblica amministrazione che non funziona, la convivenza civile resa difficile da politiche pubbliche inefficaci, le attività produttive di beni e servizi che non trovano infrastrutture efficienti, la formazione che non prepara i giovani ad inserirsi nel mondo del lavoro. Sono tanti i problemi e poco il tempo a disposizione perché M5S e Lega hanno raccontato agli italiani che loro avevano la soluzione e che gli altri (i governi a guida Pd) erano collusi con tutti quelli che vogliono approfittarsi dell’Italia. La tentazione di indicare al malcontento il “nemico” Europa c’è è inutile nasconderlo. Così come è costitutivo della Lega l’obiettivo di uscire dall’euro. Oggi si pigia sul freno perché c’è la consapevolezza dello sfracello che si provocherebbe imboccando questa strada. Ma la preferenza resta. Se passasse troppo tempo senza risultati i nuovi governanti o dovrebbero ammettere che l’unica strada percorribile nel contesto interno ed internazionale è quella dei piccoli passi (cioè quella seguita dai governi a guida Pd negli ultimi anni) o sarebbero tentati da forzature e rotture pericolose. L’immediata crescita dello spread all’annuncio del nuovo governo dimostra che questo rischio è avvertito da chi decide di “metterci i soldi”. Dobbiamo solo sperare che al dunque prevalga il buon senso, sennò il prezzo che pagheremo come italiani stavolta sarà il più alto di sempre

Claudio Lombardi

Il lavoro che c’è, le assunzioni che non si fanno

Quante volte si è letto di aziende che cercano lavoratori per determinate mansioni e non li trovano? Molte volte e, al netto dei commenti di chi imputa ad una errata ricerca le cause delle mancate assunzioni, il problema di una paradossale contraddizione tra le statistiche sulla disoccupazione (specie giovanile) e la domanda di personale che resta insoddisfatta esiste. È vero che la distanza tra richiesta di personale e disponibilità a farsi assumere esiste in molti settori e spesso la causa sta in offerte di lavoro poco interessanti sia per qualità che per retribuzione. Di lavori dequalificati pagati poco ne esistono molti. Il recente caso dei fattorini che consegnano il cibo a domicilio (i vari Foodora, Deliveroo ecc) ha messo in luce una tipologia di lavoro faticoso, rischioso e malpagato. Un lavoro però svolto soprattutto da italiani. Non c’è dunque bisogno di ricorrere ai soliti esempi di sfruttamento di manodopera straniera nei campi o nell’edilizia per capire che un problema c’è e che tocca anche figure professionali come gli avvocati, gli architetti, i medici spesso impegnati in collaborazioni gratuite o a prezzi stracciati nella speranza di entrare nel giro giusto per un lavoro meglio pagato. Proprio per questo sorprendono i numerosi casi nei quali un lavoro interessante e ben pagato viene offerto, ma non si riesce ad assumere.

Un’indagine di Milena Gabanelli pubblicata sul Corriere della Sera in questi giorni affronta l’argomento non in generale, ma centrando l’attenzione solo sulla parte che riguarda la ricerca di tecnici qualificati. La previsione è che nei prossimi cinque anni ci sarà bisogno di oltre 150 mila persone nei settori chiave della meccanica, della chimica, del tessile, dell’alimentare e dell’Ict. Il problema è che non c’è una corrispondenza tra le competenze dei lavoratori e quelle richieste dalle aziende. Il nodo è quindi quello della formazione che, nel caso italiano, è particolarmente carente.

Il primo gradino è quello degli istituti tecnici che però da sempre non vengono considerati una scelta di primo livello per i giovani italiani. Nell’articolo si ricorda che nell’ultimo decennio le scuole superiori che formano geometri, periti o ragionieri hanno perso quasi 120 mila studenti, mentre, invece, sono aumentati i liceali. Ciò significa che resiste un pregiudizio culturale sia verso il lavoro manuale che verso le professioni tecniche. Un pregiudizio che spinge ancora i giovani verso i licei che hanno come unico sbocco l’università o il pubblico impiego. Ma è noto che anche un titolo universitario in determinate discipline non garantisce un lavoro. Basti pensare all’esorbitante numero di avvocati passati dai circa 48 mila degli anni Ottanta agli oltre 235 mila di oggi.

Tuttavia, anche i diplomati degli istituti tecnici non sono completamente formati. Occorre un passaggio successivo rappresentato in Italia o dall’università o dagli Istituti Tecnici Superiori, gli ITS. Sono 95 e servono proprio per completare la formazione di tecnici qualificati (secondo il Miur l’82% dei diplomati ha trovato lavoro entro un anno dal diploma).

Gli ITS non sono scuole pubbliche, ma fondazioni che coinvolgono imprese, enti pubblici, centri di ricerca, associazioni di categoria. Si avvalgono quindi di fondi pubblici e privati e si basano sul coinvolgimento delle aziende per definire i percorsi formativi. Agli studenti comunque non viene chiesto di pagare i corsi.

Attualmente nei 95 ITS italiani ci sono quasi 10.500 iscritti mentre in Germania gli analoghi istituti di formazione superano il milione di studenti. I numeri parlano da soli e spiegano perché oggi è così difficile reperire sul mercato del lavoro le figure professionali che servono alle imprese.

Il funzionamento degli ITS costa. Il dato presentato nell’articolo della Gabanelli è di 6000 euro l’anno per ogni studente. Buona parte dei docenti proviene dal mondo delle imprese ed è uno dei modi con il quale queste contribuiscono al finanziamento degli istituti.

I fondi arrivano comunque dal Ministero dell’istruzione (Miur), dalle regioni, dalle istituzioni europee e dai privati.

Se si vuole parlare di occupazione guardando avanti e non lagnarsi o immaginare fantastiche assunzioni di massa in impieghi statali la strada della formazione è quella che appare più sensata e il miglior investimento per costruire qualcosa di duraturo

Claudio Lombardi

Intervista a Calenda: capire la realtà

Da anni ci si interroga sulla crisi delle sinistre e, in particolare, di quelle che hanno scelto la cosiddetta terza via. In un’intervista pubblica di qualche giorno fa condotta da Claudio Cerasa direttore de Il Foglio Carlo Calenda espone il suo punto di vista che si inserisce nel dibattito seguito alla perdita di voti del Pd nelle recenti elezioni. La critica di Calenda si appunta sul rapporto tra politica e realtà e, in particolare, su quella che egli definisce “politica motivazionale” che, in sostanza, significa diffondere ottimismo e fiducia anche contro le evidenze della realtà. La crisi del renzismo sembra rientrare perfettamente in questo schema. Ma vediamo per sintesi e con stralci come viene svolto il ragionamento.

Comprendere il progresso

Secondo Calenda “lo iato che c’è oggi tra la capacità di comprendere e la velocità dell’innovazione è talmente enorme che rende l’innovazione spaventosa. Il lavoro che va fatto per dare i mezzi culturali e conoscitivi, e direi anche esistenziali, per comprendere il progresso è la grande sfida della politica”.

L’inevitabilità della globalizzazione e la gestione della transizione

Io sono convinto che la parola “inevitabile” abbia ucciso la società liberale: quando noi cominciamo a descrivere i fenomeni come inevitabili, la gente si urta notevolmente. E, normalmente, quando cominciamo a parlare di cose inevitabili, è perché non siamo in grado di giustificarne la positività. Quindi se c’è una cosa che dobbiamo cancellare, è l’idea che quando si parla di globalizzazione o di innovazione tecnologica noi diciamo che è inevitabile. (…) Cosa vuol dire questo? Che accade, certo che accade, ma le forme in cui accade possono essere molto diverse. E c’è un tema che è centrale, per i progressisti in particolare: la gestione delle transizioni. Pensate a questo paradosso: tutta la retorica progressista, dal 1989 in avanti, è stata la seguente: il futuro è un posto meraviglioso, la globalizzazione e l’innovazione tecnologica vanno linearmente verso un futuro che schiude enormi opportunità per tutti. Questi processi sono sostanzialmente semplici, perché lineari, e dunque il compito della politica qual è? Motivare la gente ad arrivare al futuro. Devo spiegare alla gente quanto è importante arrivare a questo futuro. Pensate invece alla retorica populista: non ha mai un riferimento al futuro, solo un riferimento all’oggi. C’è un’ingiustizia, ti dico che ti proteggerò. Te lo dico in modo sbagliato, ti illudo, però mi prendo cura dell’oggi. La politica non può non prendersi cura dell’oggi, perché una politica deve essere in grado di gestire le transizioni verso il futuro…( …) I progressisti sono stati per moltissimi anni dei promoter dell’innovazione e dei fenomeni della modernità, ma bisogna che cominciamo a essere dei gestori delle transizioni che portano alla modernità, che è molto più complesso, e che implica il lavoro sulle persone, perché in una società liberale le persone scelgono e scegliendo fanno la differenza su come si muove l’insieme della società.

Progressista: la tecnica o l’uomo?

Per me, progressista è colui che vuole che l’uomo, e non i fenomeni che sono messi in moto dall’uomo, cresca e abbia la possibilità, attraverso la cultura e la conoscenza, di gestire quei fenomeni. A differenza di quello conservatore, il pensiero progressista è fortemente umanistico. Non è un pensiero economico e non è un pensiero tecnico: ripeto, è un pensiero umanistico. Questa dimensione dei progressisti è una dimensione che si è andata via via affievolendo. Se uno rilegge oggi un libro che è stato molto importante per i progressisti – si intitolava “La terza via”, conteneva l’idea del superamento della socialdemocrazia classica ed è quello che è stato poi interpretato da Blair e Clinton – capisce che quella roba lì non aveva niente a che fare con l’idea che c’era dietro alla terza via. In realtà ne sono stati presi i pezzi più facili, l’idea che lo stato dovesse rimpicciolirsi enormemente, l’idea che il mercato in qualunque condizione avrebbe portato dei benefici, che peraltro ha anche portato in larga parte al mondo. Il pezzo che non c’è in nessun programma è l’avanzamento umano e l’attenzione per la capacità dell’uomo di reggere una società liberale. Perché una società tradizionale è una società molto più semplice, una società in cui tu hai un dogma è una società molto più comprensibile.

La fatica di dover scegliere

La ragione per cui oggi le autocrazie vincono sulle democrazie come modelli, è che sono molto più rassicuranti, non solo perché proteggono, ma perché il cittadino è messo dentro una serie di schemi entro i quali può agire e deve agire. Noi siamo una società in cui (…) sono caduti per il progresso economico e anche per la globalizzazione tutti gli schemi nei quali ci siamo riconosciuti: lo stato, la nazione si sono indeboliti. Che cosa serve per reggere il peso di una società del genere, che è molto più spaventosa? Serve la capacità culturale e conoscitiva dell’uomo, che è rimasta immensamente indietro, perché noi abbiamo pensato fondamentalmente che, costruendo un meccanismo economico liberale, l’uomo automaticamente avrebbe raggiunto gli strumenti che servono per sostenere il peso di questa società liberale. Non è così. Non funziona così. E questo mi spiace ma è un compito dello stato.

Non esiste il progresso lineare

In una società liberale, se lo stato non dà i mezzi al cittadino per sostenerla, le democrazie cadono. E’ già successo. L’idea di non poter tornare indietro è un’assurdità. L’illuminismo, che aveva questa idea di progresso lineare, forte, ha suscitato il romanticismo, e il nazionalismo come conseguenza del romanticismo. E non per ragioni economiche o di potenza, ma per ragioni di identità. Perché la cultura dà un senso alle persone. Allora se gli devi dare un senso diverso, devi trovare gli strumenti per farglielo trovare. La società liberale da questo punto di vista è la società più complicata in cui trovare un senso”.

Morte della politica motivazionale

Secondo Calendanoi siamo stati totalmente ciechi nel non vedere che una pagina si era chiusa e che l’epoca della politica motivazionale era finita. E quando tu raccontavi e racconti alle persone che va tutto bene, dobbiamo andare avanti, il futuro è meraviglioso, non vi preoccupate, ci siamo noi, saremo più forti della Germania, la crisi è conclusa… questo crea un’alienazione gigantesca”.

Rappresentanza o competenza?

Insieme alla politica motivazionale è morta anche “la politica della competenza opposta alla politica dell’identità. La politica da quando nasce è rappresentanza, non è competenza e gestione della teoria economica. Non c’entra niente. Questo è stato un abbaglio per 25 anni. E’ finita. Nessuno elegge un’altra persona perché conosce perfettamente le teorie della Scuola di Chicago o il funzionamento dell’Europa. (…) Quelle paure bisogna recuperarle comprendendole. Riconoscendo gli elementi di verità. (….)  E solo se diamo cittadinanza e legittimità alle paure, poi possiamo affrontarle con calma, un pezzo per volta, dicendo anche, quando le cose non le sappiamo, “non lo sappiamo”. Io non posso garantire a nessuno che l’innovazione tecnologica sarà positiva per l’Italia. E chiunque oggi dica che è sicuro di poterlo fare sta prendendo in giro i cittadini. Perché non lo sappiamo. Però gli possiamo dire che ci prenderemo cura di gestire le transizioni”.

Troppa informazione fa male

C’è poi la questione dell’informazione altra causa di disorientamento perché non si può dare per scontato che l’accesso a un universo di informazioni sia di per sé un dato positivo. E, invece, “non è vero che se hai maggiore accesso alle informazioni diventi più colto e più intelligente. E’ il contrario. Se hai più accesso alle informazioni, ti senti più disperato, meno capace di leggerle, sei più disorientato, sei molto più influenzabile da chi ti dà una soluzione semplice”. Di qui l’affermazione dei guru carismatici come Grillo che mantengono la loro presa fino a che non sono messi di fronte ai problemi reali e sono chiamati a scegliere.

In conclusione un ragionamento ampio e chiaro che è utile per orientarsi e capire oltre le polemiche e le schermaglie politiche, oltre gli slogan che mantengono accese le tifoserie senza mai andare oltre la superficie. Bisogna invece sperare che sempre più persone vogliano farlo

L’intervista completa su www.ilfoglio.it

A cura di Claudio Lombardi

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